Il federalismo fiscale e la “quadra” del cerchio

(Ho contribuito al blog di Fabrizio Favre nel dibattito sul federalismo fiscale. Ripropongo qui il mio commento.)

Vedo che nessuna forza politica, neppure nel centrosinistra, mette in dubbio la necessità di realizzare questa riforma. I voti del nord sono necessari per vincere, e tutti si vedono costretti a inseguire la Lega, facendo buon viso a cattiva sorte…
La strada della riforma, perciò, sembrerebbe in discesa. Ma è solo un’apparenza: dopo l’approvazione (prima di Natale?) della legge quadro, i punti più controversi saranno rimandati ai decreti attuativi, e lì per Calderoli, per la Lega e per il Governo saranno dolori (viste le divisioni in seno alla maggioranza, oggi taciute per amor di… potere).
Prevedo quindi tempi lunghi e un finale non scontato. In ogni caso, ecco quel che penso.
Comunque la si rigiri, la logica che ispira il federalismo fiscale è brutale: rispetto a quanto accade oggi, dare di più alle regioni più ricche e di meno alle più povere (visto che dare di più a tutte richiederebbe un miracolo, se non altro dal punto di vista della matematica). I fondi perequativi potranno tuttalpiù attenuare questo trasferimento di ricchezza, ma non annullarlo, altrimenti torneremmo alla situazione di partenza…
Visto che, si asserisce nel progetto Calderoli, dovranno essere assicurati i livelli minimi assistenziali, sanitari e d’istruzione in tutte le regioni (tarati però sulla media delle regioni più virtuose), la perdita di risorse delle regioni più povere si rifletteranno soprattutto nelle altre voci di spesa: la macchina amministrativa, gli investimenti, i sussidi, i sostegni alle forze produttive, la ricerca, ecc.
Ho parlato di regioni ricche e povere. È bene chiarire che con ricche intendo più produttive. La Valle d’Aosta, tanto per dire, è una regione oggi apparentemente ricca, ma perché mantenuta dallo stato, con generosità persino eccessiva. Nella classificazione che sto usando in questo testo è invece molto povera, in quanto produce pochissima ricchezza. Perciò la Valle d’Aosta, come le altre regioni a Statuto Speciale e come molte regioni del Sud, con la redistribuzione prevista dal federalismo fiscale vedrebbe fatalmente diminuire le risorse a sua disposizione.
Le vedrebbe diminuire anche nel campo di un servizio essenziale come la sanità. Il costo del suo servizio sanitario, riferito al numero di abitanti, è infatti più alto della media di quelli delle regioni più virtuose, e dovrebbe essere ridimensionato. Ma ci sarebbe soprattutto una diminuzione sensibile delle risorse negli altri settori. La macchina amministrativa (Regione, Comunità montane, ecc.) dovrebbe essere drasticamente ridimensionata. L’attuale distribuzione a pioggia di contributi, sussidi, consulenze, ecc., non potrebbe più essere mantenuta.
Paradossalmente potremmo dire che da questo punto di vista il federalismo fiscale può avere effetti positivi su una regione parassitaria come la nostra (nel senso che potrebbe spronare l’instaurarsi di un’economia più sana) e anche per un recupero di efficienza in certe zone del Sud condizionate dalle organizzazioni mafiose. Tutto questo se, come sembra, la nuova distribuzione di risorse (ripeto: di più alle regioni più produttive, di meno alle altre) sarà applicata gradualmente. Altrimenti si risolverebbe soltanto in un drastico, improvviso peggioramento delle condizioni di vita nelle regioni penalizzate, compresa la Vda. Ipotesi che nessun governo può permettersi di prendere in considerazione.
Su un piano generale, esprimo invece la mia preoccupazione riguardo alla tenuta dell’unità nazionale. Uno stato unitario è caratterizzato per forza di cose da zone del suo territorio più o meno produttive, ma la ricchezza totale prodotta è redistribuita, in termini di servizi, a tutti i cittadini, indipendentemente da dove abitano. Se questa ricchezza si ferma, in massima parte, nelle zone dove è prodotta, lo stato non è più in grado di garantire questa uguaglianza. Non è più uno stato unitario, appunto.
D’altra parte, la Lega era partita dalla proposta di secessione, e sempre lì ci vuole portare.

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32 pensieri su “Il federalismo fiscale e la “quadra” del cerchio

  1. federalismo fiscale sì o no (forse non è nemmeno il problema più grosso), quale federalismo fiscale (forse è qui il vero problema), ecc.: credo che il problema principale in questo momento sia proprio quello di non lasciare che il tutto venga gestito dalla Lega, la quale persegue obiettivi di parte e non l’interesse generale del paese. Sarà possibile? Per quanto concerne la VDA, un po’ di cura dimagrante e di dieta credo che non potrebbe che giovarle.

