Grullo sarà lui

Gli inglesi alle prese con il berlusconismo

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13 pensieri su “Grullo sarà lui

  1. que l’union valdotaine ait acheté le silence des immigrés en échange du bien-être c’est vrai. on ne pourrait pas affirmer le contraire. Le restant de l’article c’est du délire. En clair tu nous accuses d’avoir une culture et une identité que n’est pas la votre (italienne) et que vous avez du mal à vous approprier. C’est à vous de faire l’effort du moment que vous êtes arrivés dans cette terre aux mœurs différents. Certains parmi vous qui vous ont précédés n’ont pas eu de problèmes à assimiler la culture valdotaine. Viglino, Piccone, Manzetti, et j’en passe! Personne n’a jamais osé mettre en doute leur appartenance au peuple valdotain, tout simplement parce qu’ils en faisaient partie de par leurs comportements, de par leurs sentiments et… de par leur langue. Et tout ça bien avant la naissance de l’union valdôtaine. Ceci pour dire que cette culture et cette identité n’ont pas été inventées (« artificiosa costruzione ») par le régime, come vous le dite, mais elles existaient depuis longtemps et elles existent toujours.
    Vous proposez de rechercher des nouvelles bases d’autonomie, des nouvelles bases d’identités, pourvu que ce ne soit pas celle valdotaine ! En clair, pour vous, il n’y aura plus de problème quand il n’y aura plus de valdotains.

  2. Immagino che questo commento fosse riferito al post “L’Autonomia hip hop”.

    Se ti firmassi con nome e cognome preferirei. Non è bello discutere con l’uomo mascherato.

    Scrivo in italiano, per evitare di ricorrere al vocabolario (ma a scuola avevo ottimi voti in francese).

    Prima di tutto devo correggere una tua affermazione. Non ho di certo accusato qualcuno di avere un’identità diversa dalla mia. Sarebbe una ben strana accusa. Ho scritto, invece, ed è cosa ben diversa, che non mi riconosco nella cultura posta a fondamento della propaganda unionista (una cultura sviluppatasi prima che nascesse l’Uv, ovvio).

    Spero di avere ancora (almeno) questa libertà.

    Mi dici che dovrei sforzarmi, visto che sono arrivato in questa terra.
    Ti devo correggere anche in questo caso.
    In questa terra ci sono nato.

    Io ho la mia cultura (non so se è quella italiana, immagino di sì) e non intendo assimilarne nessun’altra. Le altre posso conoscerle, apprezzarle, lodarle, ma non mi faccio assimilare da nessuno. Se qualcuno l’ha fatto nel passato, mi spiace per lui (o per lei).

    La tua è una pretesa davvero singolare. Sarebbe come dire che i musulmani nati in Valle d’Aosta dovrebbero sforzarsi di diventare cristiani. O magari che i neri nati da queste parti dovrebbero sforzarsi di diventare bianchi.

    Queste sono le aberrazioni cui porta un’identità nazionale, o in questo caso regionale, basata sull’appartenenza a una determinata etnia.

    Rimango dell’idea che l’identità “valdostana” sia stata inventata, così come sono state inventate tutte le altre, compresa quella italiana (“ora bisogna fare gli italiani”, ricordi?). E stiamo inventando quella europea.

    I valdostani (intendo i “Valdostani doc”, quelli come te, insomma) per me possono benissimo continuare a esistere. Anzi, lo spero. Amo la diversità delle culture e apprezzo molto alcune caratteristiche di quella identità.
    Ma se vogliamo che la comunità valdostana si senta “una” dobbiamo rifondare il senso di appartenenza, non basandolo più su basi etniche. Non è che i valdostani, quelli lì, quelli che parlano patois e in qualche caso francese, non debbano più esistere. Solo, non devono imporre la loro cultura agli altri. Devono convivere, con pari diritti, con le altre culture presenti in Valle d’Aosta.

    Quando ciò accadrà, non saranno certo scomparsi i valdostani. Anzi, potremo finalmente dirci tutti valdostani.

