L’étranger

In Sudtirolo c’è qualcuno che discute di autodeterminazione e indipendenza. Non ho ancora capito bene (devo approfondire) chi sta da una parte e chi dall’altra, chi è di destra e chi di sinistra, chi scherza e chi fa sul serio, chi è tedesco e chi italiano, chi sudtirolese e chi altoatesino, però le discussioni sono argute e sul filo dell’ironia. Da quelle parti, anche se pare di capire che il clima politico sia asfittico (ehm) come da noi, le intelligenze lavorano.
Pare esista un’organizzazione chiamata Brennerbasisdemokratie (think tank per un Sudtirolo postetnico ed indipendente), il cui manifesto suona così.
Al think tank aderiva un certo étranger (infatti è livornese), che però da qualche tempo se n’è allontanato. In compenso pare ci sia stata l’adesione di Superciuk. E nella combriccola, non so con quale ruolo, forse bazzica anche un cantautore demenzialprogressista, il quale ha conoscenze interessanti.
(la foto qui sopra, prelevata dal blog dell’étranger senza permesso, simboleggia la nostra vicinanza al dibattito bolzanino, per ovvie ragioni).

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79 pensieri su “L’étranger

  1. Salve. Sono il cosiddetto étranger. Mi ha fatto piacere sapere che mi leggi (io inizierò a leggere te). Una domanda: ma dalle mie parti come ci sei arrivato?

  2. Non me lo ricordo. Ieri sera, forse con la ricerca random dei blog, sai quella freccetta in alto a destra di wordpress, devo essere capitato prima da superciuk. (Giuro che non cercavo “culi” con google immagini).

  3. Capisco. Nel post iniziale, tu a un certo punto dici: “devo approfondire”. Non metto in dubbio che leggendo il mio blog uno alla fine qualche approfondimento riesce pure a svolgerlo, però sarebbe più semplice se tu (qui da te) mi facessi qualche domanda a bruciapelo e io ti rispondessi in modo altrettanto sintetico. Sono convinto che con una decina di domande fatte bene tu poi hai un buon quadro della situazione.

  4. Vincenzo, gli hai dato peso, ad Etranger, ed ora te lo tieni. Vedrai che due palle, seppur intelligenti come dici (ora) tu.

  5. capisco adesso perché le nostre pecore seguono così disciplinatamente il capobranco (devant berger o rabadan) anche senza sale (?) e non perdono di vista il loro punto di riferimento (il loro “pensiero unico”)
    p.s. venerdì prossimo in Giunta verranno nominate più di cento pecore “d’eccellenza” che avranno (quasi tutte) posti riservati in seconda e terza fila dietro al capobranco.
    avviso: il 5, 6 e 7 settembre (quasi) tutte le pecore si ritroveranno ad Aosta e si festeggeranno a vicenda, con lauti premi per le pecore più fedeli e meritevoli (pecore di prima scelta).

  6. Beh, intanto devo dire che c’è stata un’impennata negli accessi. L’indipendenza (simboleggiata egregiamente dalla foto di quel lato B sudtirolese o altoatesino, non so) tira parecchio.
    Gatto mur (?), tu che ruolo hai? Posso fare una decina di domande anche a te?

  7. Buongiorno. Ho letto il post e ho visto che, nei commenti, ce n’è uno a firma “gatto mur”. Ora, il nick “GattoMur” è quello che uso io da qualche tempo in alcuni blog. Evidentemente qualcuno di malevolo e anche parecchio vigliacco (ho anche bene in mente chi) ha pensato bene di postare la solita boiata (e magari ha in mente di continuare, chissà…) usando o imitando il mio nick.
    Evidentemente non è un “reato”, ma qualifica bene la persona che lo fa.
    Questo che lei vede è l’IP e l’indirizzo mail del “vero” GattoMur.
    È veramente una questione di poco conto, mi rendo conto.
    Quindi, se vede altri commenti a nome “GattoMur”, quello “vero” è quello che le sta scrivendo ora.
    Tra l’altro il commento sopra è piuttosto volgare e stupido, di norma tento di fare di meglio.
    Grazie, e se ha qualche domanda, per quanto posso, le risponderò volentieri.

  8. Ti ho messo nel blogroll. L’impennata degli accessi è comprensibile (io ho almeno 800 accessi al giorno).

    Sono sicuro che quel gatto mur che ha lasciato il commento soprastante non è il vero “GattoMur” ( http://gattomur.wordpress.com/ ) quanto piuttosto “superciuk” (o uno della banda dei “disagiati”: se vuoi approfondiamo il concetto o partiamo da qui per approfondire in generale). Basterebbe confrontare gli IP.

    Non ho intenzione di tediare nessuno. Intervengo qui perché sono stato citato.

  9. Grazie per il blogroll, ricambierò.
    Ignaro di tutto, il commento del primo Gatto mur (quello falso) l’avevo considerato amichevolmente ironico nei confronti di étranger. Per questo l’ho approvato. Altrimenti l’avrei cassato, perché non approvo mai commenti di anonimi o pseudonimi contenenti giudizi e/o insulti nei confronti di persone. Mi ci vorrà un po’ per capirvi, tutti quanti (quanti?).
    Ist der wahrer GattoMur auch aus Sudtirol? Ich werde auch sein Blog lesen…
    La prima domanda per Etranger (non ho avuto tempo di studiare i vostri blog, quindi seguo il tuo gentile consiglio) è questa: la proposta di un Sudtirolo indipendente, formulata (anche) da “italiani”, è paradossale e provocatoria, oppure formulata seriamente? Ha forse l’intenzione di “vedere” le carte, smascherando le spinte indipendentiste che alzano il prezzo per continuare a ottenere condizioni di favore dallo stato italiano?

  10. Dunque: il “vero” GattoMur ha vissuto dal 1975 (età di 5 anni) a circa 5-6 anni fa in Sudtirolo (tranne parentesi abbastanza lunghe tra Bologna, Parigi e Berlino). Ora vive a Trento, ma la sua sede di lavoro è in provincia di Bolzano.
    Ciao.

  11. Quanti? Non moltissimi. Niente paura.

    Allora, rispondo alla prima domanda.

    Il tema dell’autodeterminazione è in realtà un tema sollevato esclusivamente dalla destra di lingua tedesca (in particolare dal movimento di Eva Klotz, denominato Süd-Tiroler Freiheit). Questa rivendicazione si basa sulla non accettazione della soluzione di compromesso (a suo tempo perfezionata dalla SVP, il partito di maggioranza dei sudtirolesi) basata sull’autonomia e può contare sulla simpatia di una minoranza di persone (anche se a dire il vero anche nella SVP – di tanto in tanto – affiorano posizioni “autodeterministe” allorché si tratta di puntellare l’autonomia da eventuali attacchi “esterni”).

    Che io sappia non esistono “italiani” (a parte Cossiga, che propose un paio di anni fa un disegno di legge-referendum in tal senso, ma su basi del tutto strampalate e irrealistiche) che vorrebbero giocare questa carta (per gli italiani troppo forte è ancora il legame con lo stato nazionale). Per un certo periodo di tempo io ho partecipato attivamente all’animazione di una piattaforma on line (brennerbasisdemokratie) che cercava di tematizzare la plausibilità dell’autodeterminazione SOLTANTO se motivata da un processo di coesione interna tra tutti i gruppi linguistici e in vista di una drastica riduzione del peso “etnico” degli stessi. Una sintesi di questa posizione la puoi leggere qui (il testo italiano – Punto di fuga autodeterminazione – è in basso):

    http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=557

    Per un inquadramento generale, invece, ti rimando a questo testo:

    http://segnavia.wordpress.com/2008/01/16/due-montagne/

    Mi firmo anche con nome e cognome per correttezza:

    Gabriele Di Luca

  12. così, a prima vista, e per quel poco che mi hanno lasciato intra-vedere (un po’ di coscia), direi che non si tratta certamente del lato B di una valdostana media.
    Per quanto concerne l’altro problema, se cioè il lato B femminile sia un problema di destra o di sinistra, non sono molto ferrato in materia, comunque mi andrebbe anche bene che sia un problema bipartisan, un problema di regole da condividere su cui cercare il dialogo.
    Comunque un capolavoro della natura, visto sia da destra che da sinistra. Personalmente però non mi avvicinerei troppo al centro (del lato B ovviamente).

  13. Il rapporto tra regioni a statuto speciale e ordinario con il federalismo fiscale è diventato di grande attualità. Lombardia e Veneto hanno la percezione (in parte difficilmente contestabile) che noi si viva alle loro spalle. Tuttavia credo che fare le barricate sia un grave errore. Il nostro Statuto ha evidentemente bisogno di un tagliando, di essere riletto in una chiave attuale. La pura preoccupazione di cassa non ci porterà molto lontano. Servirebbe un confronto vero, in cui ci si interroga in maniera cristallina su quale sia il bene comune della nostra collettività. Un’occasione in cui si stabiliscono valori comuni e condivisi. Dobbiamo muoverci noi per primi e non aspettare le mosse calderoliane. Ma la nostra classe politica (maggioranza e opposizioni), la stessa nostra società civile sono all’altezza di un simile dibattito? Dovunque ci siano degli spazi liberi (blog – posta dei lettori) le firme sono spesso le stesse. Possibile che non si riesca a creare un luogo dove, indipentemente dal colore politico, ci si confronti sui contenuti? Questo non vuol dire che le nostre isole create on-line siano da buttare via, però mi aspettavo una maggiore vivacità dal popolo della rete valdostano. Sul tuo blog già si vede un confronto stimolante ma molti passano e non scrivono… E’ un peccato. Anche sul mio blog vorrei più stimoli…Vorrei più voci…

  14. Sono pienamente in sintonia con il post di Favre.
    Sul federalismo molte parole andrebbero spese in ragione della ricerca di un equilibrio strutturale a livello nazionale che rischia di venir compromesso nella semplice e fredda contabilizzazione del valore prodotto e redistribuzione dello stesso.
    La Lega ha stravolto gli equilibri. La creazione dello spot prima della realizzazione del prodotto finito da commercializzare.
    Normalmente avviene il contrario ma va bene anche così purchè esista un prodotto finito.
    L’assenteismo partecipativo è un preoccupante segno dei tempi.
    Tempi segnati dalla volontà della politica ad imporre le proprie decisioni eliminando la volontà e la capacità alla discussione.
    Le sedute del nascente Consiglio Regionale, seguite da molti di noi, ne sono la prova inconfutabile.
    Il messaggio era chiaro:
    “NOI abbiamo già deciso la strada da seguire, o vi allineate oppure fate come vi pare.”
    Le parole di Rollandin in una questione marginale come la discussione sul Tibet hanno espresso chiaramente il concetto. O vi va bene così, vi concediamo il primo punto togliendo quello che non ci piace e ritirate il secondo punto altrimenti niente e va bene lo stesso.
    E’ nelle questioni marginali, in quelle apparentemente meno contingenti, che appare l’anima vera perchè le parole e l’atteggiamento possono essere meno controllati e più spontanei.
    Ci chiediamo del perchè di questa scarsa partecipazione agli interessi che sono i nostri interessi; il nostro presente e il nostro futuro.
    La triste realtà è che la politica si è autodistrutta nel senso che ha distrutto la volontà e la capacità partecipativa dei cittadini; un mondo a sè, distante nei contenuti e nei compensi dal mondo di tutti i giorni.
    Un mondo carico di arroganza nella sistemazione dei pochi eletti che si spartiscono il bottino abilmente e sapientemente distribuito solo in virtù della propria sopravvivenza.
    Un democrazia falsata dal distacco sempre più accentuato fra vita vissuta e vita programmata proprio da chi spesso la vita concreta non l’ha mai nemmeno sfiorata.

