La dichiarazione di quasi indipendenza

Ovvero la quasi dichiarazione d’indipendenza.

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3 pensieri su “La dichiarazione di quasi indipendenza

  1. Io sono abbastanza tranquillo. L’unica cosa che i valdostani hanno saputo fare, nella loro storia, sono tre stupide “revolutions des sosques”. Molto bella quella del 1800 antinapoleonica. Dopo averli lasciati entrare in Aosta a fare qualche saccheggio (misero a fuoco l’abitazione del notaio Bochet), li raccolsero col cucchiaino il giorno dopo, ubriachi fradici. L’autonomia? Ce l’hanno generosamente regalata, in condizioni storiche particolari.
    Per stanotte non emigro ancora.

  2. Oggi, primo giorno di quasi indipendenza, nessuno s’è ancora accorto di niente. Sono andato a fare il pieno di benzina e mi hanno fatto lo sconto così come regolarmente previsto dagli accordi stipulati a suo tempo, quando facevamo quasi parte dello Stato italiano. Nessuno s’è ancora mosso, né a Roma, né a Bruxelles. Nessuna reazione a livello internazionale, nessun riconoscimento ufficiale della quasi indipendenza. Bossi non ha ancora mobilitato le sue truppe per fare altrettanto. Ma oggi è domenica, giorno tradizionalmente dedicato al signore, e non alle miserie della politica e alle megalomanie dei tribuni della plebe. Si attendono reazioni per domani, lunedì, alla ripresa dell’attività politica (?)

  3. Ogni Paese, ogni Regione, ogni uomo, ha la sua storia.

    L’elettorato è composto da persone che fanno liberamente le proprie scelte, in funzione dell’evoluzione sociale del Paese, dei cambiamenti nei rapporti tra i ceti sociali e di quelli che ritengono i propri interessi. I cittadini valdostani non sono di proprietà di nessun partito. Neanche di quelli che si considerano veri autonomisti che più veri non si può. Questo è il punto che va divulgato.

    Le sommatorie algebriche tra i vari partiti non troverebbero riscontro nella società reale. La maggioranza dei valdostani e degli italiani non è mai stata di sinistra, neppure quando la politica era più nobile di quella odierna e stimolava passioni forti tra tutti i cittadini nel primo dopoguerra.

    Il PD nasce proprio dall’esigenza di unire le forze sane del paese e i riformismi di stampo socialista e cattolico. Le resistenze a questo grande sogno non sono venute da gente come me, che pur avendo partecipato alla vita del Pci-Pds-Ds, ha sempre camminato verso un “vero riformismo”, ma unicamente da chi anche nei DS e nel Psi puntava i piedi per restare ancorato alla sinistra massimalista e da chi, dopo aver caldeggiato L’ULIVO (ricordate il triciclo?) ha abbandonato quel progetto per fondare la Rosa nel Pugno e sparpagliarsi nei vari partitucoli socialisti di ogni fatta e presenti persino nella destra finianberlusconiana.

    Quello che non siamo riusciti a fare in 20 anni (a causa delle resistenze di certi gruppi dirigenti più interessati a coltivare i propri orticelli che a costruire l’unità della sinistra), stiamo cercando di farlo con il PD. Immaginate cosa sarebbe stato se [b]Boselli, Angius, Mussi & C[/b] non avessero abbandonato quel progetto, chi per candidarsi al suicidio politico, chi per portare ancora oggi acqua ad una sinistra massimalista inutile e autolesionista, chi aprendo ancora oggi le proprie liste socialiste a Mastella.

    Comunque io la mia battaglia personale la continuo a combattere nel e con il Partito Democratico. Chi ha strumenti migliori e più credibili me li faccia conoscere; sono pronto a spostarmi. Non però per rincorrere simboli e ideologie autoctone, ma unicamente per poter portare avanti con più efficacia i miei sogni. Altro che coltivare ricordi di “centralismo democratico!

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