Competition is competition

Le elezioni per una forza politica sono il momento della verità. Misurano la bontà del lavoro fatto nei mesi e negli anni precedenti. Ce ne sono quasi ogni anno (politiche, regionali, europee, comunali…), ma sono degli esami e si sa che, nella vita, «gli esami non finiscono mai».

Il risultato del voto stabilisce i rapporti di forza futuri, perciò non si corre per partecipare, ma per vincere. Come disse un giorno Romano Prodi, competition is competition. È una competizione tra partiti, anche tra quelli alleati, e tra persone dello stesso partito.

Sarebbe bello, però, se tutti corressero pensando a fare il miglior risultato possibile, con tutte le proprie forze, senza cercare di fare gli sgambetti agli avversari. Detta in soldoni, senza denigrare, diffamare o danneggiare i propri concorrenti.

Vinca il migliore, ma che sia il migliore anche sul piano dello stile, della correttezza, dell’onestà.

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19 pensieri su “Competition is competition

  1. In realtà chi vince diventa in quel momento il migliore e di conseguenza vince sempre il migliore.
    Poter dire se la scelta dell’elettorato sia stata la migliore per lo sviluppo della società diventa praticamente impossibile da sostenere nel momento in cui non esiste una proiezione reale di dove avrebbe portato la strada alternativa a quella scelta durante il voto.
    Il grosso problema oggi è il totale scollamento fra la realtà politica e la vita sociale. I problemi concreti vengono soltanto accennati a grandi linee e viene accuratamente evitata la disamina dei problemi specifici perchè spesso vanno proprio a toccare gli interessi di una parte dell’elettorato e l’elettorato si sà è sacro.
    Ho letto i programmi attentamente e mi sono reso conto (seppur rimarcando alcune differenze sostanziali) di quanto il linguaggio utilizzato si dimostri lontano sia in termini di comprensione da parte di chi non ha una scolarizzione medio-alta, sia nelle grandi lacune sulla concretezza espressa nero su bianco sulle cose che vanno fatte, sui fondi da utilizzare, in pratica manca completamente un’analisi su come vanno redistribuiti quegli 1,5 miliardi di bilancio che ogni anno scendono sul tappeto.
    Io credo che difficilmente ci potrà essere un pareggio o quantomeno un ballottagio perchè mai nelle votazioni passate avevo visto scendere in campo un tale spiegamento di forze che spingono in una direzione, e sappiamo tutti qual’è.
    Malgrado tutto non possiamo che tornare a dire:” vinca il migliore”.

  2. Io dico che sarebbe bello se “vincesse il migliore”, ci metterei subito la firma. Ma nelle competizioni elettorali purtroppo non è così: vince chi ottiene più voti, migliore o no. E i voti si possono ottenere in tanti modi, come tutti sappiamo. Il voto di una persona onesta e corretta conta quanto il voto di una persona senza scrupoli. Il voto di una persona leale nella competizione conta quanto il voto di una persona sleale e pronta a fare sgambetti, a denigrare l’avversario, a tendergli imboscate di qualsiasi tipo. Il voto di chi è sincero e promette quel che pensa di poter mantenere conta quanto il voto di chi promette quel che sa di non poter mantenere. Il voto di chi ragiona e cerca di fare ragionare conta quanto il voto di chi urla più forte e mescola le carte. Queste elezioni non sfuggiranno purtroppo a questa regola e, mi sa tanto, difficilmente vincerà “il migliore”. Pertanto io non dico “vinca il migliore”, ma “speriamo che vinca il migliore”.