  3. Caro Vincenzo, sono un “valdostano doc”, nato a Rhemes-Saint-Georges nel 1947, quando si nasceva ancora in casa, nel “piglio” al piano di sopra (al piano di sotto abitavano le mucche, tra cui mi ricordo di “Firenze”, dalla quale mi dicono abbia poi preso nome una famosa città ora italiana), sono di madre lingua “patois” (le lingue, sia italiana che francese, le ho sentite – e poi imparate – per la prima volta a scuola), sono un “valdostano quadro o quadrato” (il “valdostano medio” è arrivato solo dopo, frutto dell’evoluzione della specie). Nonostante questo, senza rinunciare (e come potrei farlo?) ad essere un “valdostano quadro”, ti dò completamente ragione.
    p.s. stavo aspettando con ansia una tua risposta a questo post. Non scrivo in francese per i tuoi stessi motivi (ho studiato, da piccolo, un anno in Francia con ottimi risultati, agli esami di stato di terza media, qui in Italia, nel 1962, quando si davano ancora questi esami, ho avuto 10 in francese (allora i 10, in qualsiasi materia, erano quasi impensabili). Amo molto la letteratura francese, in questo periodo sto leggendo, ovviamente in francese, un’edizione integrale de “La recherche du temps perdu” di Proust. Ho diversi parenti in Francia presso cui, da ragazzino, ho trascorso diverse estati. Nonostante questo non mi azzardo a scrivere (male) in francese (quando ne posso fare a meno) e non mi va di scrivere, come succede anche a te, con il vocabolario a portata di mano.
    Ciao bruno

  4. altro p.s.: non mi sono mai sentito “minacciato” o limitato nella mia identità di “valdostano quadro”.

  5. Vincenzo, scusa se intervengo prima di te, ma “lo berrio” (“la pietra”, scagliata molto probabilmente da S. Damiano, da dove tirano pietre e nascondono la mano, un paese in VDA a circa 12 Km. da qui), voleva senz’altro dire “imposée” e non “imposé”. A te la risposta.

  6. Caro La Pietra (grazie Bruno, non osavo chiedere),
    proprio tu hai scritto: “C’est à vous de faire l’effort du moment que vous êtes arrivés dans cette terre aux mœurs différents. Certains parmi vous qui vous ont précédés n’ont pas eu de problèmes à assimiler la culture valdotaine. Viglino, Piccone, Manzetti, et j’en passe! Personne n’a jamais osé mettre en doute leur appartenance au peuple valdotain, tout simplement parce qu’ils en faisaient partie de par leurs comportements, de par leurs sentiments et… de par leur langue.”
    Mi è parso di capire che dovrei “fare lo sforzo”, che dovrei “assimilare” la cultura valdostana in modo da far parte del “popolo valdostano”, comportandomi in un certo modo, avendo particolari sentimenti e parlandone la lingua.

    Se non lo è, assomiglia parecchio a un’imposizione…

    Vedi, io non mi sento parte del “popolo valdostano”. Non riconosco la bandiera, non mi emoziona “Montagnes valdotaines”, la festa della Valle d’Aosta la trovo ridicola, perché basata su una finzione inscenata dal regime.
    Un terzo dei valdostani è di nascita o famiglia calabrese, altre percentuali importanti riguardano i veneti e i piemontesi, e questo in misura sempre maggiore da molti decenni a questa parte… Eppure queste decine di migliaia di uomini e di donne sono stati cancellati dalla propaganda e dai libri di storia. Si citano le massicce immigrazioni, ma la vita e l’opera degli immigrati sono taciuti. Alle loro idee, alle loro tradizioni, alla loro lingua, non viene concessa dignità. Come se non esistessero. Ai posti di potere più importanti non hanno la possibilità di accedere. Negli Usa un nero potrebbe diventare presidente, un calabrese in Valle d’Aosta no. Al massimo può aspirare a un contributo, in cambio di voti, alla festa dei SS. Giorgio e Giacomo…

    Guarda che le mie parole non sono di divisione. Al contrario. Io vorrei soltanto che le ragioni dello stare insieme e di sentirsi comunità in questa regione fossero basati su principi e su valori indipendenti dal dialetto che si parla in casa propria e dal suono del proprio cognome. Principi e valori posti su un piano superiore, nei quali tutti i centoventimila valdostani si possano riconoscere. Uno di questi potrebbe essere, perché no, proprio la capacità di convivenza e scambio fecondo tra diverse sensibilità culturali.

