La Valle d’Aosta non è il Mulino bianco

L’Étranger, blogger sudtirolese, mi segnala che sul suo blog si è riacceso il dibattito sulle differenze tra la Valle d’Aosta e il SudTirolo, che già aveva animato il mio blog in agosto.

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21 pensieri su “La Valle d’Aosta non è il Mulino bianco

  1. Frigerio ha imposto in VDA il silenzio stampa ai dipendenti del casinò (ma non è una SpA a capitale pubblico?). Rollandin ha fatto più o meno la stessa cosa con i suoi assessori (“badate al fare, non al parlare”), i quali imporranno il silenzio a coordinatori e dirigenti (forse era ora per quei dirigenti che ormai parlano da politici)
    La stampa scritta (con l’unica lodevole eccezione de “La Gazzetta Matin”) cita le bandiere verdi di Legambiente, ma non la bandiera nera a Alberto (si fa però chiamare Albert) Cerise: autonoma scelta editoriale? sbadataggine? imposizione più o meno coatta,in previsione della prossima bandiera nera,e perché non un burka?, a Manuela Zublena?)
    I cittadini valdostani sapranno ancora qualcosa di quel che sta succedendo?
    A proposito della situazione italiana, ho letto un articolo su La Stampa, il quale parla di fascismo riciclato democraticamente. E’ vero?
    Un saluto dai monti dell’Afghanistan. bruno

  2. Ho letto il tuo intervento sul blog sudtirolese. Secondo me non hai colto la differenza tra un razzismo presente (purtroppo la madre degli imbecilli è sempre incinta) sia pro che contro i valdostani “doc” (in quest’ultimo caso bacanotti) ma condannato dalle istituzioni ed uno istituzionalizzato (schedatura della gente secondo il gruppo etnico di appartenenza, scuole e servizi separati, concorsi separati, accesso alle risorse separato, apartheid) che c’è in Alto Adige Sud Tirolo.
    Secondo, non so se lo hai fatto intenzionalmente o se proprio lo ignori, ma in valle d’Aosta non si è mai persa l’abitudine di usare il francese semplicemente perchè non c’è mai stata: chiedilo a Bruno se non ci credi. Prima si usava solo il dialetto come nel resto d’Italia nel 1860. Ora la gente usa anche l’italiano assieme al dialetto, ma non ha mai smesso di usare il francese semplicemente perchè non l’ha mai usato se non sporadicamente, come fa adesso, del resto. Quindi nessuna perdita e nessun cambiamento di identà, se non quello di aver adottato, con chi non conosce il dialetto, l’italiano. Ma il francese si sa e non tutti gli unionisti considerano non valdostano chi non è unionista o chi non parla patois o chi è valdostano ma ha genitori provenienti da altre regioni. Scrivere questo significa prendere in giro gli altri e sopratutto se stessi. Anzi, io ho visto nel mio paese alla patoisizzazione di un cognome lombardo. Altra generalizzazione erronea che fai: forse tu detesti il francese, ma non ergerti a rappresentante di tutti i valdostani, a me ad esempio piace molto e la sento una lingua più mia di altre proprio perchè è una lingua straniera e quindi che ho dovuto studiare sudando più che con l’italiano, che comunque mi piace e che considero più formativa per il corretto pensare perchè “si scrive come si dice e quindi si ripassa meglio nelle sue funzioni”.

  3. Nel mio intevento sul blog tirolese non ho affatto parlato di razzismo, né in un senso né nell’altro. Ti sei forse confuso con un altro commentatore, non so.

    Riguardo al francese, anche qui mi contesti una cosa mai detta o scritta. Ho scritto, anzi, proprio quel che dici tu. Ho scritto (nella discussione che si ebbe in questo blog ad agosto) che i valdostani già nell’immediato dopoguerra hanno scelto spontaneamente di parlare italiano. Nessuno li ha costretti.
    Ho scritto, in questo essendo contestato da un commentatore sudtirolese, che il fatto che in Vda non si parla francese non significa che ci sia stata assimilazione dei valdostani da parte degli “italiani”, come credono loro.
    Come vedi, mi hai letto distrattamente.