  3. Due analisi molto ragionate e quindi… piuttosto pessimiste.
    Il mio post esprimeva una speranza, potrei dire un’esortazione, certamente ingenua (con un pizzico di ironia).
    “Vinca il migliore” era un motto un tempo in voga nello sport. Ma in ogni epoca ci sono stati match di pugilato truccati e partite di calcio combinate. E oggi nel ciclismo e nell’atletica il doping fa sì che il migliore sia chi si “pompa” di più in barba ai controlli.
    Perciò, purtroppo, ha ragione Bruno. Le scorrettezze e le azioni disoneste in questa campagna elettorale, come nelle altre, non si conteranno. Credo che ognuno di noi ne potrebbe citare alcune, con nome e cognome (e magari con nom e cognom) degli autori.
    Ma la politica rispecchia la vita. Il bene e il male (ovunque li vogliamo collocare) si fronteggiano in ogni luogo e in ogni momento. Il male esiste, ed è inutile (anche se salutare) stupirsene o lamentarsene. Molto più utile è fare il possibile perché non prevalga…
    Una divagazione filosofica per dire che non sono così pessimista. Al ballottaggio ci possiamo arrivare, anche contro la potenza di fuoco messa in campo dagli avversari.
    Una nota per “Ghianda”: i programmi non possono essere troppo dettagliati, scendendo fino alla singola voce di spesa del bilancio… Ma tra gli schieramenti ci sono differenze sostanziali, come ammetti tu stesso.
    Da una parte c’è chi si batte con tutti i mezzi possibili (vedi alla voce “doping” ) per conservare in Valle d’Aosta l’attuale società corrotta, clientelare, antidemocratica, dove i cittadini sono diventati sudditi, e i diritti si sono tramutati in favori concessi dal principe di turno.
    Dall’altra c’è chi propone di riportare la regione nell’alveo delle democrazie sostanziali, dove si valorizza il merito invece della fedeltà ai padroni, il bene generale invece degli interessi dei comitati d’affari, lo spirito imprenditoriale invece del controllo asfissiante della Regione su ogni ganglio dell’economia, la libera ricerca invece della cultura asservita alla politica, la programmazione di uno sviluppo sostenibile invece di estemporanei progetti faraonici… E queste cose (con molte altre) le vedi nei programmi della nostra coalizione.
    Che poi i programmi non li legga quasi nessuno, è tema per un altro post…

  4. Il problema nasce quando nel bene e nel male le frontiere si disintegrano e imperversa il paese dell’intolleranza.
    Ho tanti amici nell’Union. Persone oneste e moralmente sane che da 30/40 o 50 anni sono iscritte al “Mouvement”.
    Persone legate alla famiglia e con una propensione al lavoro e al mantenimento senza ritorno economico significativo di quello che i loro padri e i loro nonni hanno lasciato loro.
    Non so se avete avuto occasione di parlare con loro.
    Leggo disorientamento nei loro occhi e provo una sorta di imbarazzo nel mettere in luce tutte quelle cose che essi stessi vedono accadere ma che nel cuore sentono di non appartenergli.
    A differenza della grande velocità che sembra essre la caratteristica dei nostri giorni i tempi maturano piano piano nei modi di vita e la trasformazione del sentimento avviene gradualmente nei nostri piccoli paesi.
    Ci troviamo di fronte ad un gran numero di persone che capiscono le difficoltà del momento ma che non si ritrovano e non si sentono a casa loro in un’alternativa che raggruppa le tradizioni del passato e le pulsioni del presente legando assieme un’accozzaglia di persone troppo diverse per poter ambire ad essere forza di governo sincera e concreta.
    Si parla spesso di “sentiment” ed è così che io lo sento.
    Saluti.

  5. condivido in buona parte l’analisi e le considerazioni qui sopra svolte da chi si è firmato con lo pseudonimo di “ghianda” (forse ha ancora paura di esplicitare chiaramente nome e cognome). Anche a me, in due parole, pare che ci siano tanti valdostani di origine che continuano ad aderire al “Mouvement” e a votarlo per sentimento, pur non condividendone più la sua totale deriva morale e politica del momento presente (oltreché forse le istanze pseudomicronazionalistiche). Il guaio è che, per il momento, sembra che non riescano a trovare una casa accogliente e confortevole che sappia accogliere anche il loro “sentiment”, nel senso buono, ovviamente, e in cui si sentano rappresentati ed accettati per quel che sono, con i loro pregi e i loro difetti. Saprà farlo il PD? Probabilmente questa “diffidenza” ha origini antiche, risale al dopoguerra, quando PCI da una parte, e UV e DC dall’altra, si sono tacitamente ed in modo consenziente ripartite il territorio: a me il mondo urbano ed operaio, a voi il mondo agricolo e della campagna.

