Chi, prima dell’intervento apparentemente risolutore di Berlusconi (approfondiremo) abbia seguito attraverso i telegiornali (ma con i giornali non è che sia molto diverso) le vicende dei rifiuti abbandonati nelle strade e le rivolte dei cittadini campani contro le discariche, avrà tratto sicuramente queste conclusioni:
1) i cittadini napoletani sono incivili
2) la camorra, con le sue infiltrazioni, non permette un’amministrazione corretta del problema
3) gli ecologisti aizzano le popolazioni in maniera irresponsabile
4) magistrati invadenti rallentano la costruzione delle discariche e degli inceneritori
In pratica, darebbe la colpa di tutto alle vittime (i cittadini) e a chi ha cercato di scongiurare il disastro.  E la camorra? C’entra, ma perché qualcuno ce l’ha fatta entrare.

Sull’opportunità delle manifestazioni antidiscariche che si sono svolte in Campania avevo già scritto, in riferimento ai rifiuti tossici.

Ora un libro di Paolo Rabitti (Ecoballe, Aliberti editore) chiarisce molto bene dove devono essere cercate le responsabilità del fallimento del sistema di smaltimento dei rifiuti a Napoli. Sono responsabilità delle amministrazioni locali e del governo (soprattutto il Berlusconi 2001-2006, in misura minore il governo Prodi), che hanno assecondato tutte le inadempienze rispetto a quanto previsto dall’appalto da parte dell’Associazione temporanea d’imprese vincitrice del concorso, di cui faceva parte Impregilo. L’appalto, svoltosi il 23 dicembre 1998, si riferiva all’affidamento per la durata di dieci anni del servizio di smaltimento rifiuti urbani a valle della raccolta differenziata.

L’associazione d’imprese vincitrice di due distinti appalti (uno per la provincia di Napoli e uno per il resto della regione) avrebbe dovuto provvedere alla costruzione di sette impianti per la produzione di CDR (combustibile da rifiuti, cioè rifiuti trattati in modo da poter essere bruciati negli inceneritori) e due inceneritori.

Scrive Rabitti:

“La gara d’appalto vede l’intervento di un deus ex machina (l’Associazione Bancaria italiana, n.d.b.) che detta condizioni a gara in corso. L’offerta economica è vincolata all’accettazione di queste condizioni, e per questo può essere così bassa da poter vincere la gara anche con un progetto che non sta in piedi, un progetto impossibile che dovrabbe essere scartato. I progetti esecutivi degli impianti non possono essere modificati rispetto a quelli che hanno vinto la gara, invece quelli approvati sono completamenti diversi. I contratti, a loro volta, non rispettano le condizioni del capitolato d’appalto. I collaudi attestano la corrispondenza degli impianti costruiti  con il progetto approvato, ma non è vero. I collaudatori si disinteressano della qualità del servizio prestato, cioè della qualità dei prodotti in uscita dagli impianti, anche se la gara d’appalto riguarda la fornitura di un servizio. Questi sono i risultati di una procedura che ha visto coinvolti parecchi presidi di facoltà, millanta docenti universitari, presidenti della Regione Campania, la struttura del commissario straordinario ai rifiuti, una delle più grandi aziende nazionali e l’Associazione Bancaria Italiana.
Qui la camorra non c’entra nulla.”

In pratica cosa avrebbe dovuto fare l’aggiudicataria dell’appalto?

  • Immettere nei sette impianti costruiti i rifiuti solidi urbani provenienti dalla regione, a valle della raccolta differenziata
  • produrre, in uscita dagli impianti stessi, tre flussi: il famoso CDR, il compost (ottenuto dalla frazione organica dei rifiuti) e il FOS (Frazione organica stabilizzata, derivante anch’esso dalla frazione organica ma non avente i requisiti minimi per essere classificato come compost: non puzza, non rilascia percolato e può essere utilizzato per ricoprire vecchie discariche e riempire cave esaurite) 
  • smaltire il CDR (solo il CDR) negli inceneritori. In attesa di quelli da costruire, smaltirlo in inceneritori già funzionanti in altre regioni.

Cosa ha fatto, invece?

  • all’uscita dagli impianti, che si sono rivelati inadeguati, ha prodotto un qualcosa che non aveva i requisiti per essere classificato come CDR. E neppure il FOS era vero FOS. In pratica entravano rifiuti solidi urbani (RSU) ed uscivano rifiuti solidi urbani. Lavoro inutile.
  • Il CDR che non era CDR è stato pressato in balle, divenute poi universalmente note come ecoballe. Le ecoballe non dovrebbero essere bruciate negli inceneritori perché non sono della qualità richiesta.
  • In attesa della costruzione degli inceneritori, le ecoballe, invece di essere smaltite come era previsto dall’appalto, sono state accumulate in enormi centri di stoccaggio. E ti credo: se una provvidenziale deroga permetterà di bruciarle, rappresentano un capitale. Con gli inventivi di legge previsti, infatti, bruciandole negli inceneritori si potranno trasformare in un’enorme messe di denaro. Inoltre, per smaltirle, l’aggiudicataria dell’appalto avrebbe avuto molti costi.
  • A causa della scarsa qualità delle balle, i centri di stoccaggio si sono ben presto trasformati in discariche, perché le ecoballe (non essendo CDR) hanno cominciato a puzzare e a produrre percolato. Solo che, siccome quelli in teoria avrebbero dovuto essere centri di stoccaggio e non discariche, non avevano i requisiti adatti in termini di protezione dal percolato (liquido puzzolente e fortemente inquinante prodotto dalle discariche, che così è finito nelle falde) e di accorgimenti (raccolta del gas) per ridurre i cattivi odori.
  • Le località in cui installare questi centri di stoccaggio (in realtà, come detto, discariche puzzolenti e inquinanti) sono state scelte dall’aggiudicataria dell’appalto e non dagli enti pubblici, con le conseguenze che si possono immaginare.

Rabitti ha fatto i conti. Se anche si fosse costruito per tempo l’inceneritore di Acerra, avrebbe potuto risolvere il problema dei rifiuti campani per il 25%, un quarto. Ebbene, la sola stabilizzazione della frazione organica (che non è stata fatta malgrado fosse prevista dall’appalto) avrebbe comportato, da subito, una riduzione del peso dei rifiuti di importanza quasi pari a quella derivante dall’utilizzo immediato dell’inceneritore. L’inceneritore di Acerra, quando sarà finalmente pronto, dovrà lavorare per quasi sei anni solo per smaltire una quantità di rifiuti uguale al calo che si sarebbe ottenuto con la semplice stabilizzazione della frazione organica nel periodo 2002-2008.

Morale:
torneremo ovviamente ad analizzare più da vicino il caso specifico della nostra regione, che ha un numero di abitanti pari a nemmeno il 4% di quelli della provincia di Napoli.
Per ora basti dire che il governo regionale vorrebbe bruciare nell’inceneritore valdostano il contenuto della discarica di Brissogne. Altro che ecoballe, che perlomeno provenivano da rifiuti recenti e minimamente trattati. Qua vorrebbero bruciare molto di peggio. 
Temo che la magistratura avrà molto da lavorare.