  15. Per Fabrizio:
    non dovresti stupirti della scarsa partecipazione. Sai bene che sono quasi tutti impegnati a salvarsi la pagnotta. Qualcuno, mugugnando nei bar, spera di salvare anche l’anima. Tutti, i pagnottari e le animacce, evitano accuratamente di intervenire in discussioni pubbliche. Se poi gli scappasse qualcosa di sgradito al santone? Se qualcuno li classificasse tra gli spiriti liberi, che hanno delle idee (di qualsiasi tipo) e quindi sono pericolosi per il sistema e da isolare? Poi a chi la chiedono la raccomandazione? Chi gliela dà la consulenza? Chi gli garantisce l’avanzamento di carriera (si fa per dire)? Chi gli fa vincere l’appalto? Chi ci va al loro funerale?

  16. Per l’étranger:
    dalla tua prima risposta capisco che brennerbasisdemokratie è un’operazione intellettuale (politica solo a lungo termine) che si propone(va) di costruire un’identità nuova del Sudtirolo, basata sul Miteinander (sullo stare insieme dei gruppi linguistici). L’autodeterminazione è subordinata a questa costruzione.
    Molto interessante, perché (a parte l’indipendenza, cui sarei contrario), è la stessa idea che ho cominciato a proporre io da un anno a questa parte. L’ho fatto nella mia proposta politica alle primarie del Partito Democratico, che puoi leggere qui.
    In quel testo scrivevo:
    Bisogna passare dalla chiusura e dall’arretratezza sbandierate come difesa delle tradizioni, all’apertura mentale e alla proposta creativa da e verso il mondo, che sole possono far nascere un’identità locale davvero condivisa da tutti i valdostani e non più soltanto da una parte di essi.
    Questo, anche se da noi la situazione è molto diversa dalla vostra. Noi non abbiamo due gruppi linguistici. Qui si parla italiano e basta, come ha dimostrato pochi anni fa (ma non ce n’era bisogno) una ricerca della fondazione Chanoux. Ma il nostro partito etnico di raccolta, l’Union Valdotaine, ha costruito, con abile e sistematica opera di propaganda, una realtà fittizia, per far credere allo stato italiano che esista una comunità di lingua francese. Il motivo è evidente: la salvaguardia della minoranza linguistica francese è proprio il motivo della concessione dell’Autonomia con lo Statuto Speciale. Così, tutti gli unionisti e i loro vassalli parlano in italiano nella vita di tutti i giorni, ma cominciano (cominciano soltanto) i loro comizi in francese spesso maccheronico, e lo stesso fanno nei loro interventi in Consiglio regionale. La potente macchina propagandistica regionale, alimentata dal fiume di denaro in arrivo dallo stato italiano (che restituisce molto più di quanto riceva) ha costruito un apparato ideologico basato su un passato mitico. Nonostante la presenza di una fortissima immigrazione da altre regioni, in particolare dalla Calabria (il mio cognome docet) ha imposto un Pensiero Unico cui la grande parte dei cittadini si adegua per paura o per interesse (prevale il secondo). Il Pensiero Unico teorizza l’esistenza di un’unica comunità, di un’unica identità, di cui la lingua francese è il vessillo. Non ci sono le due montagne del tuo scritto. Ce n’è una sola, però è finta. Uno come me, che non si riconosce minimanente nell’identità che loro hanno inventato, dovrebbe aderire alla grande chiesa (rinnegando se stesso) per avere accesso alla sua parte di benessere.
    Per questo propongo la liberazione dal Pensiero Unico e la costruzione di un’identità nuova, nella quale si possano riconoscere tutti i valdostani.

    E dopo questo bignami sulla situazione valdostana, ecco altre domande:
    perché hai lasciato il think tank? Che seguito ha nella regione quella proposta? Chi sono Supeciuk e i “disagiati”?

  17. Ti ringrazio caro Vincenzo. Ascolto con molto interesse quello che dici sulla Val d’Aosta e in un certo senso mi rallegro di aver scovato (anzi: di essere stato scovato) da un blogger-politico appartenente a una regione che ha molti punti di contatto con quella nella quale vivo io. Ovviamente per adesso ascolto soltanto, anche perché so quanto è difficile farsi un’opinione (e poi esprimerla) a proposito di realtà distanti e certamente più complesse di quello che si potrebbe immaginare. Prima di rispondere alle tue domande sulla nostra situazione sudtirolese, permettimi di farti una domanda su quella valdostana.

    Tu hai detto che il vostro partito “etnico” basa tutto il suo potere su una “truffa” (sostanzialmente). O per dirla meglio, su quello che alcuni storici hanno chiamato “l’invenzione della tradizione”. Devi sapere, caro Vincenzo, che qui da noi la Val d’Aosta viene ogni tanto tirata fuori per sostenere un argomento di questo tipo (argomento ovviamente sostenuto dai “tedeschi”): se non ci chiudiamo, se non perseguiamo con convinzione l’autodeterminazione, faremo la fine dei valdostani (ovvero verremo assimilati). Ti chiedo: in che termini è possibile parlare della Val d’Aosta come di un territorio assimilato o “italianizzato”?

    Vengo ora alle risposte.

    Ho lasciato il think tank un po’ per stanchezza (è difficile battere sempre sullo stesso chiodo, e io l’ho fatto per quasi due anni) un po’ perché secondo me avevamo raggiunto un limite invalicabile. Dopo aver infatti perfezionato – con molti contributi e discussioni – l’impianto teorico, ci sarebbe stato bisogno di confrontarsi con interlocutori in grado di proporre obiezioni intelligenti e non pregiudiziali. Ma questi sono mancati completamente. Al contrario, sostegno (poco) e avversione (moltissima) hanno presentato il conto di una mentalità locale ancora del tutto impreparata ad intendere la stessa autonomia (ciò di cui attualmente disponiamo) come un contenitore nel quale potesse avvenire il passaggio da una concezione “etnica” (di difesa) ad una concezione “post-etnica” e “territoriale” (dunque anche orientata ad una trasformazione radicale dell’impianto istituzionale esistente: punto di fuga indipendenza). Con ciò penso di aver anche risposto alla tua domanda successiva (“Che seguito ha nella regione questa proposta?”). Direi NESSUNO. Mai letto qualcosa che potesse anche minimamente andare nella direzione da noi indicata o auspicata…

    Chi sono Superciuk e i “disagiati”? Sono fondamentalmente gli “italiani” di qui (in buona sostanza gli abitanti della città di Bolzano). Essi si considerano a tutti gli effetti “italiani” (cioè appartenenti allo Stato italiano) e fanno molta fatica ad accettare l’evoluzione etnicistica dell’autonomia (anche con ragioni talvolta condivisibili, però purtroppo sempre adottando argomenti che tenderebbero a sospendere o non riconoscere alcune specificità territoriali: loro dicono “siamo tutti uguali” e non tolleriamo nessun tipo di discriminazione). Da un lato approfittano ovviamente dei vantaggi dell’autonomia (che ricadono su tutti), dall’altro si lamentano che il loro ruolo nella gestione del territorio è subordinato al potere politico della maggioranza tedesca e dunque tendono sempre a lamentarsi e a dire che qui non si sentono a casa (disagio).

    Non mi dilungo molto su questo tema perché posso rinviarti ad un libro scritto da un giornalista locale, un collega (lavora alla RAI di Bolzano) che proprio agli “altoatesini” (come si chiamano gli italiani di qui, in contrapposizione ai “sudtirolesi”, cioè ai “tedeschi”) ha dedicato un libro molto lucido: Lucio Giudiceandrea, Spaesati, Edizioni Raetia.

  18. Interrompo un attimo l’interessante colloquio tra Vincenzo e l’étranger per far presente a Fabrizio Favre che non si illuda e si accontenti per il momento (?) dei soliti quattro gatti a cui non frega niente se nessuno verrà al loro funerale e, come il sottoscritto, non frega niente, adesso che è in pensione, di avere ulteriori incarichi dalla Regione grazie a cui guadagnare più di quando era dipendente. A cui ormai, vista anche l’età, non frega niente dei dibattiti fine a sé stessi che trovano il tempo che trovano (finché parli e non dai fastidio i politici ti lasciano tranquillamente fare). A cui invece non è andata giù di essere stato strapagato, negli ultimi sei anni di lavoro (?), senza aver potuto sapere, da NESSUNO, che cosa dovesse fare (mansioni, ecc.). Il motivo vero è: non è abbastanza MANOVRABILE (ma nessuno ha mai avuto il coraggio di dirmelo apertamente). E questa (la manovrabilità) è il primo requisito richiesto ai dirigenti regionali, cui tocca ormai fare anche i lavori SPORCHI in luogo del politico. Non mi dilungo, l’ho già fatto diverse volte.
    A cui sono state rivolte minacce anonime telefoniche di MORTE (personali, ai figli, alla moglie che sarebbe stata sgozzata) in stile perfettamente MAFIOSO per aver fatto presente all’Amministrazione comunale UV di Rhemes-Saint-Georges, da decenni e decenni in mano agli stessi notabili, alcune macroscopiche ingiustizie ed alcuni macroscopici favoritismi, per il solo motivo che aveva richiesto di poter costruire un balconcino che NON doveva essere costruito.
    Questo è il linguaggio dei valdostani che votano UV e compagnia. Cosa vuoi dibattere? Occorre prendere coscienza della situazione e per lo meno denunciarla (ci vuole un po’ di coraggio). Un coltivatore del posto (fatto riportatomi da persone più che attendibili), qualche anno fa, il quale non aveva aderito ad un progetto agricolo previsto dall’allora Amministrazione sarebbe stato, in seguito ad una rissa, massacrato di botte, e, creduto morto, già condotto sul ponte di Introd per simulare un suicidio. Il malcapitato rinvenne, fu abbandonato sul ponte (in piena notte), e qualcuno dei presenti chiamò anonimamente i carabinieri, dopo di che tutti sparirono. Il malcapitato fu riportato a casa dai carabinieri, ovviamente non parlò e non fece nessuna denuncia. Questa è la realtà, questo è il paese in cui viviamo.
    Ovviamente spero vivamente che i miei due figli non abbiano bisogno dell’elemosina di questo ingrato paese.