  6. Rispondo alla parte riguardante l’esplicitazione delle proprie generalità.
    Vede, Sig. Bruno , non si tratta di avere paura nell’esplicitare il proprio nome e cognome, ma, per come la vedo io una questione di “parità” nell’esprimersi su questi spazi.
    Questa assoluta libertà che ci offre la rete è qualcosa di incredibilmente bello nel confronto libero delle opinioni.
    Esistono diverse tipologie di approccio ed io mi adatto a quello utilizzato in questa forma di blog.
    Le generalità complete di nome cognome ed eventuale data di nascita in caso di omonimia io posso anche decidere di darle nel momento in cui tutti quelli che accedono a questi spazi facciano altrettanto.
    Nel momento in cui si esprime un parere o una consideranzione libera da vincoli di registrazione io, come credo altri, assumo un’identità che è consona al tipo di spazio che utilizzo per esprimerla.
    A me non dà fastidio nè mi rende particolarmente felice che lei si firmi poichè lo ha scelto liberamente ed in piena coscienza.
    L’unica cosa fastidiosa, forse è leggere “anonimo” poichè si può creare una confusione fra i vari anonimi che postano.
    Nel momento in cui scrivo qui sono ghianda e tanto basta finchè le regole sono queste.
    Un saluto.

  7. Non è convincente questa giustificazione dell’anonimato.

    Io mi firmo (e ci metto la faccia). Courthoud e altri anche. E poi c’è chi preferisce l’anonimato, o lo pseudonimo che è quasi lo stesso. La motivazione di questa seconda scelta, sicuramente, in moltissimi casi è la paura di esporsi. O potremmo chiamarla timidezza, nei casi meno gravi.

    Oppure (ma “ghianda” non ha fatto riferimento a questa possibile motivazione) potrebbe trattarsi di una questione di opportunità. Ci potrebbero essere persone che per la loro qualifica professionale (dirigenti pubblici, poliziotti, ecc.) non possono permettersi di dire pubblicamente tutto ciò che pensano su determinati argomenti, in particolare su argomenti politici. Magari non per paura di ritorsioni, ma per rispetto del ruolo assunto, in rispondenza all’etica della responsabilità.

    In questo caso la rete, e la scelta dell’anonimato, può dare a tutti noi la possibilità di conoscere anche la loro opinione.

    Ma sarebbe opportuno che l’anonimo mettesse subito in chiaro almeno la motivazione della sua scelta. Quella di “ghianda”, ripeto, non mi è sembrata convincente.

  8. Rispondo alla questione sollevata da Ghianda e Bruno relativa al “sentiment”.

    State parlando della componente ideologica del voto. Il “sentiment” è l’appartenenza ideologica. Avete colto il nocciolo della questione. Il voto ideologico ha bloccato il sistema politico italiano per decenni. Nella prima repubblica non si votava in base ai programmi o alle promesse elettorali dei vari partiti. Le elezioni si limitavano a certificare la consistenza (con spostamenti percentuali solitamente insignificanti) delle varie appartenenze ideologiche. Le quali, tutte, si ritenevano depositarie della verità e si proponevano di imporla al resto del mondo. Un sistema bloccato che ha favorito la permanenza ininterrotta al potere per decenni della DC, con i guasti e le degenerazioni che ben ricordiamo.

    Con la caduta del Muro, e il conseguente crollo della prima repubblica con le modalità drammatiche ben note, è iniziata una lunga transizione (piena di contraddizioni e ancora oggi non del tutto compiuta) verso la dismissione delle ideologie novecentesche, per arrivare a una democrazia “governante”, dove le elezioni servano a stabilire quale dei progetti alternativi di governo debba essere premiato dagli elettori. Questo è il bipolarismo, e le ultime elezioni, anche se hanno dato la vittoria al centrodestra, sono state molto positive in questo senso. Si è verificata una dastrica semplificazione del quadro politico e le frange ancora caratterizzate da una forte connotazione ideologica sono state punite dagli elettori.