  2. Un articolo con alcuni numeri.

    E’ il lombardo-veneto il modello di buon governo da perseguire nel federalismo che verrà? Così sembra, in una prima battuta, quanto a corretta gestione del bilancio finora portata avanti. Sono principalmente queste due regioni del Nord, infatti, a capeggiare il “club dei virtuosi”. Già oggi, cioè, sarebbero in grado di autofinanziarsi, non avrebbero problemi a tenere aperti ospedali e scuole, al di là dello schema di federalismo fiscale che verrà adottato il 12 settembre dal governo Bedusconi. Non pochi grattacapi, invece, oltre che dal Sud in genere vengono a sorpresa dalle Regioni a statuto speciale. Imperversa da settimane il dibattito su quale forma assumerà l’Italia del futuro. Ma quale è oggi lo stato dell’arte? Ovvero: da quali basi si parte? Perché, in attesa che il federalismo veda piena attuazione e in aggiunta allo strumento (garantito finora dallo Stato) dei trasferimenti monetari, le autonomie locali possono già da tempo contare su una certa relativa autonomia impositiva. La situazione attuale vede la coesistenza di tributi “propri” (anche se in effetti sono devoluti dallo Stato centrale e le autonomie locali sono semplici esattori, in sostanza, con margini ristretti di manovra) – i più noti dei quali sono l’Irap regionale e l’Ici comunale – e di quote di compartecipazione a tributi erariali, ovvero delle “fette” di entrate statali che possono essere considerate regionali solo perché alle Regioni va il gettito, ma che per ogni aspetto (chi deve pagare, base imponibile, sanzioni, contenzioso, ecc.) sono regolati dallo Stato centrale. Il consuntivo 2007 delle Finanze ci dice in primo luogo che l’anno scorso le entrate statali riscosse sul territorio hanno raggiunto i 50,54 miliardi di euro. La parte del leone la fa l’Irap, che nel 2007 badato 40,92 miliardi e che concorre a pagare all’incirca per il 37% la spesa sanitaria. Nel portafoglio regionale finiscono pure i 7,38 miliardi dell’addizionale all’Irpef più altri 7-8 miliardi di tributi minori, a partire dal bollo auto. In totale, le Regioni incamerano quindi sui 55-56 miliardi. Risorse che però, secondo la Cgia di Mestre, coprono appena il 45,6% della loro spesa corrente, con una punta del 64,6% in Lombardia. Anche i Comuni hanno però la loro addizionale all’imposta sui redditi: ne hanno ricavato in tutto 2,22 miliardi. Poca cosa rispetto all’altra voce da aggiungere e che per i sindaci rappresenta di gran lunga il cespite principale: le varie imposte e tasse sulle case, lci in testa, da cui nel 2007 hanno ricavato (secondo stime del Centro Studi Sintesi) ben 18,7 miliardi, più della metà dei 34,26 miliardi che lo Stato, ai suoi vari “livelli”, spreme dai cittadini che hanno a che fare con gli immobili. La sola lci ha fruttato (prima che fosse soppressa per le prime case) 12,085 miliardi, quasi raddoppiata rispetto ai 6,98 del 1993, primo anno di vita dell’imposta. Ci sono poi i quasi 4,9 miliardi della Tarsu, la tassa sui rifiuti. Al tirar delle somme, ai Comuni vanno più o meno 26 miliardi. Davvero briciole, al confronto, finiscono alle Province: poco più di 4 miliardi, in gran parte legati a tributi automobilistici. Questo è il quadro generale. A rivelare aspetti più interessanti, però, è l’analisi nel dettaglio dei bilanci, cioè del rapporto fra entrate e uscite. Una fotografia basata su dati 2006 (i più recenti a livello ufficiale) la si ritrova in una tabella del ministero dello Sviluppo economico. Ne vien fuori – e non è una novità – un’immagine in cui più della metà del Paese vive spendendo più di quel che ha. Alcuni fattori emergono con più forza. Il principale è proprio quello delle anomalie delle Regioni a statuto speciale. In media gli attuali trasferimenti dello Stato a queste Regioni si aggirano sui 4.350 euro per ogni cittadino (con punte di 11 mila e 8.900 rispettivamente per la Val d’Aosta e per la Provincia autonoma di Bolzano), a fronte dei 2.400 euro procapite elargiti a quelle ordinarie. Dovrebbero avere quindi meno difficoltà. Eppure non è cosi. In Sicilia (regione che “brilla” anche per i suoi ben 23mila dipendenti) le spese sono il 154% dei livello delle entrate. Ma le uscite sono al 136,13% anche in Val d’Aosta, terra che pur vanta la più alta ricchezza (il Pii) prò-capite di tutta l’Italia con 32.500 euro e, quindi, molte entrate; e in Trentino-Alto Adige sono al 118,12%. trasferimenti statali cambierà volto al Paese. Molte le incognite ma anche le opportunità nello schema che verrà adottato a metà settembre dal governo Lombardia e Veneto guidano il «club» delle regioni virtuose, già oggi in grado di autofinanziarsi i servizi. Maggiori problemi nel Meridione e per chi beneficia dello Statuto speciale. E dire che le Regioni “speciali” hanno anche il privilegio delle compartecipazioni ai tributi erariali. La Sicilia, per di più, è l’unica in cui la quasi totalità dei tributi erariali è riscossa direttamente dalla regione stessa, tranne le accise e le imposte su tabacchi e Lotto. In Sardegna, a esempio, vanno alla Regione i 7/10 di Irpef e Ires e i 9/10 di una serie di altre imposte: ipotecarie, bollo e registro, concessioni, energia, fabbricazione (accise), più una quota variabile dell’Iva e poche altre imposte minori. Il quadro è quanto mai variegato: la Val d’Aosta assorbe i 9/10 di quasi tutte le imposte dei residenti, oltre a una quota fissa d’Iva; mentre le province di Trento e Bolzano mettono in cassa i 9/10 di quasi tutte le imposte più una quota d’Iva stabilita anno per anno. Al contrario la Lombardia, che ha la seconda ricchezza pro capite regionale, spende il 16,5% in meno di quanto incassa, quindi è in attivo. Il Veneto presenta valori di poco inferiori. Idem l’Emilia-Romagna, penalizzata però dall’alto costo dei suoi servizi che innalzano la spesa regionale. La regione veneta invece presenta il pregio di avere anche la terza spesa prò capite più bassa di tutt’Italia: fatta 100 la media nazionale, per ogni cittadino si spende solo 88,68. Ma qui – sorpresa – si scopre che qualcosa di buono si trova anche al Sud: la spesa più bassa in assoluto ce l’hanno Puglia (77,8) e Campania (77,28). Solo che le loro entrate sono molto più basse. Anche per via dei più alti tassi d’evasione fiscale. Riuscirà il nuovo federalismo in chiave fiscale a curare anche questo male?
    Irap, Tarsu, Rc Auto: ecco come si finanziano gli enti locali
    Sono numerose le voci tributarie di finanziamento delle varie autonomie locali. La più nota che va alle Regioni è l’Irap, l’imposta sulle attività produttive, seguita come “notorietà” dal bollo auto e dall’addizionale all’Irpef (istituita nel 1996, è entrata in vigore dal ’99 con un’aliquota base allo 0,9%, aumentata però da alcune Regioni fino a un massimo dello 0,5% in più). Ma ci sono poi altri balzelli: la tassa per il diritto allo studio universitario, quelle sulle concessioni e per il deposito in discarica dei rifiuti solidi (la pagano i gestori degli impianti). Ci sono poi l’Arisgam (un’addizionale, creata nei 1990, sul consumo di gas metano) e l’Iresa, sulle emissioni sonore degli aerei nei territori dotati di aeroporti. Alcune Regioni, infine, hanno una compartecipazione (ovvero una quota) regionale all’Iva e alle accise sulle benzine per autotrazione. Le casse comunali sono finanziate principalmente dall’Ici sugli immobili, che in via ordinaria può essere fissata con un’aliquota compresa fra il 4 e il 7 per mille. A questa entrata (che però da quest’anno ha visto perdere circa 3 miliardi per la sua abolizione sulle prime case) fanno poi seguito i circa 4,9 miliardi incassati alla voce “rifiuti”, nella duplice versione di tassa (la Tarsu applicata, dice l’Anci dal 71,42% dei comuni italiani) o di tariffa (Tia, in vigore nel 15,5% dei comuni). Meno di un miliardo viene da un addizionale sui consumi elettrici. Il governo Prodi ha poi istituito una compartecipazione dello 0,69% al gettito Irpef, compensata però da un corrispondente taglio al fondo ordinario versato dallo Stato. Quanto alle Province, beneficiano di parte delle entrate sui premi per l’Rc auto (2 miliardi devoluti dalle Regioni, cui vanno in tutto 4,55 miliardi), dellipt (Imposta di trascrizione sulle auto: da 1,3 miliardi), da un’altra addizionale sull’energia (770 milioni) e da una piccola compartecipazione all’Irpef (circa 310 milioni).