    Intanto la Zublena ha appena dato l’incarico a due esperti in materia di acustica ambientale di redigere un piano ad hoc. E’ la premessa per un nuovo carrozzone regionale? La Regione, dopo aver approvato il PTP, DIECI anni fa, non ha ancora ottemperato IN NULLA a quanto si era impegnata allora (progetti, ecc. e forse a questo punto è meglio che non lo faccia più), anzi, vuole rivederlo, chissà quando, ha detto però la Zublena. Intanto cominciamo con il dare incarichi … alla faccia del conclamato risparmio e snellimento annunciato da Rollandin.

  19. Ehmm. Il nostro “superciuk” ha appena postato un testo che a mio avviso (senza tante spiegazioni) mostra bene in che cosa consiste il cosiddetto “disagio degli italiani” del Sudtirolo. Eccolo qui:

    Sembra proprio che solo un’ombra possa salvare il Sudtirolo dal baratro nel quale sta per cadere. Aiutato da volenterosi maestrini dalle penne rosse sempre pronti a dare lezioni di sapienza e saggezza e insulti da osteria. E nessuna soluzione che non sia il mantenimento dell’esistente, garantito da improbabili motivazioni giustificazioniste ad aeternum nei confronti di una minoranza nazionale che non ha riguardi per le minoranze al suo interno. Il tragico del tutto o il ridicolo, di questo teatrino grottesco che viene ripetuto ormai da decenni e che cambia gli attori, ma non il copione, è che si trovano sempre baldi giovani disposti a giustificare lo svilimento dei diritti umani che provoca l’etnocentrismo istituzionalizzato. In questo scenario da libro Cuore al contrario, dove i buoni che non ci stanno vengono presi a randellate (solo, per ora) verbali, ci sono pure le vedette lombarde, come il ministro Calderoli che viene, naturalmente in piena stagione, chissà perché, in Sudtirolo, a trovare il Durnwalder in montagna. Ripetendo i ridicoli pellegrinaggi periodici effettuati da tutti i politici italiani degli ultimi 60 anni, immaginiamo tra bevute di birra, passeggiate, mangiate e con un salto allo spaccio alimentare per comprare un po’ di speck da portare agli amici.. Calderoli viene, promette nuove competenze, non ottiene niente in cambio e se va. Un trionfo della politica romana, del Governo. Che, se non ha niente da obiettare sull’operato di Calderoli, evidentemente, è d’accordo. Anche quei partiti che a Bolzano fanno a gara a chi le spara più grosse contro la Svp ed i tedeschi e poi, a Roma, fanno e disfano come vogliono..

    Ormai la minoranza italiana dell’Alto Adige è legata ad un’ombra incorporea che la tiene nel sogno ed in vita. Quando si risveglierà non esisterà più. Resteranno i soliti maestrini dalla penna e dalla pena rossa. E non per molto anche loro

  20. Sig. Favre, le ho solo raccontato parte di casi personali, tralasciando un’infinità di particolari (un presumibile sabotaggio all’autovettura, ecc.).
    Sa, ad es., che in questo paesino c’è un parcheggio pubblico costruito con i soldi pubblici, non segnalato e che nessuno o quasi conosce, a servizio di UN SOLO fabbricato, e che l’Amministrazione comunale (anzi due amministrazioni comunali) si ostinano a NON segnalare, nonostante inviti e sollecitazioni, solo perché NON DEVE ESSERE SEGNALATO?
    E negli altri comuni della Regione la situazione non è molto diversa. Si ricorderà senz’altro della strage di Ayas per un fazzoletto di terra prima edificabile, poi non più. Ma probabilmente non conosce tutta la storia. Ci sono due persone a cui probabilmente le ginocchia tremano ancora oggi, perché, per una strana premonizione e un avvertimento dell’ultimo momento, non si sono presentati ai rispettivi appuntamenti a cui, se si fossero presentati, v’era già una pallottola in canna anche per loro. Persone addentro alle cose della politica locale, o meglio, degli affari locali.
    Questa è la realtà.
    Questo è il federalismo già realizzato in VDA e decantato in questi giorni da Rollandin, capo dei capi, e Gérardin, capo dei sindaci, il “sistema” messo a punto per la VDA da Viérin negli anni ’90 con, in particolare, la riforma degli enti locali (legge 54/98 la quale porta significativamente il titolo: “sistema degli enti locali”) e quella della pubblica amministrazione (legge 45/95).
    Il risultato? I casi assurti all’onore delle cronache per i rispettivi risvolti penali (Maccari, Bassignana, Pilatone, Carradore, Pasqualotto) sono solo la punta di un iceberg e quel che è uscito allo scoperto è solo una esigua e minima parte del tutto. Come avrà potuto notare dai nomi elencati, oggi nei guai vanno, bene o male, solo i funzionari, i politici sono sempre innocenti (la responsabilità è, per legge, del funzionario, io non ne sapevo niente). Ma fino a quando potrà continuare questa pietosa sceneggiata?

  21. Si potrebbe dire che stiamo passando dalla mafiosità alla mafia tout court.

    Ma vorrei rispondere alla domanda dell’étranger sull’assimilazione.
    Come ti ho già scritto in un commento precedente, l’italianizzazione è avvenuta senz’altro. Solo l’uno per cento della popolazione si esprime in francese. Ma, paradossalmente, questo fenomeno non si è verificato durante il fascismo (che ci aveva provato, arrivando persino a tradurre i toponimi), bensì a partire dal dopoguerra, dopo la concessione dell’autonomia con lo Statuto speciale. E pensare che è stato fatto di tutto per favorire l’uso del francese: l’insegnamento già in prima elementare, l’esame per accedere a qualsiasi posto di lavoro pubblico, l’esaltazione propagandistica della lingua d’oltralpe come lingua madre dei valdostani, le collaborazioni transfrontaliere, gli spettacoli teatrali e i libri in lingua diffusi gratuitamente… Eppure i valdostani non ne hanno voluto sapere. Si sono messi a parlare italiano, perché l’hanno sentito come lingua propria. Non solo: hanno persino cominciato a odiare il francese, perché appariva come lingua imposta. E parlo proprio dei cosiddetti “valdostani doc” (quelli che erano qui da molte generazioni), che potremmo considerare i nostri sudtirolesi. Essi, infatti, in casa non avevano mai parlato francese (se si escludono pochi notabili) bensì il patois, un dialetto. Quello lo sentivano loro, il francese no. Come lingua hanno trovato naturale scegliere l’italiano. (D’altra parte, pensi che sarebbe stato possibile convincere un sudtirolese a pensare in italiano?)
    Come puoi capire si è trattato di una jattura per l’UV, che per reazione ha intensificato il lavaggio del cervello nei confronti della popolazione, per cui oggi puoi trovare anche gente che pensa e parla in italiano e dichiara in tv che la sua lingua madre è il francese. E la cosa tragica è che ci crede pure, in qualche caso.
    Italianizzazione significa assimilazione? Direi di no.
    Intanto, assimilazione di chi, da parte di chi? La cultura valdostana, visto che il francese è una finzione a uso contrattuale con lo stato, non consiste in altro che nell’uso del patois. Uso che nessuno contesta, nessuno minaccia. I valdostani continuano a usare il patois, e anzi lo insegnano a scuola ai bambini calabresi. Se c’è qualcuno che è stato assimilato, sono quelle molte decine di migliaia di persone (la maggioranza degli abitanti) che non c’entrano nulla con la “tradizione inventata” ma tacciono e fingono di condividerla per trarne vantaggi. Il potere che conta, infatti, è tutto, e da sempre, in mano ai “valdostani doc”, ma il maggior serbatoio di voti dell’Union Valdotaine è rappresentato dai voti dei calabresi, il che è tutto dire.

    Per una trattazione umoristica della società valdostana (stemperando un po’ il clima) ti rimando a un libro (Valdostani, les montagnards sont là, ormai un long seller) che ho scritto con Giulio Cappa, giornalista della Rai locale. E’ la prima volta che lo pubblicizzo sul blog, ma qui ci sta bene.

  22. Interessante. Volendo a tutti i costi (prendi però anche questo come tentativo umoristico) sovrapporre la vostra situazione alla nostra, si potrebbe dire che mentre per i valdostani doc lo “scivolamento” nell’italiano è stato qualcosa di reale (ma negato dal punto di vista ideale), per i sudtirolesi doc l’impossibilità di scivolare realmente nell’italiano ha originato una sorta di paura ideale della contaminazione, talmente forte da interpretare anche lo scivolamento reale dei valdostani doc nell’italiano come un possibile destino anche per loro. Veramente interessante.

  23. Confesso anch’io di essere rimasto particolarmente toccato e amareggiato dalle parole di Courthoud.
    Mi chiedo quanti Courthoud vi siano oggi in questa nostra regione.
    Mi chiedo del perchè del silenzio della stampa su vicende come questa che dovrebbero essere apparse a grandi titoli sui giornali locali.
    Mi chiedo se sia un caso isolato o se sia stato isolato volontariamente ed abilmente.
    Mi chiedo perchè dobbiamo conoscere queste vicende en passant in un blog senza pretese e senza la possibilità che molti altri nostri corregionali ne vengano informati.
    A che punto siamo arrivati?

  24. Questo intrecciarsi di commenti, da una parte sullo scambio di informazioni tra due realtà per alcuni versi simili e dall’altra sulle inquietanti degenerazioni della società valdostana, mi suggeriscono un’altra domanda all’étranger.
    Anche in Sudtirolo la permanenza del potere sempre e soltanto nella mani di un partito come l’Svp ha portato alle stesse degenerazioni? Voglio dire: corruzione diffusa, partiti politici controllati da potenti e trasversali comitati d’affari, annichilimento dell’opinione pubblica, assenza di dibattito, informazione controllata quasi completamente, ecc.? Qui da noi, come avrai capito, questa cappa opprime molto.

  25. Desidererei qualche approfondimento su alcune affermazioni che definirei “rivelatrici”:

    1) L’italianizzazione non è (auto)assimilazione?
    2) L’arpitano è un dialetto?
    3) Insegnarlo ai calabresi è invece assimilazione?

  26. Il gioco si fa duro. Ma so già che è come discutere delle prove sull’esistenza di Dio. Interessante, per qualche secolo, ma poi stanca un po’.

  27. Stanca sempre quando si viene colti in flagrante. Pare che in Vallée d’Aoste ci siano elementi di retorica “nazionale” generalmente accettati – se perfino una persona di sinistra (o ho capito male) si lascia andare a schematizzazioni talmente banali e fondamentalmente errate.

  28. È quel clima generalmente avverso alle “diversità” che c’è in quasi tutta Italia e che – per chi capisce il tedesco – avevo descritto qui: http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=1110
    Il Sudtirolo per ora se ne è tenuto alla larga grazie anche alla specialità “più speciale” della sua autonomia rispetto alle altre (ancoraggio internazionale e via discorrendo).