    Non ho neppure scritto che “gli unionisti considerano non valdostano chi non è unionista o chi non parla patois o chi è valdostano ma ha genitori provenienti da altre regioni”.
    Non si tratta di unionisti o no: in Vda chiunque fa la distinzione tra “valdostani doc” e “gli altri”. Io sono nato in Vda ma non mi riconosco per nulla nell’identità Ufficiale di tipo etnico, quella che certifica la valdostanità doc. Perciò non sono valdostano, secondo questa definizione. Se l’identità valdostana non fosse fondata sull’appartenenza etnica sarebbe possibile dirsi tutti “valdostani”. Ma così non è. Forse tu non lo sai, ma quando si cerca un candidato per una carica politica importante (deputato, per esempio) si fa in modo che sia valdostano doc. Altrimenti non avrebbe possibilità di vincere. Non so se sia razzismo, chiamalo tu come vuoi.

    In ultimo. Io non detesto affatto il francese. Dove l’hai letto? Chi te l’ha detto? A scuola avevo ottimi voti nella materia, e lo pratico sempre volentieri quando è possibile.

    Grazie del tuo intervento. Ti prego però di leggermi con maggiore attenzione.

  4. fino a quando continueranno, in questo angolo tra le montagne (un piccolo afghanistan), questi dibattiti sul grado di valdostanità dei suoi abitanti, che veramente stanno cominciando a stancare ed a nauseare un po’ tutti? e perché questi dibattiti? potrei capirli a livello di analisi socioculturale e non politica, ma così non è.
    E continueranno fino a quando esisterà un movimento politico (UV) che ha quale unico scopo e programma quello di verificare periodicamente, ad ogni tornata elettorale, tale grado di valdostanità per poter perpetuare nel tempo il suo potere e il suo controllo su ogni respiro e sospiro degli abitanti di questa terra. E questo a dispetto del fatto che sono ormai trascorsi più di 60 anni dalla fine della seconda guerra mondiale, una guerra che sembrava aver posto fine a queste lotte tribali tra etnie, nazionalismi e cose affini. Siamo rimasti indietro, molto indietro.
    E non faremo un passo avanti finché sarà in vita un mouvement che è ancora immerso in tale clima, che si sperava superato, e che sopravvive grazie ad un continuo riferimento a tale clima.
    L’UV si richiama ancora e cita esplicitamente quali sue radici lo scritto “Nos racines” di Emile Chanoux e compagni, dove si contrappongono ancora razze ad altre razze (ammesso che siano tali), nazionalismi e micronazionalismi, e se ne vanta.
    L’UV, nel suo Statuto, figlio di quei tempi e mai modificato o sottoposto ad analisi critica, dichiara esplicitamente all’articolo 1 di voler difendere, proteggere e sostenere l’etnia valdostana e all’articolo 2 di voler perseguire democraticamente l’indipendenza. E se ne vanta.
    Questa è la vera palla al piede della politica in VDA, che impedisce, di fatto, l’instaurarsi di un vero dibattito politico.
    E così continuiamo a discutere di valdostani e non valdostani (ripeto, interessante dibattito a livello socioculturale, ma ormai insignificante a livello politico).

    Ma anche a livello nazionale, le cose non vanno molto meglio.
    Il secolo breve in Italia non è ancora finito e le vicende di questi ultimi anni e giorni lo dimostrano chiaramente.
    Si sperava che la fine della seconda guerra mondiale e la caduta del muro di Berlino avessero definitivamente consegnato alla storia il fascismo e il comunismo. Purtroppo non è stato così.
    Il fascismo e il nazionalismo sono sempre latenti (per tanti anni mimetizzati democraticamente nella DC, ora un po’ meno nel PdL e in AN).
    Il fascismo e il nazionalismo non sono ancora morti, covano ancora sotto la cenere. Un vero partito (o area o polo) liberale e democratico, ovvero il centrodestra, deve ancora nascere, se mai nascerà.
    Il comunismo italiano, parimenti al fascismo, non è ancora stato consegnato alla storia. Basta seguire i noiosissimi e sterili dibattiti che si svolgono nella cosiddetta sinistra politica per rendersene conto.
    Finché i politici continueranno a parlare di fascismo e di comunismo e non lasceranno questi argomenti agli storici, il secolo breve non sarà finito.
    Finché i vari mouvement continueranno a parlare di etnie, di lingue, di presunte minacce a tali etnie, di valdostani e non, il secolo breve non sarà finito.
    E come per il centrodestra, un vero partito (o area o polo) democratico e liberale, ovvero il centrosinistra, deve ancora nascere, se mai nascerà.