  3. Grazie Ghianda, per l’utilissimo articolo. Non si è capito se è tuo o lo riporti semplicemente. In questo caso, da dove l’hai tratto? Sarà in ogni caso un punto di riferimento importante per la discussione.
    Le cifre però vanno interpretate, altrimenti le idee si confondono e risulta difficile farsi un’opinione.
    Per collegare l’articolo con il mio post, è utile considerare un dato: la Valle d’Aosta ha uscite che arrivano al 136,13% delle entrate. Ciò conferma come la nostra regione (al pari di altre) riceva dallo stato molto più di quanto produce.
    L’articolo cita il PIL pro capite regionale più alto d’Italia, ma si tratta di un dato drogato dall’altissimo numero di dipendenti pubblici. Nel calcolo del PIL, infatti, sono sommate le spese degli enti pubblici, quindi anche gli stipendi dei dipendenti. Il PIL derivante da effettiva produzione di ricchezza (da privati) è evidentemente molto più basso qui che in una regione come il Veneto o la Lombardia. Con la riduzione delle risorse derivante dall’applicazione del federalismo fiscale, la Valle d’Aosta sarebbe costretta a snellire la macchina amministrativa e di conseguenza il PIL si ridurrebbe.

  4. L’articolo è del quotidiano “Avvenire” del 1° settembre.
    Le considerazioni sul PIL sono giuste.
    Sarebbe interessante conoscere il dato del “valore della ricchezza prodotta epurata da tutta la macchina regionale e pararegionale” per renderci conto del gap.

  5. Piccolo spot. Vi informo che una parte degli interventi proposti nel dibattito sul federalismo fiscale su Impresavda – che, con piacere, vedo che si sta sviluppando anche su questo blog – saranno pubblicati sul Corriere della Valle che troverete venerdì in edicola.

  6. i conti della serva
    se ho capito bene, dai dati fornitici da ghianda, risulterebbe che “le regioni incamerano (Irap, addizionale IRPEF, bollo auto, tributi minori) sui 55-56 miliardi di euro” (dato rapportabile al consuntivo 2007 delle Finanze)

    Atteso che in Italia siamo circa 50 milioni di abitanti, le regioni incamerano circa 1.100 euro/abitante (esclusi i trasferimenti statali).

    E’ così per la VDA o il dato relativo alla VDA si discosta sostanzialmente da questo dato “medio” nazionale? In che misura incidono altre entrate (?) quali quelle del casinò?

    I trasferimenti dallo stato alla regione VDA raggiungono invece gli 11.000 euro/abitante.

    Totale entrate per la VDA: (1.100 + 11.000 ) = 12.100 euro/abitante

    Confronto con una regione a statuto normale “media”

    entrate (media): 1.100 euro/abitante
    trasferimenti (medi): 2.400 euro/abitante

    Totale entrate per la regione “media”: (1.100 + 2.400) = 3.500 euro/abitante
    E’ così’?

    In uscita, in VDA, il 136,13% in più rispetto alle entrate (siamo in rosso).
    Quindi, per ogni abitante, abbiamo a disposizione 12.100 euro e ne spendiamo (12.100 x 1,3613) = 16.470 euro/abitante.
    E’ così? in che cosa deve essere modificato questo schemino (ammesso che sia corretto)?

    Se è così, il nostro “debito”/abitante, pari a (16.470 – 12.100) euro è pari a 4.370 euro abitante.

    Il nostro debito/abitante sarebbe pertanto maggiore del totale delle entrate della “regione media” (3.500 euro/abitante), e superiore anche al trasferimento “medio” operato dallo stato alle regioni autonome (4.350 euro/abitante), oltreché naturalmente a quelle a statuto ordinario (2.400 euro/abitante).

    p.s. vista anche l’ora tarda, questo primo approccio “numerico” è da buttare nel cestino ovvero necessita (senz’altro) di correzioni ed affinamenti?

  7. Per aiutare Bruno nel ragionamento riporto alcuni numeri.
    Dal conto consuntivo del 2007 che potete trovare in linea sul sito della Regione alla voce finanze.

