Dibattiti civili

Ultimi giorni di campagna elettorale per le primarie del Partito Democratico.
Mercoledì sera è stata molto apprezzato l’incontro con Vincenzo Cerami (potete vedere alcuni assaggi video, qui e qui), venuto ad Aosta a sostegno della lista “Con Veltroni. Ambiente, innovazione, lavoro”, che oltre a me vede candidati Silvia Nicco, Luciano Boccazzi e Lucia Arado.

Il tema della serata era “Alla ricerca di un’identità”, e Cerami lo ha affrontato con grande competenza (uno scrittore non è forse un creatore di identità?) e contagiosa passione, avvincendo i molti che affollavano la grande sala del Caffè Nazionale.

Un esempio di discussione civile, su un tema così importante in una regione come la nostra, dove di identità si parla (o straparla) molto.

 

Meno gente, invece, malgrado fossero coinvolte tutte le liste in competizione, al dibattito di ieri sera alla biblioteca del quartiere Europa. A me non è stata data la parola. Stranamente, al tavolo degli oratori non c’era posto per le liste nazionali. “Potrai parlare dal pubblico”, mi hanno detto. Peccato che poi al pubblico non sia stata data la possibilità di intervenire. Il conduttore Bruno Fracasso ha frettolosamente chiuso la serata prima che qualcuno avesse il tempo di alzare la mano.
Vedete perché poi uno è costretto ad aprire un blog… 😉

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6 pensieri su “Dibattiti civili

  1. Non è che i cittadini, in questo momento, abbiano più “fame” di cultura (quella vera ovviamente) che non di dibattiti politici?

  2. A proposito di identità, non so se hai già letto l’ultimo calepin del nostro caveri. Personalmente non ho capito bene se si tratta di una dotta disquisizione scientifica sull’evoluzione della specie o se, più banalmente, si intende dire che anche un marocchino è valdostano. Tu cosa ne pensi?

  3. Cosa voglia dire non è molto chiaro (è una dottissima disquisizione…).
    Mi sembra però di capire che l’identità valdostana non è considerata immutabile dal superpresidente. Essa si modifica giorno per giorno, giovandosi del contatto con altre culture e altre identità… Persino l’identità valdostana, che il regime del pensiero unico ha voluto cristallizzare per preservarla da qualsiasi influenza esterna, non sarebbe immune da questa lenta evoluzione. In questo senso, il marocchino non è valdostano, ma influenza l’identità valdostana in qualche misura. Il marocchino resta marocchino, il valdostano diventa un valdostano modificato. Il valdostano visto come una sorta di OGM culturale, insomma.
    Il Calepin conferma così ciò che già sapevo: essendo io nato ad Aosta ma da genitori calabresi, non potrò mai sentirmi valdostano. Perché l’identità valdostana glorificata dall’insulsa Festa della Valle d’Aosta è un’identità che non mi appartiene e nella quale non ho intenzione di riconoscermi. Niente di male, se non ci fosse il particolare che anche la maggioranza degli abitanti della Valle d’Aosta, in qualche modo nelle mie condizioni (almeno per un quarto…) non si riconosce in quella identità. Che abissale distanza dalla concezione dell’identità nazionale che c’è in Francia, dove un figlio di ungheresi può sentirsi francese fino al midollo e essere eletto Presidente…

  4. Eppure Severino Caveri, ligure, se non sbaglio, si è sentito valdostano fino al midollo (più dei valdostani doc) fino ad essere eletto Presidente della Regione. Ed anche Luciano si sente valdostano (anche se OGM) più dei valdostani. Come te lo spieghi?

  5. Lo spiego così. L’identità è qualcosa che si sceglie. Ognuno sceglie, consciamente o meno, di riconoscersi in una certa identità. Severino Caveri, e il nipote, evidentemente hanno ritenuto di riconoscersi pienamente(chissà con quanta sincerità) nella rappresentazione di valori e tradizioni culturali che si attribuiscono alla cultura “valdostana doc”. Anche un calabrese come l’assessore Turi Agostino ha fatto lo stesso (pare). In ogni caso costoro hanno dovuto abiurare la cultura e l’identità di provenienza. Si sono fatti assimilare. Non si può essere valdostani e nello stesso tempo calabresi (in questo caso si sarebbe calabro-valdostani, identità sicuramente diversa da quella propagandata come “doc”, e definita con una certa dose di ironia da me e Giulio Cappa in “Valdostani”), né genovesi. Per concederti la patente di “valdostano”, i custodi dell’ortodossia identitaria pretendono l’assimilazione, come per il personaggio interpretato da Nino Manfredi nel film “Pane e cioccolata”.
    L’dentità nazionale francese (come quella americana), invece, non è centrata sull’appartenenza etnico-culturale, ma sull’adesione a certi valori custoditi dalla Costituzione e simboleggiati dalla bandiera. Per cui si può sentirsi francesi, o americani, pur parlando arabo o spagnolo e seguendo tradizioni del tutto diverse da quelle degli abitanti “autoctoni”. Se non si pretende l’assimilazione, si può essere contemporaneamente ungheresi e francesi.
    Non che io soffra particolarmente nel non potermi definire valdostano (mi basta, e mi avanza, essere italiano) ma sarebbe bello se trovassimo buone ragioni per riconoscerci parte di una stessa comunità anche parlando dialetti diversi, riconsegnando l’identità valdostana attuale – basata su standard definiti a livello ufficiale con una propaganda da lavaggio del cervello – al suo posto effettivo. Riconoscendo, cioè, che è solo una delle identità nella quale si riconosce una parte dei valdostani. Io ho il massimo rispetto per il patois, per il francese e per tutte le tradizioni nelle quali si può riconoscere una parte dei miei corregionari, ma non appartengo a quella cultura. Mi piacerebbe (ripeto, senza nessuna smania) potermi sentire parte di una stessa comunità insieme con chi si riconosce in questa cultura, sulla base di valori superiori e trasversali.

  6. Lo sai che sono perfettamente d’accordo con te, in particolare sulla necessità di riconsegnare l’identità valdostana, quella vera, non quella propagandata, al suo posto effettivo. Secondo me la prima a guadagnarci sarebbe proprio l’identità valdostana. Sono pertanto totalmente contrario a questa assimilazione, previa abiura, di cui parli. Questa abiura e questa “assimilazione” sembrano però essere molto diffuse e praticate, direi anzi, accettate. Come te lo spieghi? Se vado a rileggere la storia, per quel poco che ne conosco, mi sembra di capire che in origine tutto sia partito su di un livello più culturale che politico (volontà di preservare certe peculiarità locali di fronte ad una vera o presunta, comunque sciocca, volontà di italianizzare), senza nessuna intenzione di imporre abiure o false assimilazioni a chicchessia. Come è potuto avvenire che siamo passati da una direi “legittima” difesa, ad una assimilazione forzata. Da oppressi ad oppressori?

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