  7. 01 Maggio 2008

    La lettera a La Stampa:
    «Se i risultati sono questi, è meglio tacere»

    Cari amici, dopo tanti anni che mi spendo con scuole, studenti ed istituzioni per il dovere di tener viva la memoria degli sterminii bellici, per la prima volta sento il vuoto. Per questa ragione ho negato un’intervista alla Rai, in occasione della presentazione del mio ultimo libro, «Il paese dei ricordi». Dopo recenti incontri con giovani studenti, mi sono sentita dire che «i partigiani erano brigatisti» e dunque pure io «ero brigatista». Davanti a questi giudizi, magari ispirati da famiglie nostalgiche del duce, mi chiedo però come si insegni la storia repubblicana nella scuola valdostana, chi insegni a questi ragazzi. Poi, si sa, la gente è cattiva, e nella mia lunga vita ne avevo fatto abbondante esperienza. In altra occasione mi hanno apostrofato sostenendo che sono una che «paga per essere intervistata». Un’affermazione che farebbe la gioia di Grillo e dei critici dell’Ordine dei giornalisti. Peccato che a me nessun giornalista abbia mai chiesto denaro. Perché sia chiaro, qualora fosse successo mi sarei rivolta ai carabinieri. Però sono stanca, se il risultato della mia vita di testimonianza è questo, meglio tacere.
    Ida Désandré

    Ida Désandré…Chissà se fa parte della cultura valdostana? Un fatto è certo: “la pietra in questo caso è stata scagliata da mani locali”. Come la raccoglierà Lo berrio?

  8. Caveri ne sonne pas très valdôtain, et pourtant….
    Et c’est quoi cette histoire que les calabrais n’auraient pas accès au pouvoir ? et « Turi » il est quoi alors ?
    Tu vois, tu n’aimes pas le drapeau valdotain, mais personne ne t’oblige à le pendre au balcon. Tu n’aimes pas Montagne valdotaine, mais personne ne t’oblige à la chanter. Tu n’aimes pas le patois mais personne ne t’oblige à le parler. Et tu as vécu ainsi 50 ans de ta vie.
    Moi par contre, je n’aime pas le drapeau italien et on m’a obligé à le saluer et l’adorer touts les jours au service militaire, je n’aime pas l’hymne de mameli, mais j’ai du le chanter touts les jours en adorant le drapeau italien, je n’aime pas spécialement la langue italienne mais j’ai du l’apprendre à l’école et on m’oblige à la parler tous les jours au travail.
    Alors tu vois ? qui de nous deux a vraiment vécu une imposition de culture ?
    rien à dire à propos de Giorgio Bruscia

  9. Amo il patois quando lo uso per parlare e condividere discorsi e opinioni con persone che lo usano abitualmente e che hanno magari qualche difficoltà a esprimersi in italiano o francese, oppure che si sentono maggiormente a loro agio parlando il patois che non altra lingua. In ufficio, quando venivano a chiedermi informazioni persone che, capivo subito, erano semplici ed umili persone provenienti da qualche paese valdostano, imbarazzate ed in difficoltà a dover esprimersi in italiano, parlavo regolarmente in patois, mettendole a loro agio
    Detesto il patois quando viene utilizzato per discriminare e per sottolineare una diversità, reale o presunta.
    Amo il francese quando mi serve per comunicare con persone che conoscono solo questa lingua o che comunque la conoscono e la praticano meglio di altre lingue (l’ho usata in ufficio meno di dieci volte in tutta la mia attività lavorativa: ho sempre lasciato scegliere ai miei interlocutori la lingua che preferivano).
    Detesto il francese quando … (vedi sopra per il patois).
    Così per tutte le altre lingue o dialetti che dir si voglia.
    Amerei di più la bandiera valdostana se essa servisse ad unire ed a far sì che in essa si riconoscano tutti i valdostani; è stata invece “sequestrata” nell’immediato dopoguerra da una lega locale (UV) che la usa per discriminare i “veri valdostani” dai “traitres de la patrie” (o con me o contro di me);
    idem per l’inno e la festa della valle, che purtroppo sono stati “inventati” dal regime UV esclusivamente per celebrare sé stesso.

  10. Caro Vincenzo, mi hanno riferito che non ti hanno visto al recente raduno degli Alpini di Bassano, né avvolto nella bandiera italiana, che il commentatore qui sopra, che non osa firmarsi ed usa lo pseudonimo di “lo berrio” non ama, né a distribuire santini e quei salamini che solo voi calabresi sapete fare. Te ne sei dimenticato? Non ti sei ricordato che siamo in campagna elettorale e che anche i valdostani all’estero votano?

  11. Pingback: Rollandin medaglia d’oro « Il blog di Vincenzo Calì

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