    Pare che anche la Vallée non sia immune da queste tendenze, e, per come l'(auto)assimilazione ha potuto agire non potrebbe essere diversamente. Per dire: Noi auspichiamo l’insegnamento del ladino (un “dialetto”?) in tutte le scuole del Sudtirolo. Nella (spregiudicata) retorica “nazionale” questo lo chiamereste “assimilazione”.

  29. Non sono affato stato colto in flagrante (e per quale reato poi?). Non avevo tempo di risponderle prima. Certo ora sono intimidito dal fatto di avere a che fare con un luminare, che per umiltà (immagino) non ha ritenuto di presentarsi, e dall’alto della sua autorità nel campo trancia giudizi (banale, errato) senza motivarli.
    1) l’italianizzazione (in questo caso) non è autoassimilazione, perché i valdostani sentono l’italiano come lingua propria (intimamente, non nella finzione propagandistica, dove invece il francese è Madre Lingua). A me interessa la reltà, non la finzione (se non nelle arti).
    2) Cos’ è lingua e cosa dialetto lo stabilisce la definizione che se ne dà. Se dico che una lingua ha quattro zampe e abbaia, allora il cane è una lingua. Secondo i siciliani il siciliano è una lingua, secondo i marchigiani il marchigiano è una lingua, secondo gli arpitani l’arpitano è una lingua. Va bene, sono lingue, così siete tutti contenti e a me non costa nulla. Non cambia una virgola nel mio ragionamento se lei sostituisce dialetto con lingua. Non lo dicevo in senso spregiativo. Avevo una definizione di lingua diversa dalla sua, ma davvero è un dettaglio senza importanza.
    3) Insegnare l’arpitano ai calabresi non è assimilazione, fino a che i calabresi non parleranno con naturalezza e spontaneamente a casa loro l’arpitano. Fino ad allora saranno calabresi che conoscono anche l’arpitano. Spero sia utile per loro.
    Riguardo alla retorica nazionale, qui in Valle d’Aosta è del tutto assente. Personalmente rifiuto qualsiasi nazionalismo, compreso quello italiano. Pensi (qui cambio tono, ne assumo uno più lieve, nota del blogger) che alla fine del comizio di Veltroni ad Aosta non ho neppure cantato l’inno di Mameli (l’hanno invece cantato i valdostani doc).

  30. Mi sembra che debba ancora rispondere a una domanda di Vincenzo, prima di prendere brevemente posizione su quanto detto dal mio amico Simon Constantini (pérvasion).

    Allora, tu chiedi: “Anche in Sudtirolo la permanenza del potere sempre e soltanto nella mani di un partito come l’Svp ha portato alle stesse degenerazioni? Voglio dire: corruzione diffusa, partiti politici controllati da potenti e trasversali comitati d’affari, annichilimento dell’opinione pubblica, assenza di dibattito, informazione controllata quasi completamente, ecc.? Qui da noi, come avrai capito, questa cappa opprime molto”. Risposta: in parte certamente sì, anche se non direi che la situazione che abbiamo possa dare adito a confronti con altre regioni italiane, nelle quali non sono certamente assenti quei fenomeni da te citati, ma senza il conforto di un’amministrazione pubblica che potremmo qualificare come efficiente (o almeno efficiente tanto quella che abbiamo noi, pur con i suoi difetti). Del resto, la NEGAZIONE del diritto di autodeterminazione (che è alla base della particolare autonomia sudtirolese) gettò già di per sé una forte ipoteca sull’evoluzione democratica del Land, concentrando tutto il potere possibile nelle mani di un partito che ha compreso per moltissimi anni sé stesso alla stregua di una semplice “versione politica” del popolo sudtirolese (adesso le cose stanno cambiando, anche se lentamente, e nelle prossime elezioni provinciali – ottobre prossimo – non è improbabile che la SVP perda il 50% dei consensi).

    Vengo adesso agli appunti di pérvasion. La mia sensazione è che lui applichi al caso sudtirolese le medesime categorie che potremmo applicare noi parlando del Sudtirolo. È indubbio che esistono delle analogie (forte presenza di un dialetto, per esempio), ma è anche probabile (anzi sicuro) che vi siano delle differenza che non possono farci sovrapporre una situazione all’altra. Il nocciolo, mi pare, è quello dell”assimilazione”. Nel caso dei sudtirolesi abbiamo senza dubbio avuto forme di assimilazione “forzata”, sempre contrastate (a mio avviso: giustamente) dalla popolazione locale. Da quanto capisco, invece, nel caso dei valdostani questo processo è stato multiforme (non semplicemente imposto dall’alto, con azioni politiche), più pervasivo e in gran parte accettato dalla popolazione locale (salvo poi rivendicare uno status di “diversità” istituzionalmente redditizio). Correggetemi se sbaglio.

  31. Caro Vincenzo , la definizione, reazionaria, di disagiato, e`assimilabile, nel valore dato a questa parola da chi la usa contro chi critica il sistema della razza (reazionarissimo e corporativo) a quel termine di asociale che ha il valore, terribile, di lontano dalla societas, dalla massa dei valori condivisi, dalla civilta’. A questo porta il sostegno ad un sistema non democratico e razziale, il contrario di quello che dovrebbe essere garantito ad ogni cittadino. Naturalmente i sostenitori dell´esistente e i finti critici, di cui hai alcuni esponenti nel tuo blog, negano qualsiasi segregazione delle razze, qualsiasi problema di tipo etnico, qualunque critica sostanziale al sistema che non facciano loro. Diciamo che, per capire l alto adige potrei ripostare, premesso da un si`, quel che tu scrivi “non dovresti stupirti della scarsa partecipazione. Sai bene che sono quasi tutti impegnati a salvarsi la pagnotta. Qualcuno, mugugnando nei bar, spera di salvare anche l’anima. Tutti, i pagnottari e le animacce, evitano accuratamente di intervenire in discussioni pubbliche. Se poi gli scappasse qualcosa di sgradito al santone? Se qualcuno li classificasse tra gli spiriti liberi, che hanno delle idee (di qualsiasi tipo) e quindi sono pericolosi per il sistema e da isolare? Poi a chi la chiedono la raccomandazione? Chi gliela dà la consulenza? Chi gli garantisce l’avanzamento di carriera (si fa per dire)? Chi gli fa vincere l’appalto? Chi ci va al loro funerale?””Questo intrecciarsi di commenti, da una parte sullo scambio di informazioni tra due realtà per alcuni versi simili e dall’altra sulle inquietanti degenerazioni della società valdostana, mi suggeriscono un’altra domanda all’étranger.
    Anche in Sudtirolo la permanenza del potere sempre e soltanto nella mani di un partito come l’Svp ha portato alle stesse degenerazioni? Voglio dire: corruzione diffusa, partiti politici controllati da potenti e trasversali comitati d’affari, annichilimento dell’opinione pubblica, assenza di dibattito, informazione controllata quasi completamente, ecc.? Qui da noi, come avrai capito, questa cappa opprime molto.” Se io rappresento per etranger l asociale ed il disagiato e pure l analfabeta e il cretino, per me lui ed i suoi amici sono espressione del sostegno dato alla Svp da settori ormai ultraconservatori dei verdi e del PD. I motivi di tutto questo li sai e non te li devo certo suggerire io… Sarebbe stato corretto che etranger, invece di attaccarmi con insulti sia sul suo blog che sul mio, ma io non glieli pubblico, e venire qui a spostare il suo balcone mediatico, mi avesse avvertito del dibattito. Ringrazio VIncenzo del suo interesse per il mio blog.
    Quello che scrivi sulla Val d Aosta, VIncenzo, mi conferma nella mia convinzione che l euroregionalismo etnico crea dei sistemi a scarsa democrazia, autoreferenziali, clientelari e poco dinamici

  32. 1) L’assimilazione non è una cosa statica, ma è un processo. Se oggi i valdostani sentono l’italiano come lingua propria, ma vent’anni fa (sparo un numero a caso) non era così, io parlerei di (auto)assimilazione. Sulla finzione politica ovviamente non mi esprimo, perché questa sì la si può giudicare solamente conoscendo bene la situazione locale.

    2) Mi aspettavo una risposta simile. Infatti, laddove la lingua minoritaria è una lingua “senza nazione” si trova sempre chi, per metterne in dubbio la dignità, cerca di spostare o comunque di tematizzare il confine tra lingua e dialetto. L’uso che lei fa dei termini è molto rivelatore delle sue convinzioni, anche se ora molto liberalmente concorda nel sostituire il dispregiativo “patois” con “arpitano” e l’altrettanto riduttivo “dialetto” con “lingua”. Paragonandolo poi al siciliano od al marchigiano fa un’altra operazione di ridicolizzazione. Allo stesso modo potrei controbattere: Secondo gli aostani l’arpitano è una lingua, secondo i tedeschi il tedesco è una lingua, secondo gli italiani l’italiano è una lingua. Ancora una volta, dal contesto, si evince l’opinione dell’autore, ma continueremmo pur sempre a parlare del fumo e non dell’arrosto. Anche in Sudtirolo il ladino sarebbe stato definito un dialetto, se la nostra autonomia fosse imperniata su di esso (ed anzi il fascismo lo fece). Ma per fortuna qui c’è anche il tedesco, e quindi tale opera diffamatoria non sortirebbe effetto alcuno. È ovvio invece che nella Vallée chi vuole delegittimare la “specialità” e la “diversità” se la prenda con il francoprovenzale.

    3) Dunque lei ritira quanto scritto poco più in su: “Se c’è qualcuno che è stato assimilato, sono quelle molte decine di migliaia di persone (la maggioranza degli abitanti) che non c’entrano nulla con la “tradizione inventata” ma tacciono e fingono di condividerla per trarne vantaggi.”

  33. 1) Riguardo ai valdostani: era così anche cinquant’anni fa, non solo vent’anni fa. Casomai, negli ultimi vent’anni ha agito in profondità la propaganda uinionista, che ha fatto sorgere nei valdostani doc la convinzione di essere francofoni, contro ogni evidenza e con effetti davvero comici.

    2) Lei evoca l’opinione dell’autore, che sarebbe celata in alcuni lapsus rivelatori. Boh, a me pare di aver espresso esplicitamente la mia opinione, senza che ci sia bisogno di andarla a cercare tra le righe. Quando me la sarei presa con il francoprovenzale? Mio padre, calabrese, lo parla correntemente (come seconda lingua, s’intende).

    3) Non ritiro quanto scritto più su. Si capisce bene che lì parlavo di un’assimilazione finta (per interesse). A francofonia finta corrisponde un’assimilazione finta. Se invece i calabresi in casa parlassero l’arpitano, quella sarebbe vera assimilazione.

  34. Non intendo ovviamente aprire qui un confronto con Luigi D’Ambrosio (superciuk). Mi basta solo affermare quanto segue (lo faccio per correttezza nei confronti del nostro ospite):

    1. La presenza di questo dibattito, caro D’Ambrosio, ti era nota perché sul tuo blog è finito un riferimento a questa discussione non appena Vincenzo ti ha linkato: quindi non raccontare fregnacce.