    La Valle d’Aosta è in fortissimo ritardo nella realizzazione di questo processo verso una società post ideologica. Fino alle ultime elezioni regionali del 2003 siamo stati in piena “première république”, senza segni di ravvedimento. Il motivo di questo ritardo risiede proprio nella permanenza, tra i valdostani, del voto a valenza ideologica. Crollate anche qui le ideologie nazionali (dal fascismo al comunismo, ecc.) permane l’ideologia regionalista.

    E’ quel “sentiment” la principale delle cause che bloccano il sistema politico valdostano. Chi è stato imbevuto sin dalla più tenera età dei precetti della propaganda ideologica fa fatica a liberarsene. Vota per il “suo” partito, qualsiasi cosa accada, indipendentemente da qualsiasi nefandezza commessa dai suoi dirigenti. Non votarlo, o peggio, abbandonarlo per seguire altre strade, sarebbe un atto vissuto con estrema sofferenza, con sensi di colpa, avendo a che fare dolorosamente con la categoria del “tradimento”. L’ideologia è una religione laica. Il comunismo era una religione che prometteva agli operai il paradiso in terra. L’ideologia unionista dà ai valdostani l’ebbrezza di essere un popolo eletto.

    Il Partito Democratico è un grande partito post ideologico. Non tiene insieme le persone sulla base di un’appartenza ideologica, ma sulla condivisione di alcuni valori di fondo e di principi etici imprescindibili, che non permettono di discriminare tra i diversi dialetti parlati in casa, tra le lingue madri, tra le religioni dei suoi aderenti.
    Accoglie tra le sua fila diversi “sentiment”.
    E chiede il voto ai cittadini sulla base di un progetto per il futuro. Tutti i valdostani, sia quelli che oggi si chiamano “d’origine” sia quelli che oggi si chiamano “d’adozione”, possono sentirsi parte del Partito Democratico se condividono il suo progetto di rilancio della regione.

    E’ vero che sia il Partito Democratico sia l’Alleanza del Galletto sono un insieme (“accozzaglia” mi sembra… suggerito da qualche comiziante del campo avverso) di persone diverse, ma questa è una ricchezza, non un limite. A unirci sono valori e progetti. Chiunque li condivida, se riesce a liberarsi dalle proprie superstizioni e dagli annebbiamenti ideologici che ne hanno segnato una vita intera, può sentirsi a casa propria da noi.

  9. Sarei un pò più cauto nel definire il “sentiment” come il retaggio di un’appartenenza ideologica.
    Definirei il “sentiment” più come un insieme di fattori , legati al pensiero, all’analisi dei fatti, alla propria vita vissuta che ti costruiscono una sorta di risultato emozionale del momento che stai vivendo.
    Legarlo tout-court all’ideologia mi sembra riduttivo anche se dal punto di vista “politico” è certamente più semplice e “comodo” risolverlo in tal senso.
    Il decadere delle ideologie non può che portare i partiti allo scontro sui programmi.
    Torniamo allora ad un argomento di alcuni post qui sopra.
    I programmi, scritti in modo spesso criptico, non hanno l’immediatezza di avvicinare la gente comune alla politica ma semmai di allontanarla ancora più.
    Vogliamo dare um impulso alle energie alternative.
    Vogliamo dare un aiuto concreto alle famiglie.
    Vogliamo che l’industria e le attività artigianali diventino il motore propulsivo della nostra regione.
    Vogliamo ridare smalto al turismo con un coordinamento fra le varie realtà esistenti e creare sinergie che coinvolgano sempre più il turismo all’agricoltura e alle tradizioni.
    Vogliamo mantenere un elevato livello di tutela ambientale.
    Questo è un esempio di quanto viene scritto normalmente ed ho letto in programmi di forze diverse che si schierano in coalizioni contrapposte ma contengono, nel bene o nel male, gli stessi buoni propositi.
    Mannaggia a me. Forse sono troppo concreto e legato maledettamente alla vita di tutto i giorni ma mi piacerebbe sapere:
    Dove piazzeremo quelle migliaia di persone che tribolano a far passsare il tempo alle dipendenze di qualche assessorato regionale o in qualche “sistema pararegionale” allestito a proposito?
    Cosa resterà di noi quando tutti i sentieri saranno tracciati fino alla cima del Mont Emilius (vale come esempio ovviamente)?
    Cosa ne faremo fra qualche anno del forte di Bard, che già oggi svanito il sogno del magnifico indotto porta debiti ogni giorno?
    Dove manderemo i nostri nobili croupiers quando decideremo che i conti li dobbiamo fare senza distrazioni o sottrazioni intelligenti?
    Cosa ne facciamo già oggi delle cartucce delle stampanti prodotte dalla Baltea Disk su macchine praticamente sconosciute dal mercato?
    Dove manderemo a lavorare i migliaia di dipendenti delle imprese edili che svanito il sogno di azzerare le montagne dovranno necessariamente ridimensionarsi essendo oggi in numero enormemente sovradimensionato?
    Che cosa ne sarà delle piccole attività commerciali che ogni mese tribolano a fare uscire la pagnotta dai loro maledetti registratori di cassa per poi sentirsi dire dopo 1 o 2 anni di non essere consoni?
    Che rimedio concreto ed effetivo vogliamo dare al problema dei rifiuti senza cadere nella solita manfrina del solito interrogativo sul termovalorizzatore?
    Quale sarà la % di quei 1,5 miliardi di €. dedicata all’investimento nelle voci di bilancio che ogni anno da qui ai prossimi anni secondo le stime passerà da un misero 34 ad un 28 % se le cose staranno così come sono?
    Tralascio le altre 250 domande perchè diventerei noioso.
    In buona sostanza quale sarà, punto per punto, voce per voce il nostro futuro?
    E’ vero, i programmi non possono essere troppo dettagliati ma è nel dettaglio, là dove viene a mancare l’ideologia, la forza di un programma.