    La tassa di concessione del Casinò ammonta a: 65 milioni.
    La quota dell’imposta sulle assicurazioni auto: 6,3 milioni.
    Addizionale provinciale per il consumo di energia in luoghi diversi dalle abitazioni: 2 milioni.
    Diritto Regionale sui beni contingentati: 1,9 milioni
    Contributo sui premi assicurazioni auto: 5,3 milioni
    Irpef: 16 milioni
    Irap: 89 milioni
    Imposta regionale trascrizione al PRA: 7,5 milioni
    Quota fissa di ripartizione gettito I.R.E. ex IRPEF:
    legge 26 novembre 1981 n.690:

    lettera A :202 milioni
    lettera C : 76 milioni
    Quota fissa ripartizione IRPEG (stessa legge): 70 milioni

    Quote fisse ripartizione Ritenute alla fonte: 4 milioni
    Quote fisse sul gettito IVA: 205 milioni
    Quota sostitutiva Iva per merci importate da paesi comunitari : 295 milioni
    Quota fissa ripartizione per imposta di registro:10 milioni
    Quota fissa ripartizione imposta di bollo:3,5 milioni
    Quota fissa ripartizione imposta ipotecaria: 5,5 milioni
    Quota fissa tassa circolazione veicoli a motore e rimorchi immatricolati in VDA: 20 milioni
    Quota fissa sul gettito di imposta di fabbricazione della birra (Cin Cin !!) :105 milioni
    Quota fissa sull’imposta sull’energia elettrica: 3 milioni
    Quota fissa ripartizione sul gettito imposta fabbricazione della benzina,olio, gas :20 milioni
    Quota fissa ripartizione su monopolio tabacchi:18 milioni
    (Fumiamo come turchi !!)
    Quota fissa ripartizione sul gioco del lotto al netto delle vincite 8 milioni
    (Altro che Napoli !!)
    Quota fissa ripartizione imposte sostitutive tributi erariali oggetto di devoluzione (chissà che significa!!) 12 milioni.

  8. Se leggiamo in modo disincantato questi numeri il discorso del federalismo passa in secondo piano.
    Emerge invece abbastastanza chiaramente una domanda: qual è oggi la nostra libertà?
    Siamo vessati in modo inverosimile da mille gabelle che ritroviamo talmente numerose nella vita di tutti i giorni che ormai non ci soffermiamo nemmeno più a farci caso.
    Ci stanno dissanguando. Ci stiamo dissanguando.
    Una cascata di balzelli che entrano subdoli nella vita di tutti i giorni.
    La tassa sul fumo, quella su un contratto notarile, il bollo auto, le addizionali sulle assicurazioni, le tasse sui prodotti petroliferi, il bollo sulle auto, i bolli che sono lievitati a quasi 15 €. per ogni fesseria, l’Ici sulla casa e sui terreni, le tasse scolastiche, i ticket per le prestazioni sanitarie, la tassa sugli alcolici, le monete per parcheggiare la macchina,le monete per andare a pisciare, i carissimi pedaggi per poter passare con l’auto sui terreni dei nostri nonni comprati a prezzo di fame per le autostrade e ora privatizzati, le tasse sui rifiuti, la tassa sulla fognatura per depuratori mai costruiti, la tassa sugli imballi e così via con altre decine forse centinaia di voci “comprese nel prezzo”.
    Poi ci ritroviamo a discutere sulla produttività, sul chiedercele ragioni della crisi, sul trovare soluzioni miracolose al nostro impoverimento.
    Ci ritroviamo a parlare della scarsa partecipazione politica; del disinteresse dei giovani; delle problematiche sociali sull’impoverimento.
    Cos’è rimasto oggi della nostra libertà?

    P.S.: Se fossimo a scuola meriterei un bel 4 per essere andato fuori tema.

  9. Per completezza riporto sommario dei contenuti della legge del 26 novembre 1981 che descrive le voci:
    tratto da:
    http://www.governo.it/Presidenza/ACoFF/pdf/Dossier%20su%20Federalismo%20Fiscale.pdf

    REGIONE VALLE D’AOSTA (*)
    Alla Regione, ai sensi della legge n.690 del 26 novembre 1981, sono
    devolute le seguenti imposte, in misura dei 9/10:
    􀂉 imposta sul reddito delle persone fisiche;
    􀂉 imposta sul reddito delle persone giuridiche;
    􀂉 ritenute alla fonte di cui al D.P.R. 29 settembre 1973, n.600,
    titolo III;
    􀂉 imposta di registro;
    􀂉 imposta di bollo;
    􀂉 imposta erariale di trascrizione;
    􀂉 imposte ipotecarie;
    􀂉 tasse sulle concessioni governative;
    􀂉 tasse di pubblico insegnamento;
    􀂉 tasse di circolazione sui veicoli a motore e rimorchi
    immatricolati nella regione;
    􀂉 canoni riscossi dallo stato per le concessioni di derivazioni di
    acque pubbliche a scopo idroelettrico;
    􀂉 imposte di fabbricazione sugli spiriti e la birra;
    􀂉 imposte di consumo sul caffè e sul cacao;
    􀂉 imposta sull’energia elettrica;
    􀂉 sovrimposta di confine;
    􀂉 proventi del monopolio dei tabacchi;
    􀂉 proventi del lotto al netto delle vincite
    Infine, è attribuita alla Valle d’Aosta una quota commisurata ai nove
    decimi del gettito delle imposte di fabbricazione, rilevata dal
    competente ufficio erariale nell’anno antecedente a quello a cui la
    devoluzione si riferisce, relativi ai seguenti prodotti
    – sulla benzina;
    – sugli oli da gas per autotrazione e sui gas petroliferi liquefatti
    per autotrazione.

  10. Neanche fosse una preveggenza il mio post delle 9 e 44 ecco un articolo appena pubblicato su Aostaoggi.it.
    Nuove tasse in arrivo per mettere tutti d’accordo?

    Federalismo fiscale: ai Comuni le tasse sulle case, alle Province da auto e benzina

    Soldi da una tassa di scopo per opere pubbliche, turismo o trasporti urbani. Sette le città metropolitane

    ROMA. Una tassa sulle auto e una sui carburanti a favore delle province, le tasse sugli immobili incassate dai Comuni, una tassa di scopo destinata a opere pubbliche, turismo o trasporti urbani, sette città metropolitane, nuove norme per Roma capitale. Sono queste le principali novità contenute nei 22 articoli del disegno di legge sul federalismo fiscale presentato dal ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, alle associazioni di province e Comuni. Per sanità, assistenza e istruzione, il finanziamento integrale delle prestazioni essenziali, sulla base dei costi standard, avverrà con il gettito Irap, destinato a essere sostituito con tributi propri e con la compartecipazione regionale all’Irpef e all’Iva e con aliquote del fondo perequativo previsto dalla riforma.