    2. Io sono molto più critico nei confronti della SVP e del potere locale rispetto a D’Ambrosio. Solo: mentre la mia critica è circostanziata e parte dall’acquisizione dei dati di fatto (riconoscimento dello status di minoranza della popolazione sudtirolese in primis), lui parla di “sistema razziale” secondo uno stereotipo predefinito dalla destra nazionalista italiana, e così facendo PUNTELLA il potere della SVP (effetto della “zappa sui piedi”).

    Prometto che non entrerò più in polemica diretta con D’Ambrosio nell’ambito di questo blog (lo facciamo – ancorché sterilmente – fin troppo altrove).

  35. Mi inserisco nella discussione esprimendo il mio punto di vista poichè anche per chi questa regione abita vi sono punti di vista diversi anche se quello che ha detto Vincenzo è fondalmente vero.
    Bisogna fare un passo indietro; anzi più di un passo, diciamo di un paio di generazioni.
    Il Francese in Valle non è mai stato, a livello concreto e non formale, negli ultimi decenni lingua parificata all’Italiano ; non ho mai sentito i miei nonni o i miei zii ( tutti valdostani Doc) o altri del paese parlare quotidianamente in francese ;lo è stato invece,se vogliamo, il patois perchè fino a 40 anni fa la maggior parte dei valdostani che vivono in questa terra iniziavano a conoscere l’italiano quando iniziavano a frequentare le scuole primarie mentre hanno sempre continuato ad utilizzare il patois a casa e nei rapporti quotidiani parlati.
    Il patois è l’espressione del cuore dei valdostani e l’italiano un mezzo comodo di espressione e comunicazione.
    Esistono 74 comuni in Valle; ognuno ha il suo patois, anzi in alcuni casi abbiamo addirittura per molti vocaboli due patois diversi nello stesso paese; è evidente come sia stato impossibile creare una diffusione capillare della lingua patois scritta, seppur esistano studi e dizionari specifici in patois.
    Spesso è difficile capirsi fra 2 valdostani che parlano i patois dei rispettivi paesi figuriamoci poter esprimere nella forma scritta queste differenze o voler amalgamare tali diversità per farne nascere un unico idioma.
    Ovviamente tutti questi patois hanno la loro radice nel francese; 74 piante con foglie e frutti leggermente diversi riconducibili ad una unica radice franco-provenzale.
    Perchè dunque non è stato il Francese, apparentemente più vicino all’origine della nostra parlata, ad emergere ed imporsi come lingua ?
    I motivi sono ovviamente molteplici e si potrebbe scrivere un libro sull’analisi dei perchè.
    Fondamentalmente però appare evidente che dal dopoguerra con lo sviluppo industriale generato sempre da imprenditori Italiani, con il boom del turismo in larga parte di natura italiana, con una scuola che ha sempre previsto la lingua francese solo parificata all’italiano nel senso dell’apprendimento letterale mentre l’italiano è sempre stato impiegato in storia, gerografia, matematica ecc.ecc., con una televisione che solo ultimamente ha previsto l’emissione di 1 canale francese e 1 svizzero ma che per decenni è sempre e solo stata “italiana”, con la frequentazione e la validità di una laurea obbligatoria da conseguire in Italia, con tutti i documenti ufficiali redatti in italiano, il destino del francese come lingua di parcheggio è stato ovviamente segnato.
    Al di là del triste periodo dell’epoca fascista, ricordato da Vincenzo, non mi sembra vi siano state “forzature” poichè quello che ci è arrivato dall’esterno è stato accolto, il più delle volte a braccia aperte perchè ha significato in molti casi la fine di una miseria a dir poco disumana e la possibilità per molte nostre famiglie valdostane emigrate per la fame di fare ritorno al proprio paese e riabbracciare i propri cari.
    Tutto ciò ovviamente non toglie che esistevano, esistono ed esisteranno in futuro particolari condizioni geografiche, sociali e culturali nella nostra piccola comunità che, a mio avviso, ci pongono in quello stato di “diversità” che è riduttivo collegare al solo discorso della lingua.
    Una diversità che è stata ed è ancora penalizzante a livello agricolo, industriale, sanitario e spesso culturale.
    Che poi tutto questo sia stato utilizzato o gestito in malo modo o che comunque le nostre condizioni attuali non sono certo floride quanto avrebbero potuto esserlo con una gestione oculata, seria professionale ed imparziale questo è tutto un altro discorso.

  36. Grazie “Ghianda”, adesso tutta la situazione sta assumendo contorni più chiari (e le similitudini con il Sudtirolo diventano meno appariscenti: spero concorderà anche l’amico pérvasion).

  37. credo di poter dire che l’Alto Adige (Sud Tirolo) e la Valle d’Aosta abbiano una storia talmente diversa e talmente distante da non poter essere assolutamente confrontabili. Al di là e oltre il problema linguistico bisogna tener presente che la Valle d’Aosta, fin da quando si hanno notizie storiche sufficientemente certe (intorno all’anno mille), ha sempre fatto parte dei territori controllati dai Savoia, di cui ha sempre passivamente seguito le vicende. Non è MAI stata francese, fuorché nel breve periodo napoleonico, né mai ha desiderato esserlo (lasciamo stare le vicende dell’ultimo dopoguerra, poco significative). Non ha MAI cercato un’autonomia dallo Stato savoiardo, neanche dopo l’unità d’Italia. Dopo l’Unità d’Italia si è posto il problema della lingua (scolastica e ufficiale, che qui era il francese dai tempi di Emanuele Filiberto), mentre la lingua madre (quella che si impara da piccoli dalla mamma) è sempre stata il francoprovenzale. Il problema dell’autonomia (che significa?) si è posto solo dopo l’ultima guerra, con posizioni varie (annessione alla Francia, indipendenza, regione autonoma).
    Le vicende storiche sopra evidenziate hanno perfino fatto dire, nel periodo fascista, ed in lingua francese, ad intellettuali valdostani doc (uno per tutti l’abbé Henry, autore di una storia della Valle d’Aosta molto popolare), che questa Valle era la culla dell’Italia, perché si trattava dei più antichi possedimenti dei Savoia di quella che sarebbe stata la futura Italia.
    Come potete vedere le storie della VDA e dell’Alto Adige sono imparagonabili.
    Per quanto concerne le vicende recenti della VDA, io, valdostano autoctono, mi sento di confermare integralmente le affermazioni più sopra fatte da Calì, qualora qualcuno le ritenesse “di parte”, vista la sua origine calabrese.
    Vorrei anche farvi presente che è stato recentemente presentato in Parlamento, da parte di un valdo friulano sponsorizzato da Alessandra Mussolini di Azione Sociale (vi prego di non fare alcuna associazione di tipo politico) un interessante progetto di legge di modifica allo Statuto della VDA, il quale, frutto di buon senso, metterebbe tutti d’accordo: possibilità di insegnamento in lingua francese per i pochissimi di lingua madre francese o per chi comunque lo desiderasse, mantenimento della parità di insegnamento delle due lingue, italiano e francese, fin dalle elementari per chi lo desiderasse, e infine obbligo dell’insegnamento di un minimo di francese a partire dalle sole scuole superiori per chi preferisse un orientamento linguistico diverso (inglese). Personalmente la condivido e ritengo che il primo a trarne vantaggio sarebbe … il francese, che verrebbe studiato da chi lo desidera effettivamente, e per il quale verrebbe comunque garantito un insegnamento minimo per tutti. Ma, come tutti sanno, il buon senso molte volte non trova spazio nella politica. Tale proposta, infatti, a parte le notiziole di cronaca, non ha suscitato ALCUN dibattito o presa di posizione in VDA. E’, politicamente parlando, un argomento TABU.
    Per quanto riguarda l’insegnamento del francoprovenzale a scuola, lasciamo perdere. Genitori di madre lingua francoprovenzale che potrebbero tranquillamente parlarlo ai loro figli e farne la loro lingua madre, preferiscono parlare loro italiano (non da ora, da decenni e decenni). Esistono comunque già corsi facoltativi di francoprovenzale, dove chiunque abbia desiderio, può tranquillamente iscriversi ed impararlo. Non vedo perché farne un obbligo.

    Mafia e mafiosità in VDA: l’importante è saperlo e dirlo, e non affermare, come molti fanno, che qui è terra vergine.
    D’altronde non è storia di oggi: tutti ricordano l’attentato al pretore Selis (esplosivo sulla sua macchina), ai tempi in cui i calabresi qui votavano ancora per il PSI ed erano sprezzantemente definiti terroni da quegli stessi che ora ne ricercano il voto (UV). Il pretore Selis morì suicida ed è sepolto, per sua volontà, nel cimitero di rhemes-notre-dame (amava la montagna).
    Tutti ricordano il pretore Vaudano il quale parlava di “mafia di montagna”, il quale, dopo avvertimenti vari in stile mafioso-montanaro fu praticamente costretto ad andarsene.
    Poi è intervenuta l’attuale pax politico-giudiziaria sulla quale è meglio sorvolare (anche per diretta esperienza personale): le archiviazioni ed il silenzio sono all’ordine del giorno. La cappa è sempre più pesante (per chi non si adegua).

  38. Pingback: Val d’Outa ist nicht Südtirol « SegnaVia

  39. Ora non ho tempo di rispondere. Lo farò più tardi. Per Étranger: Io qui non ho mai parlato di similitudini con il Sudtirolo. Non sono necessarie per dare una “lettura” di quello che qui viene scritto.

  40. 1) Avevo scritto che stavo sparando un numero a caso. Che gli anni fossero 10, 50 o 100 poco cambia nella sostanza: Una lingua è stata eliminata per assimilazione, perché integrata in uno stato nazionale che non ha saputo o voluto proteggerla. Potremmo convenire sul fatto che sia stata un’erosione lenta e probabilmente non violenta. Che poi oggi, come lei afferma, vi sia un’intento di stabilire il francese come lingua di facciata per mantenere posizioni di reddito o di privilegio, sta a dimostrare che chi governa quella terra non ha saputo (o voluto) sfruttare l’autonomia come strumento per la salvaguardia di una lingua/cultura/…, come d’altronde accade in quasi tutte le regioni autonome d’Italia (Sardegna, Friuli Venezia Giulia…)

    2) Che suo padre parli perfettamente il francoprovenzale non è una nota di merito od un’immunizzazione dalla stupidaggine di ridicolizzare una lingua anche solo attraverso l’uso delle parole. Qual’è la sua ricetta per ridare linfa all’arpitano?

    3) Un’assimilazione per finta non è un’assimilazione. L’assimilazione è una cosa seria ed è quella di cui al punto uno.