  10. C’è già un sentiero fino alla cima del monte Emilius , da sud , e da ovest hanno violentato la cresta creando un’altra via con manufatti cari solo a chi bestemmia la montagna .

  11. Il “sentiment” in sé non è un retaggio di un’appartenenza ideologica. E’ qualcosa di intimo e positivo: il senso di appartenenza a una cultura. Così come, e spesso le due cose vanno insieme, qualcuno può sentire il senso di appartenenza a una religione. Va benissimo. Il problema nasce quando si pretende di trasferire il proprio “sentiment”, o la propria appartenenza religiosa, sul piano politico. Quando si pretende che lo Stato, o nel nostro caso la Regione, assuma come suoi valori fondanti queste appartenenze. E’ ciò che accade negli stati islamici, dove la legge dell’Islam e quella dello Stato coincidono. Ed era il caso dei sistemi comunisti e di quelli fascisti, in una parola degli stati totalitari, dove un’ideologia (che è un’appartenenza a una “fede” politica) è imposta come dogma culturale a tutta la popolazione.
    Se siamo d’accordo sulla necessità che il nostro stato sia laico, cioè sul fatto che la sfera della costituzione politica e quella religiosa restino separate, allora dovremmo pretendere la stessa laicità anche nella nostra regione. Quel “sentiment” di cui parliamo dovrebbe restare fuori dalla sfera politica. Un “valdostano d’origine” deve poter votare per un partito diverso dall’UV senza per questo sentirsi un traditore. Quando questo avverrà per tutti i valdostani, la nostra regione avrà fatto un passo gigantesco verso un’organizzazione laica della società.

  12. … senza per questo sentirsi un traditore e, soprattutto, aggiungerei, senza dover sentirsi chiamare, direttamente o indirettamente, sovversivo, “casseur” o “traitre de la patrie” da parte della massima carica istituzionale regionale, nonché Prefetto, come è avvenuto recentemente, o, peggio ancora, meritevole di cure psichiatriche o simili.
    Ricordo, en passant, che “traditori della patria” venivano chiamati i partigiani nel biennio 43/45 da repubblichini ed affini.