    NOVITÀ – Le province avranno una tassa propria che riguarderà la circolazione oltre a un’accisa sui carburanti. I Comuni e le città metropolitane (Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma e Torino) avranno «un’adeguata autonomia impositiva» sugli immobili «compresa quella sui trasferimenti della proprietà e di altri diritti reali». Tra i tributi propri riconosciuti ai Comuni, la bozza ne prevede anche uno che può essere istituito «per particolari scopi quali la realizzazione di opere pubbliche ovvero a finanziare oneri derivanti da eventi particolari quali flussi turistici e mobilità urbana». Entro limiti stabiliti dalla legge, gli enti locali potranno «modificare le aliquote dei tributi loro attribuiti, nonché di introdurre agevolazioni». Prevista «piena autonomia nella fissazione delle tariffe per prestazioni e servizi offerti». A Roma, in quanto capitale, saranno assegnate risorse aggiuntive e «specifiche quote di tributi erariali, nonché un proprio patrimonio commisurato alle funzioni e competenze attribuite».

    «INCONTRI ANDATI BENE» – «Gli incontri con gli enti locali sono andati bene», ha reso noto Calderoli. «Tutti partecipano portando contributi: così si costruiscono le cose, soprattutto le riforme». Saranno le Regioni a gestire il fondo perequativo per province e Comuni. Calderoli giovedì prossimo incontrerà Vasco Errani, presidente della Conferenza delle Regioni. Per quanto riguarda le città metropolitane, restano escluse Bari e Venezia in quanto hanno meno di 350 mila abitanti. «Aver fissato quel limite, è stato fatto perché in attesa che partano le città metropolitane del provvedimento di Maroni si possa fare qualcosa nei Comuni con più di 350 mila abitanti», ha spiegato il ministro. «Se prima arriveranno le città metropolitane non ci sarà bisogno neanche di quell’articolo».

    COMMENTI – «Abbiamo discusso sui principi, passi avanti si sono fatti ma il problema è politico», ha commentato il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino. «A fianco ai principi vanno messe delle cifre e ci auguriamo quindi che la discussione prosegua con il ministero dell’Economia». «Abbiamo parlato di un tributo sugli immobili, ma dobbiamo entrare nel merito per capire le caratteristiche e la consistenza», ha affermato il presidente dell’Associazione nazionale Comuni italiani (Anci) Leonardo Domenici. «Il ministro ha recepito le nostre richieste. Possiamo sostenere che il nostro giudizio è positivo, anche se il testo è ancora in divenire», ha riferito il presidente dell’Unione delle province italiane, Fabio Melilli. (Corriere.it)

  11. Perfino Rollandin ha detto che la bozza di Calderoli è un buon punto di partenza (tra leghisti evidentemente ci si capisce meglio) ed è disponibile a contribuire alla cosiddetta perequazione. Vedremo quando si entrerà nei “dettagli” e si comincerà a parlare di cifre. A volte le cose più interessanti stanno nei dettagli (dove basta anche un piccolo emendamento per rimettere le cose a posto).

  12. altro calcoletto della serva

    dai dati gentilmente fornitici da ghianda, risulterebbe che gli introiti complessivi per la VDA siano leggermente inferiori a quelli più sopra ipotizzati (12.100 euro/abitante).

    Essi sarebbero pari a circa 10.000 euro/abitante ( – 2.100 euro) e pertanto leggermente inferiori anche agli 11.000 euro/ab. come dall’articolo de L’Avvenire solo come trasferimenti statali (escluse quindi le entrate proprie).

    ricordo che le entrate sopra calcolate per una regione “media” sarebbero pari a 3.500 euro/abitante.
    Le entrate/abitante per la VDA sarebbero conseguentemente pari a circa 3 volte le entrate di una regione “media”.

    La sostanza non cambierebbe di molto.
    Il tutto ovviamente da ricalcolare e ricontrollare.

  13. in via di prima approssimazione e in attesa di valutazioni più approfondite
    attese le maggiori competenze attribuite alla VDA dal proprio Statuto (da quantificare in quanto a incidenza pro-capite);
    attesi i maggiori costi dei servizi in aree di montagna (da quantificare);
    verificata la disponibilità del presidente Rollandin a contribuire ad una equa perequazione tra le varie regioni;

    ci rendiamo disponibili, come cittadini valdostani, a rinunciare ad almeno 1/3 (un terzo) delle risorse attualmente trasferite dallo stato alla regione, con progressione temporale graduale da definirsi.
    Calderoli esamini questa proposta, che avanziamo noi come cittadini in quanto, naturalmente, nessun uomo politico, né della maggioranza, né dell’opposizione, può permetterselo, pena l’immediata fucilazione.

  14. x Bruno

    I conti non combaciano perchè non ho riportato tutte le voci delle entrate ma solo quelle principali.
    In rete comunque vi sono anche i bilanci previsionali triennali.
    L’ultimo è per il triennio 2008/2010.
    http://www.regione.vda.it/finanze/bilanci/pdf/bilanciopluriennale20082010.pdf
    La voce entrate porta ad una somma di circa 2,4 miliardi.
    Da questa voce però, nel bilancio operativo, vanno dedotti circa 770 milioni che sono i fondi di garanzia depositati presso la tesoreria dello Stato, gli accantonamenti dei dipendenti, e tutte quelle voci che in pratica non sono “toccabili” e quindi non rientrano nella gestione operativa.
    Il documento è interessante anche se certamente pesante da leggere.

  15. i conti della serva
    tenendo conto delle indicazioni di ghianda e dei dati desumibili dal bilancio pluriennale 2008/2010, e in particolare delle entrate previste per il 2008, si ottiene infatti sostanzialmente una conferma del primo dato (12.100 euro/abitante).