  41. Che uno debba essere accusato di essere apologeta della destra nazionalista quando si accusa il sistema di essere razziale è uno degli assurdi di un sistema che controlla le coscienze e dirige i comportamenti. Ogni totalitarismo nasce per giustificare qualcosa. Quella sudtirolese, supportata e finanziata dallo Stato, nasce da una guerra mondiale, da un periodo fascista di dittatura (ma lo è stato per tutti), da un sostegno entusiasta di gran parte della popolazione sudtirolese al nazionalsocialismo ed alle sue frange estreme (SS comprese), ad un’italianizzazione nemmeno tanto strisciante. Ma delle norme che dovevano essere provvisorie sono diventate definitive, una minoranza che aveva delle ragioni per chiedere ora vuole tutto, con uno Statuto che ora, con l’Europa integrata di Schengen non ha più senso. Il controllo dei partiti è totale sulle attività culturali, politiche, economiche, scolastiche e mediatiche che abbiamo in Sudtirolo e per niente simile ad un sistema di libertà condivise. La storia viene violentata e tirata per i capelli, adeguata ad un presente per cui avere consenso, grazie ad un passato da giustificare e sistemare per prepare un futuro preconfezionato.
    Naturalmente chi si oppone è fuori dal giro.
    La Costituzione garantisce le minoranze, ma garantisce anche altre cose, questo i sostenitori della razza (che fingono di criticarla, ma ne accettano le ragioni in toto..) non vogliono capirlo o, meglio, non vogliono accettarlo. Dire che un cittadino è di lingua tedesca e consentirgli di esprimere il suo essere appieno senza vincoli e dargli la possibilità di avere scuole e tutto quel che vuole nella sua lingua, non è certo reazionario, ma lo diventa automaticamente per tutti coloro che vivono nell’hinterland dell’autonomia razziale, nell’indotto, si diceva una volta.. QUesto quello che si vive in Sudtirolo, un’isola di apartheid pagato dai contribuenti italiani nell’EUropa del 2008, dove persino i pensionati per i vecchi diventano motivo di scontro etnico e di strane richieste. Mussolini è morto, grazie al cielo, Vivono testimonianze triste di quell’epoca, ma anche i cimiteri ed i monumenti “tedeschi”, non gridano pace, ma guerra, dittature, sangue, sopraffazione. Chi difende il sistema, fingendo di criticarlo, tutto questo non lo vede e non lo accetta.
    L’autonomia etnica e delle razze produce questi obbrobri. Difendetevene in val d’Aosta.
    Pregherei il signor di luca, visto che siamo qui con semplici nick, dall’ astenersi dall’indicare il mio nome e cognome, oltre a ricorrere ad insulti in ogni commento che fa. Lo trovo un atteggiamento intimidatorio e sinceramente osceno. Che si ripari dietro verdi paraventi non cambia la sostanza di quel che fa.

  42. @ghianda:

    “Fondamentalmente però appare evidente che dal dopoguerra con lo sviluppo industriale generato sempre da imprenditori Italiani, con il boom del turismo in larga parte di natura italiana, con una scuola che ha sempre previsto la lingua francese solo parificata all’italiano nel senso dell’apprendimento letterale mentre l’italiano è sempre stato impiegato in storia, gerografia, matematica ecc.ecc., con una televisione che solo ultimamente ha previsto l’emissione di 1 canale francese e 1 svizzero ma che per decenni è sempre e solo stata “italiana”, con la frequentazione e la validità di una laurea obbligatoria da conseguire in Italia, con tutti i documenti ufficiali redatti in italiano, il destino del francese come lingua di parcheggio è stato ovviamente segnato.”

    E questo come lo vogliamo chiamare se non assimilazione? Attiva, passiva ma pur sempre assimilazione. Io la grande differenza che vedo col Sudtirolo è la mancanza di “anticorpi” in grado di riconoscerla e rigettarla, o di prendere provvedimenti adeguati.

  43. “possibilità di insegnamento in lingua francese per i pochissimi di lingua madre francese o per chi comunque lo desiderasse, mantenimento della parità di insegnamento delle due lingue, italiano e francese, fin dalle elementari per chi lo desiderasse, e infine obbligo dell’insegnamento di un minimo di francese a partire dalle sole scuole superiori per chi preferisse un orientamento linguistico diverso (inglese). Personalmente la condivido e ritengo che il primo a trarne vantaggio sarebbe … il francese, che verrebbe studiato da chi lo desidera effettivamente, e per il quale verrebbe comunque garantito un insegnamento minimo per tutti.”

    Un sistema altrettanto “sensato” indubbiamente la Mussolini lo proporrebbe anche per il Sudtirolo. Chi vuole può imparare il tedesco e tutti gli altri… meglio l’inglese!

    Invece no, ci vorrebbe (o meglio: ci sarebbe voluta?) una politica seria (e non di facciata) di sostegno all’arpitano (affirmative action). È ovvio che una lingua minoritaria senza un chiaro impegno in suo favore scompaia e venga sostituita da quella “nazionale”.

    È lo stesso che sarebbe avvenuto in Sudtirolo se avessimo avuto una classe politica altrettanto impreparata ed una popolazione fatalista o rassegnata.

    [Étranger, devo dire che mi fai paura.]

  44. @pervasion

    Questo blog valdostano conferma ampiamente quanto già discusso su bbd e anche segnavia. Il confronto tra la Val D’Aosta e il Sudtirolo è improponibile per la diversità delle rispettive storie, riassumibile in un concetto molto semplice: la prima non è mai stata Francia, il secondo non è mai stato Italia prima dell’annessione forzata. Quindi gli anticorpi contro l’assimilazione in Val D’Aosta non potevano esserci.
    Da questo punto di vista la querelle sulla questione lingua/dialetto mi sembra abbastanza sterile: mi sento quasi di dare ragione a Vincenzo Calì, le scienze umane non potranno mai essere scienze esatte, è lingua non ciò che viene definito lingua dai glottologi, ma ciò che viene percepito come tale dal comune sentire della popolazione. L’arpitano, o franco-provenzale che dirsi voglia, dal punto di vista scientifico è una lingua intermedia tra francese e provenzale con caratteri suoi propri, nella realtà è una serie di patois molto diversi tra loro, privi di qualsiasi koinè e sparsi tra Svizzera romanda (dove sono praticamente estinti), Savoia e Val D’Aosta. Nel territorio transalpino sono stati sostituiti dalla lingua tetto, il francese, di qua delle Alpi dall’italiano, salvo essere usati in situazioni familiari a livello, appunto, di patois ovvero dialettale.
    Se in Val D’Aosta la popolazione avesse avuto la stessa volontà dei sudtirolesi di reagire all’assimilazione, semmai avrebbe dovuto difendere l’uso del francese a tutti i livelli, a cominciare dalla politica scolastica.
    Pur non conoscendo bene la situazione dei due territori, mi sembra che il confronto e/o la sovrapposizione si possa fare su questo: ambedue sono controllati da partiti autonomisti che pongono l’accento sulla propria diversità linguistica (mi sembra di capire in modo piuttosto strumentale nel caso della Val D’Aosta, sicuramente più giustificato ma con una strumentalità più sottile per altri versi nel caso del ST/AA) per giustificare la diversità di trattamento rispetto alle altre regioni italiane per quanto riguarda le risorse finanziarie e l’autonomia nel gestirle.
    Da questo punto di vista sarà interessante vedere cosa succederà se la Lega Nord riuscirà a portare avanti un programma serio (mah ..) di federalismo fiscale, alleati del PDL permettendo.
    Sbaglio, o non ci sarà trippa per tutti i gatti?

  45. per quanto concerne il francoprovenzale (o arpitano che dir si voglia), la vera lingua madre dei valdostani, i primi ad abbandonarlo sono stati proprio i valdostani doc che hanno cominciato a parlare italiano ai loro figli (e non francese) per il solo motivo che temevano che questi trovassero poi difficoltà a scuola. E’ del tutto vero che, quando il francoprovenzale era ancora quasi universale in VDA, nessuno si è levato per dire: “continuate a parlare il francoprovenzale ai vostri figli, a scuola non avranno nessun problema” oppure “non vergognatevi di parlare il francoprovenzale” (molti valdostani se ne vergognavano, perché il patois rivelava la loro origine contadina e paesana). Erano tutti impegnati, allora come ora, in una difesa del francese come lingua dei valdostani (lingua scolastica ma non lingua madre). Vi è comunque da fare una osservazione: il francoprovenzale, in Valle d’Aosta, si sta conservando molto meglio di quanto forse si pensi, soprattutto nei paesi; nei paesi viciniori (Savoia e Svizzera) è invece praticamente scomparso: i giovani, al massimo lo capiscono, ma non lo parlano più.
    Per quanto riguarda invece l’altra minoranza esistente in VDA, quella walser di parlata germanofona, la situazione è del tutto diversa: pare che non ci sia più un solo bambino che possa dire di avere tale parlata o lingua come lingua madre, parlano ormai tutti italiano. Imparano il tedesco a scuola.
    p.s. personalmente (sono nato nel 1947) sono di madrelingua francoprovenzale: ho iniziato la prima elementare senza aver mai sentito prima né una parola di italiano, ma neppure di francese. E come me quasi tutti i valdostani. E me la sono cavata molto bene.

  46. @ pé

    non capisco perché ti faccio paura. Sono qui, leggo, sento pareri. Cerco di farmi un’idea (e la mia idea – come la tua – è che tra le due situazioni ci siano molte differenze). Ti fa paura che io cerchi di farmi un’idea?

    @ Superciuk

    Sei semrpre una grande risorsa. Adesso anche per i nostri amici valdostani.

  47. É: Mi fa paura la tua ingenuità nell’affidare tutta una discussione all’opinione di due-tre persone, solamente perché risiedono in VdA.

    courthoud: “i primi ad abbandonarlo sono stati proprio i valdostani doc che hanno cominciato a parlare italiano ai loro figli (e non francese) per il solo motivo che temevano che questi trovassero poi difficoltà a scuola.” Ecco, se la scuola e la società avessero puntato sull’arpitano questo non sarebbe successo. Non sarò io a giudicare la volontà o meno dei valdostani a mantenere la loro lingua. Affermo invece che come da noi ci sono i detrattori delle rispettive minoranze, che usano un linguaggio molto simile, e, ovviamente, che in VdA si è trattato di assimilazione. Per ragioni più o meno comprensibili, più o meno attivamente, più o meno volontariamente. Ma di assimilazione. Tuscan: Gli anticorpi possono venire a mancare ovunque. È più facile che avvenga in una regione con la storia della VdA, ma può avvenire anche in Sudtirolo.

  48. PS 1. Nemmeno la Catalogna è mai appartenuta ad una nazione catalana (che nemmeno esiste), nemmeno la Catalogna ha una lingua riconosciuta, eppure il catalano, anch’esso lingua neoromanza e minoritaria, è riuscito benissimo a sopravvivere ed a svilupparsi come una lingua moderna e pienamente riconosciuta in tutti i campi della vita quotidiana.

