Al riparo

Perché ciò che ci salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo.

 

 

(da I barbari, saggio sulla mutazione di Alessandro Baricco)

E qui, dove si cerca di tenere tutto al riparo dai tempi? Riusciranno i valdostani doc a salvarsi dai barbari? Che fine farà la zuppa valpellinentse?

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6 pensieri su “Al riparo

  1. la faranno i marocchini (a valpelline c’è già una discreta “colonia”), come la fontina. Sono bravissimi. Imparano subito.

  2. Quarant’anni fa la buonanima di mio nonno ha gettato nella stufa centinaia di anni della sua famiglia, tagliando a pezzettini vecchie credenze in noce, cassapanche in larice, tavoli e sedie in castagno. Qualcosa, molto poco, a dire il vero, si è salvato perchè utilizzato per ritirare le mele o le patate per l’inverno.
    La nuova cucina in fòrmica era il massimo della nuova vita. Tutta luccicante era il segno dei nuovi tempi. Uno straccio bagnato e tornava a luccicare come nuova. Non più quei vecchi cassetti che l’umidità gonfiava e non aprivano più, non più quelle vecchie sedie scricchiolanti segnate dal tempo. L’acciaio e la plastica davano a mio nonno la sensazione di aver finalmente risolto molti problemi.
    Alcuni anni fa, nella ristrutturazione, abbiamo preso la cucina di formica, l’abbiamo smontata a pezzettini e portata in discarica; ripreso la vecchia casspanca e il vecchio tavolo vecchi di due secoli, pulito e cerato il tutto ora fanno bella mostra in cucina.
    Dove sta il giusto? Probabilmente da nessuna delle due parti.
    Da un lato la voglia di mettersi alle spalle il ricordo di tanta miseria, di tante tribolazioni, di vecchi rancori famigliari; dall’altro la visione idilliaca della purezza del passato, la ricerca della tradizione, la volontà di ritrovare in quattro pezzi di legno le proprie radici.
    Quello che noi facciamo, il nostro modo di sentire e di fare è sempre influenzato dalle nostre emozioni che sono influenzate dal nostro modo di vivere e così quando cambiano per noi cambiano anche per molti altri che nel nostro contesto vivono.
    I giorni attuali hanno le cassapanche in noce in bella vista ma la fòrmica nel modo di vita e di organizzazione della società

  3. Può darsi che i valdostani doc (io lo sono) riescano a salvarsi ancora per un po’ di tempo dai barbari grazie ai calabro valdostani e ai valdo calabresi che hanno votato in massa UV (fino all’altroieri il partito unico dei valdostani doc), molti su ordine probabilmente di Milanesio e soci, ma forse anche grazie a personaggi come Carmela Fontana (e a tutti quelli che le stanno dietro), calabrese anche lei, che, a giorni alterni, non manca di fare l’occhiolino all’UV e alla maggioranza.
    Brutti segnali in vista delle comunali del 2000! Forse c’era da aspettarselo senza farsi troppe illusioni.

  4. I barbari collaborazionisti si insinuano nei gangli della società valdostana e ne corrompono subdolamente la coesione etnica. Visto che ormai da più di mezzo secolo i calabresi (miei antenati) hanno invaso la Valle, verrà presto il tempo in cui il dialetto calabrovaldostano (che i calabresi doc giudicano incomprensibile) sostituirà il patois nel concours Cerlogne. Quel giorno la valpellinentse sarà servita con il peperoncino e si porteranno in processione i tre santi Giorgio, Giacomo e Grato.
    Non so se sarà prima o dopo le comunali del 2000.

  5. Queste sono cose che mi toccano direttamente. Noi abbiamo nostalgia della casa degli avi e fastidio per la casa di nostro padre. “Casualmente sono la stessa casa, ma ce ne accorgiamo dopo aver passato una età pesante”
    Resta il fatto che il noce è eterno (rispetto alla nostra vita) e richiede un po’ di manutenzione. Poi porta su di sè i segni del tempo. Come il vino buono.

    La fòrmica dura i tempo che il gatto metta le unghie fra la sfoglia e il paniforte. O che l’acqua tocchi il paniforte trasformandolo in farina di truciolacci polverulenti.
    Trascuriamo le esalazioni di formaldeidi etc. chè tanto non è provato che facciano male….
    La fòrmica fa parte dell’orribile stagione del pollo razionale (lo chiamavano così, quella povera bestialità viscida al sapore di farina di pesce), della margarina più sana del burro, della pubblicità MEDICA che esaltava i salutiferi pregi dell’olio di semi vari e ignoti a fronte del vecchio mortifero olio d’oliva….
    la stagione mai finita di una modernità taroccata in cui il nuovo è un valore comunque, come il fascismo negli anni 20.

    Il noce vuole manutenzione. La fòrmica non la prevede (provate a rincollarla…). La manutenzione, come il risparmio e il rapporto corretto con la natura, non ha spazio nella nostra felice stagione dei consumi ossessivi.

    Mi hanno raccontato che la prima volta che andavano in England, scoprivano che il sig. Church prevedeva che al bisogno tu potessi mandargli le sue costosissime scarpe per risuolarle (a patto, ovvio per un gentiluomo, che non ci avessi messo una orrida suola di gomma. Sino a vent’anni fa anche in Italia si poteva rigommare dopo un paio di stagioni un burberry o un aquascutum…(in England li rammendavano anche).

    “Chi più spende meno spende”, diceva la nonna. Ora chi più spende è un fico, anche se i soldi li butta in uno dei tanti metaforici cessi aperti alla bisogna. Dove andremo a finire, signora mia….insomma la cicala odia la formìca, ma ama la formaica….

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