    Il totale delle entrate regionali (proprie e derivanti da trasferimenti), escluse quelle “non toccabili” dovrebbe infatti situarsi tra i 12.000 e i 13.000 euro/abitante; dovrebbe comunque essere superiore a quello sopra calcolato (12.100 euro/abitante).

    a spanne, ovviamente.

    comunque li si rigiri (maggiori competenze, maggior costo dei servizi in zone montuose, ecc.), sarà duro giustificarli (a meno che Calderoli chiuda entrambi gli occhi, dopo le ultime modifiche all’art. 20 della bozza, su cui Rollandin si è detto d’accordo pure lui, laddove si dice che i decreti delegati dovranno tenere in debito conto anche le quantità in gioco, cioè: “ma siamo in pochi, solo in 125.000!).
    Ma probabilmente allora non saranno d’accordo Carema, Noasca, Ceresole Reale, i comuni montani bergamaschi, ecc. ecc. dove sono anche lì in pochi.

  16. La soddisfazione di Rollandin, che non è un fesso, dimostra quanto scrivevo. Il federalismo fiscale di cui stiamo discutendo è una bufala, che si ridurrà alla legge quadro per accontentare la Lega. Poi, con i decreti attuativi, si arenerà tutto nel marasma degli interessi contrapposti, trasversali alla maggioranza e all’opposizione.
    L”Union Valdotaine, che finge di essere un partito federalista ma in reltà teme il federalismo come la peste, può tirare un respiro di sollievo.

  17. E’ proprio così. L’unica preoccupazione che si è fatta sentire da parte di Rollandin e che lo ha accontentato, dopo averne parlato con Calderoli, è stata quella di introdurre il principio, all’art. 20, che, per le regioni autonome a statuto speciale dovrà tenersi conto, oltreché delle eventuali maggiori competenze e degli eventuali maggiori costi dei servizi (nulla da obiettare), ANCHE del rapporto tra le dimensioni della finanza locale regionale e le dimensioni della finanza statale. Ha cioè cercato di mettere le mani avanti per poi giustificare, in un secondo momento, i privilegi attuali (ma siamo in pochi! implicitamente l’introduzione di tale principio è però un riconoscimento che DI FATTO tali privilegi ci sono). A Rollandin e all’Union valdotaine dello stato federale non frega un TUBO.

    p.s. come ogni volta che le regioni (a statuto speciale o ordinario) devono spartirsi torte e finanziamenti, sarà ovviamente, come dici tu, una lotta all’ultimo euro, senza esclusione di colpi, in sede di spartizione (decreti delegati):
    l’ipotesi che TUTTO si areni in quella sede è ALTAMENTE probabile (tanto più se si parte già così, cioè con criteri di spartizione che privilegano gli uni rispetto agli altri).

  18. In poche parole, il messaggio è questo:

    “L’importante è che a noi (VDA) garantiate gli attuali trasferimenti, per il resto fate quel che cacchio vi pare”.

    D’altronde, da quando è entrato in vigore lo Statuto, il “diritto di tribuna” a noi riservato con la rappresentanza in Parlamento di un deputato e di un senatore, è sempre stato letto ed interpretato in questo senso molto limitato.

    Cioè:
    “Andate a Roma e cercate di portar su quanta più roba potete (i TIR e i jumbo di caveri), per il resto, non ce ne frega niente (ni droite, ni gauche).”

    Penso che sarebbe la stessa cosa se avessimo diritto ad un rappresentante al Parlamento europeo.

  19. Articolo del quotidiano “IL GIORNALE” di oggi

    Vi spiego perché si rischia lo tsunami federalista

    È tempo di fermarsi un attimo, respirare profondamente e ragionare con quella laicità che si addice ad una classe dirigente che voglia per davvero metter mano ad una stagione di riforme che non durino lo spazio di un mattino. Ci riferiamo al cosiddetto federalismo fiscale che nella fretta può diventare una bomba ad orologeria sotto la già fragile e confusa impalcatura del nostro sistema istituzionale.
    Innanzitutto una precisazione. La vulgata giornalistica parla di un federalismo fiscale che invece altro non è, grazie a Dio, se non un trasferimento di responsabilità tributarie sui centri periferici di spesa (Regioni, Comuni e Province) che ad oggi producono oltre il 60 per cento della spesa pubblica primaria. Il federalismo è cosa profondamente diversa (per credere consultare l’enciclopedia Treccani) ed è sempre nato per unire ciò che era diviso e non per dividere uno Stato unitario. La nostra, infatti, non è una Repubblica federale come dice lo stesso articolo 1 della Costituzione che nessuno, peraltro, vuole giustamente cambiare. Detto questo, però, è saggio unire sulle spalle di Regioni, Comuni e Province sia la responsabilità della spesa che quella delle entrate relative.
    Un’operazione di questo genere è facile a dirsi ma è di gran lunga difficile a farsi. Diventa, infatti, impossibile trasferire parte rilevante della responsabilità fiscale in periferia e con lo stesso provvedimento metter mano ad una riscrittura dell’intero universo del prelievo tributario. Un’operazione contestuale e deflagrante perché innova e modifica ad un tempo i soggetti titolari del prelievo e le forme del prelievo medesimo innescando così uno tsunami di contenzioso interpretativo e finanziario di proporzioni inimmaginabili. D’altronde, basta leggere i dibattiti di queste ultime settimane per rendersene conto.
    Le Regioni e i Comuni del Nord sono contenti perché con il federalismo fiscale avrebbero più soldi a disposizione. La stessa cosa dicono le grandi Regioni a statuto speciale, la Sicilia e la Sardegna. Le Regioni e i Comuni dell’Italia centrale sono sulla stessa lunghezza d’onda e gli unici che protestano sono le piccole Regioni sia a statuto speciale (Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige) che quelle a statuto ordinario (Basilicata e Molise) mentre le Regioni meridionali si dichiarano soddisfatte perché garantite dal fondo perequativo.
    Diventa allora difficile immaginare che tutti avranno più soldi a disposizione tranne che un milione e mezzo di italiani. Delle due l’una, o qualcuno non riesce a far di conto e dice bugie, o avremo un ulteriore aumento della pressione fiscale. Allorquando il meccanismo dovesse essere avviato senza i chiarimenti necessari diventa poi difficile fermarlo con il rischio di una implosione istituzionale e finanziaria.
    La strada da percorrere allora è tutta un’altra. Governo e Parlamento dovrebbero in brevissimo tempo riordinare, semplificando ed accorpando, tutti i prelievi tributari in maniera tale da avere una certezza della quantità e della qualità del gettito complessivo. Contestualmente dovrebbero definire i cosiddetti costi standard per le prestazioni trasferite a Comuni, Province e Regioni (innanzitutto sanità ed istruzione) abbandonando il vecchio criterio della spesa storica. Quando queste due leve dovessero essere chiare e definite diventerebbe facile trasferire parte o il tutto di un’imposta nelle mani delle istituzioni periferiche.
    Valga per tutti l’esempio delle imposte che gravano sugli immobili con tutte le polemiche al seguito. Prima vanno riordinate e accorpate (Irpef, Ici sulle seconde case, Tarsu, Tosap, imposte di registro e via dicendo) e poi tutte o parte di esse possono essere trasferite ad esempio ai Comuni, che potrebbero a loro volta aumentarle o ridurle a seconda delle esigenze. Questa linea apparentemente più lunga garantisce però al Paese un processo riformatore prudente, solido e lungimirante. Diversamente faremo un papocchio come ci ricorda quel vecchio adagio secondo cui per la fretta la gatta fece i gattini ciechi.