    PS 2. Étranger, sicuramente tu hai studiato le problematiche legate alle minoranze. Io qui però parlo piuttosto da un’esperienza soggettiva: Ho seguito sui media spagnoli i dibattiti sulla Catalogna, la Galicia ed i Paesi Baschi, in internet discussioni sul sardo, il corso e il friulano, ed ho notato che le modalità di delegittimazione (od i tentativi di farlo) sono sempre gli stessi, ovunque, con adattamenti leggerissimi alla rispettiva realtà. Il catalano ed il galiciano vengono spesso diffamati come dialetti dello spagnolo, il sardo ed il friulano come dialetti dell’italiano. Se il sardo venisse parlato in Spagna, direbbero che è un dialetto spagnolo, con lo stesso contenuto scientifico: zero. Il basco, essendo una lingua distantissima non solo dal castigliano, ma anche da tutte le altre lingue conosciute, viene delegittimato diversamente: Dicono che appunto non serve a nulla perché troppo di verso dalle altre lingue. [In Sudtirolo, con il tedesco, le stesse argomentazioni non tirano, perché grazieaiddio, il tedesco non è parlato solo da noi. E, stranamente, nemmeno il ladino viene diffamato, perché non servirebbe a delegittimare e/o mettere in crisi la “diversità” del Sudtirolo.] In ogni caso, tutti gli argomenti che leggo qui, li ho già sentiti a proposito di una delle tante minoranze che, con più (quelle in Spagna) o meno (quelle in Italia eccetto la nostra) successo tentano di costruirsi un futuro in piena dignità. Questo – per me – dimostra che la paragonabilità delle realtà storiche e territoriali è sempre molto relativa: A prescindere dalle differenze, infatti, gli argomenti e la retorica che qui ho chiamato “nazionale” sono sempre gli stessi e perseguono sempre lo stesso fine.

  49. @ pérvasion

    È molto difficile parlare con TUTTA LA POPOLAZIONE valdostana, sai? Io parlo con quelli che sono qui. Cos’altro potrei fare, qui?

  50. Ancora. In Sudtirolo ci sono anticorpi grossi (e grassi) come maiali. Esiste un ottimo speck, fatto con quegli anticorpi lì. Riusciresti ad immaginarti un Sudtirolo senza speck?

  51. Questa fossilizzazione del discorso legato alla lingua come unica forma differenziante e giustificante di una minorità mi pare stia andando troppo per le lunghe.
    I cultori della purezza etnica hanno fatto il loro tempo e la storia ci ha insegnato che è stato un gran brutto periodo.
    Quando mio padre nel 1954 costruiva le terrazze che sostengono i nostri vigneti, senza contributi, senza porsi domande su quale sarebbe stato il tornaconto economico di tale operazione bnificando il terreno invaso di rovi, trascinando i pali in castagno per chilometri di strade appena tracciate nel bosco che oggi ameremmo identificare con un grado di difficoltà superiore alla semplice EE, non si poneva certo il problema della sua particolarità.
    Egli ne era parte integrante e la sua vita era inconsciamente invasa da questa particolarità.
    Non ha chiesto nulla a nessuno perchè seguiva quello che per decenni la sua gente aveva fatto.
    I teorici sono arrivati dopo.
    Il business pure.
    Hanno creato il loro tornaconto da questa diversità grazie al lavoro di decine di migliaia dei nostri papà.
    Hanno distribuito alcune caramelle.
    Hanno inculcato la convinzione che le caramelle potessero essere dispensate o meno a seconda di certi atteggiamenti e di certe scelte “sociali”.
    Piano piano l’assuefazione alle caramelle è diventata ragione di vita.
    Tutto questo con la lingua ha poco a che vedere.
    Si tratta di un modo di vita quotidiana; di un atteggiamento costruttivo solo con i “se” e i “però”.
    Rimane oggi la rivendicazione ideologica; quasi un urlo disperato di chi ha perso non solo la capacità manuale dei propri padri ma anche lo spirito naturale di radicamento al proprio territorio.

  52. D’accordo con Ghianda. Le discussioni infarcite di ideologia diventano stucchevoli, condizionate dagli schemini precostuiti.

    Con étranger la discussione era partita con mente aperta e voglia di conoscere, da entrambe le parti. Stimolante il confronto tra lui e Superciuk, anche se pare che i due non si amino.

    Con Pérvasion, invece, siamo arrivati alla difesa della purezza etnica. Alle società imbalsamate come ideale di vita. Lì c’è poco da discutere, e nulla da imparare.

    A me piacciono le società in movimento, le contaminazioni culturali, l’evoluzione delle identità. C’è invece chi vuole fermare il tempo, scegliendo arbitrariamente l’istante da fotografare e tramandare ai posteri inalterato. Poi sta lì a lustrare la fotografia e a combattere contro l’ingiallimento della carta.

    Chissà se Pérvasion sarebbe disposto a lottare per la difesa della minoranza linguistica calabrese in Valle d’Aosta…

  53. perfettamente d’accordo sulla sterilità di certe discussioni: la storia è un continuo divenire.

  54. Io difensore della purezza etnica? Dove, per piacere? Ecco, dopo la delegittimazione collettiva la diffamazione personale. Ma è tipico anche questo: Gli strenui difensori della “prevalenza” della cultura nazionale (e di fantastici sistemi scolastici) si dipingono come liberali e tolleranti, mentre chi si batte per la salvaguardia dei diritti delle minoranze, e dunque della pluralità e della diversità, diventa, paradossalmente, razzista e illiberale. Qui, idealmente, si congiungono Calì e Superciuk.

  55. “Chissà se Pérvasion sarebbe disposto a lottare per la difesa della minoranza linguistica calabrese in Valle d’Aosta…”

    Certo, qualora ne venisse accertata l’esistenza, e ammesso e non concesso che il calabrese sia una lingua.

    “Lingua regionale e/o minoritaria: lingua «tradizionalmente parlata nell’ambito di un territorio di uno
    Stato da cittadini di quello Stato che costituiscono un gruppo numericamente inferiore al resto della
    popolazione dello Stato, e diversa dalla/e lingua/e ufficiale/i di quello Stato.» (Definizione tratta dalla Carta europea delle lingue regionali o minoritarie, Consiglio d’Europa, 1992).”

  56. Non sentirti diffamato, si discute. E’ che sembri sempre preso da sacro furore. E poi citi sempre la “cultura nazionale”, di cui io non sono affatto uno strenuo difensore. Su questo punto sovrapponi, sbagliando, la situazione sudtirolese alla nostra.

    Se ci preoccupiamo per la sopravvivenza delle lingue, direi che il francese e il tedesco sopravvivono benissimo anche senza sudtirolesi e valdostani (il francese, in particolare, si deve casomai difendere dagli strafalcioni dei politici valdostani).

    Il problema, mi pare, si pone per il ladino e il francoprovenzale. Per il primo non mi pronuncio. Per il secondo, che comunque in Vda gode di ottima salute, mi pare che l’unico modo per preservarlo indefinitamente sia la separazione fisica tra i gruppi etnici. Niente matrimoni misti tra valdostani e calabresi, perché poi i figli, dovendo scegliere tra le due lingue regionali (sì, il calabrese rientra nella definizione che hai proposto, sostituendo Stato con Regione Autonoma) potrebbero decidere di esprimersi solo in italiano. Oppure metti che io, che non parlo nessuna lingua minoritaria (né calabrese né arpitano) mi fossi sposato un’arpitana: i miei figli avrebbero avuto come lingua madre l’italiano e basta (mi calo per un momento nel ruolo dello strenuo difensore dell’italianità che mi hai affidato).

    Come vedi, le tue teorie portano necessariamente alla purezza etnica. Infatti, alcuni valdostani che la pensano come te (ci leggono, ma non intervengono nella discussione perché sfugge al loro controllo) sostengono (privatamente) la necessità di evitare i matrimoni misti.

  57. “Niente matrimoni misti tra valdostani e calabresi, perché poi i figli, dovendo scegliere tra le due lingue regionali (sì, il calabrese rientra nella definizione che hai proposto, sostituendo Stato con Regione Autonoma) potrebbero decidere di esprimersi solo in italiano.”

    “Infatti, alcuni valdostani che la pensano come te (ci leggono, ma non intervengono nella discussione perché sfugge al loro controllo) sostengono (privatamente) la necessità di evitare i matrimoni misti.”

    C’è una soluzione molto più vantaggiosa per evitare che i figli di coppie miste evitino di scegliere “per default” l’italiano come lingua di comunicazione: Equiparare davvero (e non solo in facciata) le due lingue. Anzi, l’esperienza nella protezione delle minoranze direbbe: Una giusta discriminazione a favore della lingua regionale (“affirmative action”). Vedi che non favorisco assolutamente la purezza etnica?

    Quando poi parlo di salvaguardare il tedesco o il francese/francoprovenzale parlo del Sudtirolo e della VdA, mi pare evidente. È ovvio che né il tedesco né il francese siano in pericolo di estinzione “tout court”, ma qui si tratta di favorire la pluralità e la diversità all’interno delle nostre regioni. Ecco come le esce la verità dai pori: purezza etnica nel senso che il tedesco lo parlino in Germania ed il francese in Francia. Ed è quello che chiamo “discorso nazionale”, un concetto che non “porto” dal Sudtirolo, perché qui non lo uso mai.

    “(sì, il calabrese rientra nella definizione che hai proposto, sostituendo Stato con Regione Autonoma)”
    Mi pare evidente che sia illegittimo sostituire Stato con Regione Autonoma. Poi, il calabrese non si può né dire lingua, né tradizionalmente parlata, né diversa dalla lingua ufficiale della Regione. È un’operazione altrettanto fantascientifica e atta ancora a ridicolizzare le vere minoranze nazionali, come quella di paragonare l’arpitano al siciliano o al marchigiano, che lingue non sono.

  58. L’operazione calabrese è molto simile, tra l’altro all’operazione “minoranza italiana” portata avanti dalle destre (!) in Sudtirolo. Spero che in VdA almeno non arriviate a tanto, ossia a definire l’italiano come lingua minoritaria.

    D’altronde, se qui da noi si parlasse solo il ladino (e non il tedesco) sono certo che ci sarebbe un discorso molto simile: Minoranza ladina contro minoranza veneta, cercando sempre di definire il ladino come “dialetto”.

  59. Ho sposato una piemontese.
    Ho avuto spesso l’abitudine di parlare in patois a mia moglie come del resto mia moglie mi ha spesso parlato in dialetto piemontese che fra l’altro già conoscevo e praticavo.
    Dopo 5 anni è nata la bima e dopo nove anni di matrimonio il bimbo.
    Con la bimba abbiamo sempre parlato in italiano, con il bimbo in patois.
    Oggi ci troviamo a parlare fra di noi indifferentemente nelle 3 lingue (patois, italiano,piemontese) in modo spontaneo e senza nemmeno rendercene conto.
    Viviamo in una zona di confine fra Vda e Piemonte di una regione di confine qual’è la Vda.
    Una particolarità nella particolarità.
    Minoranza nella minoranza.
    Siamo meticci. Sangue misto.
    Non ci sentiamo speciali nè in positivo nè in negativo.
    Viviamo da generazioni e continueremo a vivere, finchè potremo, in un pezzo terra speciale.
    Speciale al di là delle dissertazioni filosofiche o ai riconoscimenti economici che le vengono assegnati per questa diversità.
    Adattamento, assimilizaione, amalgamento spontaneo, integrazione indotta?
    Chi lo sa come definirlo.
    Forse semplicemente naturale flusso della vita.