  13. Bravo Vincenzo . Esprimi benissimo la teoria . Peccato che nella pratica abbozzi troppo sugli indiscutibili dati di fatto , pietosi , che caratterizzano la regione …

  14. Sentiment, ideologia e manipolazione politica della storia.
    “E’ bello pensare che ai nostri figli e nipoti si possa raccontare la storia vera, dura, affascinante del nostro Paese anziché cattive mitologie che, inventate con le migliori intenzioni, ottengono poi l’effetto opposto”.
    (Gian Enrico Rusconi su La Stampa di oggi (ieri), a commento di una “sparata” del sindaco leghista di Novara).

  15. Concordo con jaguar.
    Ci si perde troppo spesso in queste elucubrazioni filosofiche che poco contano nel “sentiment” della gente.
    Il distacco fra mondo politico e realtà vissuta diventa emblematico leggendo questi post.
    Poi continuiamo pure a scrivere migliaia di righe sull’interpretazione dei vari risvolti psicologici dei valdostani ma la realtà non cambia.
    Cambierà e ritroveremo forse quella passione per la politica drammaticamente persa solo quando riuscerete ad affrontare e dare in modo puntuale, punto per punto, paese per paese, progetto per progetto i vari nodi che in definitiva contano nel momento in cui le persone posano stanche la loro X sulla scheda.

  16. Jaguar, non capisco a cosa ti riferisci (abbozzo?).
    Ghianda, ti darò risposte puntuali, appena ne avrò il tempo. Io non sono “il mondo politico”. Non sono un politico. Sono un cittadino che si occupa di politica.

  17. Buongiorno a tutti,
    entro in questa discussione perchè nonostante il mio cognome cognein sarò una delle candidate del PD e non di un movimento autonomista e voglio spiegare il perchè.
    In questi anni ho visto crescere a dismisura un’arroganza nel mouvement che nulla ha a che vedere con la nostra origine di campagnards. Ho visto spesse volte accusare Roma e Bruxelles e poi ci adeguiamo a Roma per lo stipendio dei consiglieri e siamo seduti nei banchi di Bruxelles quando tolgono i buoni benzina. Smettiamo di alzare barricate e cerchiamo finalmente di rilanciare questa Regione. Facciamo soffiare finalmente un vento riformista e collaboriamo con le regioni vicine, con lo Stato e con UE.
    In merito al programma direi a ghianda di leggere quello del Partito Democratico (http://www.partitodemocratico-vda.it/index.php?option=com_content&task=view&id=59&Itemid=67). Accanto ai 3 sentieri imprescindibili per un partito di centro sinistra veramente riformista: 1. PROGRESSO, MERITO E SOLIDARIETÀ 2. POLITICA SENZA SPRECHI 3. RIFORME CONDIVISE, troverà 16 tappe che non parlano di aria fritta ma di problemi e di risposte concrete.
    Ora se vogliamo veramente cambiare la Valle d’Aosta non ci resta che cambiare i governanti.

  18. erika, ti auguro innanzitutto un grande in bocca al lupo.
    Il vostro programma l’avevo già letto come ho letto attentamente quello della coalizione.Torniamo al punto di partenza.
    “Per dare impulso all’economia taglieremo subito alcuni costi. ”
    Quali e in che percentuale?
    “L’efficacia di questo progetto sarà rafforzata da misure puntuali e immediate per sostenere il potere d’acquisto delle famiglie e gli investimenti delle imprese.”
    Devi dirmi quali saranno queste misure puntuali e quanto concretamente peseranno o sgraveranno la situazione attuale.
    “Ridurremo l’IRAP”
    Di quanto? metà 30%?
    “Potenzieremo le infrastrutture attraverso specifici investimenti”
    Quali? Giusto per rendersi conto.

    Potremmo andare avanti di questo passo.

    La mia comunque non è una critica vostra specifica ma una critica globale a questa nuova politica che proprio in virtù della prerogativa di proporsi come nuova deve evitare i vecchi metodi scritti e parlati.

    Saluti

  19. Stile correttezza onestà: Condivido ma aggiungerei pulizia anche intellettuale visto ad esempio come si comporta tale RDG che si iscrive agli amici di grillo salvo poi ergersi a paladina di richieste di folli aumenti ai dipendenti del casinò! Anche la vergogna potrebbe essere un valore se solo la si conoscesse…

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