  20. Il fatto che tutte le regioni siano convinte di guadagnarci, o perlomeno di non perderci, da questo pseudo federalismo fiscale alla Calderoli (l’articolista sbaglia nel dire che le regioni a Statuto Speciale protestano) dimostra che si tratta di una bufala colossale.

  21. Questa del federalismo fiscale potrebbe essere una novella del buon Pirandello.
    Tutti si rendono conto che stiamo affogando per la mancanza di produttività, per le spese facili e senza senso in molti settori della vita pubblica, per la gestione disinibita di molti politici che devono foraggiare il proprio bestiame, per il numero esorbitante di dipendenti nel settore pubblico, per lo spostamento delle aziende all’estero.
    Tutti sanno qual’è il vero problema ma invece di volere impegnarsi a sradicare la radice della pianta infestante sembrano volerla potare in modo da renderla meno visibile in un primo tempo ma sapendo benissimo che essa crescerà più forte e robusta di prima.
    La sequenza poi è allucinante.
    Prima tutti contro salvo i propositori; poi una parte a favore e l’altra contro; ora anche chi poco tempo fa era contro si dimostra possibilista; ora ricominciano a levarsi alcune voci quantomeno di attenzione.
    La sinistra (si fa per dire) fa il filo alla lega sperando di far scoppiare bombe a mano in casa dell’avversario non essendo in grado di lanciargliele direttamente; chi governa concede l’avallo pur di continuare a stare al proprio posto;
    alcuni tacciono (Casini & C.) perchè hanno paura di bruciari nel parlare senza cognizione di causa; l’Italia dei valoi non prende posizione perchè sta aspettando il momento propizio di rilanciare l’iniziativa di luglio dando il colpo di grazia ad un PD moribondo.
    Uno, nessuno, centomila.
    Sembra il gioco delle 3 carte con i leghisti pronti a far vedere la pallina sotto al campanellino e gli altri che cercano di capire dove è finita nell’abile movimento rotatorio delle mani.
    Intanto noi osserviamo tutto questo “umma umma” e abbiamo anche la bontà di spirito di volerci capire qualcosa.
    Noi, che non siamo abili analisti finanziari, che non siamo esperti in finanza globale, che non siamo dottori in diritto, che non condividiamo gli stessi posti altolocati e che ci arrabbattiamo per non concludere in negativo il mese sappiamo forse già come andrà a finire.
    E naturalmente non ci piace.

  22. Non siamo esperti di finanza globale ma sappiamo che la somma algebrica dei trasferimenti di risorse deve fare zero, per cui a qualche regione che prende di più deve corrispondere qualche altra regione che prende di meno.
    In caso contrario ci sarebbe un costo per lo stato centrale, chiaramente insostenibile, a meno di un sostanzioso aumento del prelievo fiscale.

  23. Ciò a cui stiamo assistendo a livello nazionale è sconfortante. Il deficit di serietà della classe politica è sconfortante. E il dubbio è che anche con protagonisti diversi (in termini politici) il copione non cambierebbe di molto. La coesione nazionale non sembra essersi infranta a livello di regioni o di partiti, ma di coscienze individuali. E’ il trionfo del “particulare” di Guicciardiniana memoria.

  24. Favre dice “ciò a cui stiamo assistendo a livello nazionale è sconfortante”

    Permettimi Favre di allargare lo sconforto alla nostra Regione.
    Volontà di costruzione di inceneritore.
    Ricapitalizzazione Casinò.
    Acquisto Cervino Spa.
    Sistemazione delle pedine neoo scacchiere.

    Nulla sembra cambiato per il modo nel modo di concepire la politica.
    Una politica sempre più ingombrante e sempre più infiltrata nella finanza e sempre meno portatrice di giusto un modello di sviluppo programmato e condiviso.

  25. I risultati di una ricerca FORMEZ e UIL basata sui bilanci preventivi 2008 delle regioni (vedi ANSA odierna) confermano i risultati ai quali eravamo giunti facendo i conti della serva:
    la VDA è la regione più spendacciona (la cicala n. 1): spende la bellezza di 12.898 euro/abitante;
    la cicala n. 2 è invece la Provincia di Bolzano: 10.134 euro/abitante.

    regioni e province autonome parassite dello stato? al nord si direbbe di sì.

    Il ruolo della formica spetta invece alla Puglia: 2.140 euro/abitante, ben al di sotto della media regionale italiana, pari a circa 3.500 euro/abitante.