  60. Bella gente vi saluto. Per me la discussione è stata istruttiva e ho raccolto soprattutto alcuni spunti che mi invitano ad approfondire la conoscenza della vostra regione. Vi verrò a trovare – di tanto in tanto – e spero che voi facciate altrettanto. GDL.

  61. Come volevasi dimostrare…. da blog dove si minaccia di morte, in italiano…
    http://segnavia.wordpress.com/2008/08/18/ontologia-del-sudtirolo/#comments
    jonny detto:
    22 Agosto 2008 a 10:50
    @superciuk

    Ich schreibe hier eigentlich nicht für Menschen wie dich, da du leider nicht imstande bist, eine Diskussion ernsthaft zu gestalten.
    Von Menschen wie dir wünsche ich mir eigentlich nur in Ruhe gelassen zu werden, aber auch das klappt nicht immer. Denn wenn du solche Scheisse schreibst wie
    “Un’ultima, il tuo amico stecchino è riuscito in qualche riga ad essere uno stereotipo vivente di quello che si diventa credendo di appartenenere ad una razza eletta che deve essere in eterno mantenuta per chissà quale scherzo del destino. Un reazionario, di bassa lega per di più. Contento tu.
    Naturalmente bruuuuuum bruuuuumm”

    muss ich einfach etwas nachschieben.
    1. Ich bin nicht Amico von Ètranger, ich habe ihn noch nie gesehen.
    2. Ich bin kein Reaktionär.
    3. Wäre es nicht besser für dich einfach deinen Mund zu halten, oder brauchst du das? Als erstes hast du noch nie auf meine Vorschläge geantwortet, sondern nur Scheisse geschrieben, und danach fängst du noch an, Menschen die du noch nie gesehen hast zu klassifizieren, zu beleidigen, ohne den Mut sie selbst anzusprechen, du kannst mit mir auch direkt kommunizieren, ohne Umwege!
    3. Nenn mich noch einmal “stecchino”, e mi incazzo, ti trovo e ti coppo!!

    Per Vincenzo…Cerca quel che viene fuori dalla rete sotto pèrvasion

  62. @vincenzocali,ghianda

    Frasi come “a me piacciono le società in movimento, la contaminazione, l’evoluzione delle identità” nonché i discorsi sulle identità plurime e miste purtroppo rischiano di essere pura retorica allo stesso modo dei discorsi sulla difesa dell’identità o sul sangue e suolo. Le identità collettive sono state sempre contaminate dagli apporti esterni, e tanto più lo sono in questa epoca, che lo si voglia o no, che la si trovi una prospettiva attraente oppure orribile. Vedi tipicamente l’identità italiana, che di solito viene definita come unità nella diversità, concetto abbastanza retorico anche questo.
    Detto ciò, nonostante tutti i teorici della “fusion”, le identità collettive continuano imperterrite a esistere e a riprodursi generazione dopo l’altra, e lo fanno, tutt’oggi e chissà per quanto tempo ancora, su base nazionale. Chissà, forse fa parte della natura umana il bisogno di avere una tribù in cui riconoscersi, di cui magari si contestano le chiusure, le grettezze e il provincialismo, ma in cui poi ci si rifugia quando ci si sente soli e che comunque fornisce identità. E il fattore identitario più potente è la lingua, non solo perché veicola i valori della tribù all’individuo e viceversa in un feedback continuo, ma perché esclude gli “altri”, quelli che non la parlano, e perché notoriamente come si parla si pensa, cioè parlare una data lingua significa appartenere ad una certa area culturale.
    Da quello che viene detto in questo blog e in base alle mie impressioni personali, per la Val D’Aosta il problema non si dovrebbe porre: che si parli o no il franco-provenzale, o anche il piemontese e il calabrese, mi pare sia una regione acquisita all’area linguistico-culturale italiana.
    In Sudtirolo la situazione è ben diversa, pérvasion pone un problema reale e tutt’altro che improntato alla difesa della purezza etnica. Premetto che mi scuso con lui per il fatto di parlare di lui, non conoscendolo e quindi forse arbitrariamente, ma mi sembra un esempio vivente della contaminazione culturale in senso positivo : è un perfetto bilingue italo-tedesco, anche se non vuol sentirselo dire, e si pone il problema della “identità non condivisa” in Sutirolo (altoatesini vs. sudtirolesi) e della situazione bloccata che questo ha creato da un punto di vista politico, sociale e linguistico: semplificando e andando molto all’ingrosso, è assolutamente favorevole ad un Sudtirolo dall’identità condivisa, in cui tutta la popolazione si riconosca indipendentemente dalla propria madrelingua, ma si oppone a tutti quei progetti “integrazionisti”, tipo nelle scuole l’uso della seconda lingua quale lingua veicolare di altre materie, la cosiddetta immersione, che, in un contesto di sovranità nazionale italiana, secondo lui favorirebbero l’assimilazione progressiva della minoranza tedesca (a sua volta maggioranza demografico-politico-sociale nell’ambito della provincia autonoma). Per questo ricerca e studia modelli politico-istituzionali in paesi come la Catalogna, altro esempio di success story tra le minoranze linguistiche europee.

  63. In tutta questa discussione Tuscan si è dimostrato il più lucido. Perfetta questa sintesi (e anche quella che avevi proposto precedentemente). Spiegata da te, la posizione di Pérvasion mi sembra ragionevole.
    Il calabrese l’ho tirato fuori come provocazione. Faccio così quando mi accorgo che c’è qualcuno con la verità in tasca. E’ necessario (e salutare) insinuare dubbi, in questi casi.
    Hai ragione, qui siamo nell’area linguistico-culturale italiana. Solo che l’Uv vuol fare credere che non sia così (e infatti qualcuno dalle vostre parti ci crede).

  64. Anch’io mi complimento con Tuscan per lo sforzo (riuscito!) di sintesi. Tuscan, del resto, è un assiduo frequentatore dei nostri blog (BBD-SegnaVia) e, ancorché spesso silenzioso o comunque intermittente, rappresenta il prototipo dell’interlocutore acuto e orientato a discutere “sulle cose”.

  65. Tuscan, ho letto solo ora e mi associo ad Étranger nel complimentarmi con te. Bravissimo. Unico appunto: Non condivido quando scrivi “anche se non vuol sentirselo dire”. L’unico motivo per cui forse non mi sento a mio agio sentendomelo dire è che non credo nella perfezione; e poi non penso di essere l’esempio di bilinguismo più “riuscito”. Ma mi sento proprio un plurilingue – e “bi” (bilingue) è anche riduttivo 😉

  66. Vedi che a leggere i libri a tesi, impregnati di pregiudizi ideologici, e a non guardare i fatti si va fuori strada?
    La verità è che a partire dall’immediato dopoguerra, con lo Statuto Speciale in vigore, nessuno ha costretto i valdostani a non parlare francese. Casomai, com’è ovvio, si è cercato di fare il contrario. Eppure i valdostani hanno preferito utilizzare l’italiano. Dovresti accettare questo fatto incontrovertibile. So che contraddice la tua costruzione teorica (i valdostani sono stati constretti a non parlare più francese), ma ci si deve rassegnare alla realtà, che ci piaccia o no. Che siano bastati vent’anni di fascismo per estirpare una lingua, a me pare molto improbabile. Ci sono lingue di minoranze che hanno resistito a secoli di persecuzioni. Più probabilmente, quella lingua era sentita solo dalle élite intellettuali, le cui elaborazioni teoriche, alla prova dei fatti, si sono rivelate del tutto fuori dalla realtà.
    Altro fatto: il francoprovenzale è oggi vivo e vegeto, malgrado non lo si insegni a scuola. L’hanno scelto i valdostani veri, non quelli immaginari.
    Io credo che la politica debba riferirsi alla situazione presente, dalla quale partire per prospettare un futuro. La poltica che pone le sue fondamenta in un mitico passato, più o meno remoto, produce danni gravissimi, come la storia ha dimostrato. Un tempo in Vda si parlava latino. Vogliamo resuscitare anche quello? Chi stabilisce quanto bisogna andare indietro negli anni?
    Parti dall’oggi: in Sudtirolo nessuno vuole cancellare il tedesco. C’è una situazione davvero bilingue, di cui tu sei un esempio. Una parte della popolazione parla tedesco per libera scelta. Un’altra italiano, senza forzatura alcuna. E lo stesso per il Ladino. In Vda oggi i valdostani (il 99%) parlano italiano per libera scelta. Moltissimi il francoprovenzale, con grande spontaneità. Poi sono parlati con piacere diversi dialetti (piemontese, calabrese, veneto). Si sente sempre di più il rumeno (questa è una lingua). Le lingue privilegiate dall’ufficialità sono l’italiano e il francese (quest’ultimo per le ragioni storiche che hai ricordato). Partiamo da qui, senza voltarci troppo all’indietro. E’ meglio per tutti.

  67. Leggo dei commenti che avrei potuto scrivere o sottoscrivere anche io, caro Vincenzo. La Chiusa di Salorno chiude i cuori e le anime. Parlare come fai tu è progressista e democratico in tutto il mondo, ma diventa nazionalista e conservatore quando lo si fa in Sudtirolo…. Bravo per le tue acute osservazioni.
    La retorica riparazionista non serve più al Sudtirolo.. Serve andare avanti, guardare oltre, ma, cosi’ facendo, si perderebbero i benefici di un’autonomia razziale che costa allo Stato piu’ di quel che produce e che non serve a garantire a tutti i cittadini le stesse opportunità.

  68. Vincenzo, ringrazio per il link a “Blaun” e (appena ne ho modo) ricambio volentieri. Ho seguito l’interessantissima discussione qui presente e la trovo oltremodo stimolante.

    La mia posizione-visione riguardo al Sudtirolo, devo dire, si colloca perfettamente tra quella di Simon Constantini/pérvasion e quella qui illustrata da Gabriele Di Luca e quindi mi è difficile ora sintetizzarla in poche righe. Mi riprometto di farlo nei prossimi giorni.

    Valentino Liberto

  69. Seguo con interesse il dibattito (che mi sembra di ottimo livello) tra i blogger del Sudtirolo-Altoadige. Mi ci sono infilato per qualche giorno e, come hai visto, mi sono preso anche qualche stilettata…
    Oggi c’è un lungo servizio di Repubblica sulla vostra provincia, piuttosto allarmante per chi segue le vostre vicende da lontano.

  70. Pingback: La Valle d’Aosta non è il Mulino bianco « Il blog di Vincenzo Calì

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