    Insomma, rispetto alla Puglia spendiamo 6 (dico 6!) volte tanto per abitante. Credo che non sia molto facile giustificare tale spesa, neanche mettendo in conto le competenze aggiuntive della VDA e il maggior costo dei servizi (territorio montano).

    Qualcuno sa dove reperire questo studio FORMEZ e UIL per poter dare un’occhiata a quel che combinano le altre regioni?

    Una riduzione graduale delle spese (e dei trasferimenti statali) in misura all’incirca compresa tra l’un terzo e la metà di quelli attuali, a prima vista, può parere ragionevole (sulle cifre, sul quibus, nessuno si sbilancia mai!)

    p.s. chissà se le cicale riusciranno a sopravvivere al prossimo inverno!

  26. p.s. n. 2
    avete notato che la Puglia spende di meno (2.140 euro/abitante) della differenza che intercorre tra la spesa della VDA e quella della provincia di Bolzano? Infatti: (12.898 – 10.134) = 2.764 euro/abitante?

    Cioè, spendiamo in VDA più della cicala n. 2 e della Puglia messe insieme.

  27. E’ chiaramente una disparità insostenibile. Le altre regioni l’hanno sopportata finora perché in cifre assolute rappresentiamo una briciola nel bilancio dello stato. Il vantaggio di essere minuscoli.
    Ora l’UV, partito che professa il federalismo virtuale ma teme come la peste quello reale, confida nella collaborazione delle altre regioni a statuto speciale, che saranno alleate nel sabotaggio del federalismo fiscale.

    Resta lo sconcerto per l’infimo livello di una classe politico amministrativa che quei denari li ha sperperati in mille rivoli clientelistici e per gli arricchimenti personali.
    La cicala numero 2, perlomeno, può vantare il raggiungimento di risultati ottimi, in particolare nel campo dell’offerta turistica e dello sviluppo sostenibile del territorio.

  28. La tua giusta ossevazione, Vincenzo, a questo punto ci permette di giungere ad una affermazione non tanto basata sulle sensazioni che tutti hanno e colgono, ma su un dato di fatto pressoché oggettivo, perché fondato sui numeri.

    Se la provincia di Bolzano, con 2.764 euro/abitante in meno rispetto alla VDA (cifra superiore a quella di cui dispone globalmente la Puglia), la quale ha più o meno le nostre stesse competenze e le nostre stesse caratteristiche geografiche, “può vantare il raggiungimento di risultati ottimi, in particolare nel campo dell’offerta turistica e dello sviluppo sostenibile del territorio” (cosa che nessuno nega, anzi che i nostri amministratori portano quotidianamente ad esempio), se ne deve per forza dedurre che la VDA di soldi ne spreca tanti, ma tanti … e con pessimi risultati.

    I “ru du pan perdu”, che perdevano l’acqua per strada, così numerosi nel medioevo valdostano, non sono affatto scomparsi.

  29. Lo studio FORMEZ e UIL (che gentilmente Favre ci ha subito messo a disposizione) analizza le spese regionali dopo averle suddivise in 5 aree:

    AREA 1: Attività istituzionale.
    In questa area sono state raggruppate le spese per il funzionamento della macchina amministrativa regionale (spese per il personale, spese istituzionali, spese di rappresentanza).

    AREA 2: Sviluppo economico.
    In questa area sono state riportate le spese per la formazione, l’istruzione, la cultura, il lavoro, il commercio, l’industria, l’artigianato.

    AREA 3: Tutela e sviluppo del territorio.
    In questa area sono registrate le spese per l’ambiente, il trasporto pubblico, le infrastrutture, la tutela e difesa del territorio

    AREA 4: Servizi alla persona.
    In questa area sono riportate le spese per la sanità e per i servizi sociali.

    AREA 5: Altri oneri.
    Tale area ricomprende le spese per i mutui, i prestiti, gli interessi passivi, i disavanzi di amministrazione, i fondi di riserva obbligatori, fondi per spese di investimento con destinazione non vincolata.

    Per quanto concerne l’area 1 (Attività istituzionali), udite, udite:
    in testa alla classifica (cioè le regioni più spendaccione solo per far funzionare la macchina) troviamo TUTTE regioni a statuto speciale (il y a des peuples … ) e più precisamente, aprite bene le orecchie,

    1) Val d’Aosta: 5.198 euro/abitante!
    2) Sicilia: 2.594 euro/abitante
    3) Bolzano: 2.284 euro/abitante
    4) Trento: 1.422 euro/abitante
    5) Friuli Venezia Giulia: 819 euro/abitante

    Spendiamo, solo per far funzionare la macchina, più del doppio/abitante di quanto spende la Sicilia, seconda in classifica! Infatti (2.594 x 2 = 5.188 euro/abitante, mentre non ne spendiamo ben 5.198.

    E che dire delle regioni ultime in classifica (Puglia, Emilia Romagna, Veneto, Liguria) che spendono meno di 100 euro/abitante?

    E non ci vengano più a raccontare che queste differenze si spiegano con le nostre maggiori competenze o con gli stipendi agli insegnanti! Ci diano le cifre!

    Ecco un ru du pan perdu, o probabilmente la mere des ru, che perde acqua da tutte le parti!

  30. anche l’Associazione artigiani di Mestre (vedi ANSA odierna) fornisce dati molto interessanti in vista del cosiddetto federalismo fiscale, invitando innanzitutto le regioni e province obese (quelle a statuto speciale, in particolare del nord) ad una salutare cura dimagrante.

    Vorrei evidenziare un dato che evidenzia in maniera indiscutibile il livello di eccellenza e di qualità raggiunto dalla VDA (il y a des peuples …)

    Mentre la media nazionale per le regioni a statuto ordinario della spesa primaria del complesso delle Amministrazioni pubbliche si aggira intorno al 42,9% del Pil, la VDA eccelle e primeggia, solitaria (una regione sola in testa), con un 62,8%. No comment.

    Seguono, a distanza, e quasi in gruppo:
    Trento: 52,3%
    Friuli Venezia Giulia 49%
    Bolzano 46,6%

    In casi del genere (VDA), di solito, come minimo, si sostituiscono gli amministratori, in primis l’amministratore delegato.
    In VDA no.

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