  5. Sottoscrivo, per il livello nazionale.
    Qui in Valle, in realtà, di queste cose non si discute affatto.
    Per questo parlo con i sudtirolesi.

  6. Verissimo: siamo molto, molto indietro, un deficit, un gap culturale di proporzioni incredibili; e quasi nessuno se ne rende conto (o fa finta di non rendersene conto e alimenta e nutre addirittura la permanenza e l’ampliarsi di tale gap culturale). siamo in afghanistan.

  7. In effetti tutti questi discorsi sull’etnia lasciano il tempo che trovano e rischiano di creare classificazioni sociologicamente fantasiose.
    Potremmo provare a tracciare, ovviamente in modo scherzoso, il ritratto di queste categorie che compongono oggi la nostra realtà?

    Il valdostano “Doc” è una specie in via d’estinzione.
    Generalmente anziano, amante delle tradizioni, rispettoso al limite della venerazione delle “choses d’antan”, al di sopra delle parti, saggio come un vecchio santone indiano, gran lavoratore, onesto padre di famiglia.
    Razza in via d’estinzione.

    Il valdostano modello “sporting”.
    Deriva il più delle volte dal valdostano “Doc”, è la sua evoluzione in senso sportivo.
    Ama le tradizioni, i traguardi della natura ; gli piace la competizione e ama gli accessori sportivi quali completini da corsa griffati, biciclette ultraleggere per le gite fuori pista, le scarpette d’alpinismo d’ultima generazione. Si concede volentieri una polenta nei rifugi e coniuga così lo spirito sportivo e l’amore per le sue montagne.

    Il valdostano modello “milàn”
    Giovane e benestante il valdostano modello milàn è un rampollo dell’ultima generazione. Ama l’informatica ed è sempre al passo con i tempi pur sentendosi ancorato alla tradizione. Ama la vita notturna, le belle ragazze, i cocktail aperitivi, i capelli brillantinati, l’abbronzatura spinta, la palestra un giorno sì e l’altro anche.

    Il valdostano modello “bacan”
    Costituzione robusta,generalmente poco istruito, dedito ai lavori manuali, gran bestemmiatore, un pò razzista. Frequenta assiduamente le sagre dove generalmente si prende delle gran “piombe” in compagnia. Gli piacciono le mucche,le capre, i panini con le acciughe al verde; divide il mondo in 2 categorie: nos-atre e les-atre. Ama la tradizione ma il più delle volte gira con macchine taroccate con marmitte dal rombo di tuono.

    Il valdostano modello “Royal”
    Generalmente istruito, diplomato o laureato. Impegnato nel sociale, crede ancora nell’impegno politico, nell’onestà e nei valori della tradizione.Partecipa attivamente a riunioni con 5 o 6 presenti dove si parla dei problemi della società; molto tollerante si impegna per l’integrazione sociale; molto attento ai diritti degli altri. In genere molto solo trova sempre argomenti validi per attaccare il sistema.

    Il valdostano modello “jour après jour”
    Il modello “jour après jour” prende la vita come viene. Poco impegnato ama sentirsi raccontare cose “piccanti” su amici e conoscenti. Una famiglia da mandare avanti con qualche difficoltà di arrivare a fine mese; una vita sociale povera; si sente gratificato quando un politico conosciuto gli tocca la mano; vive ogni giorno nell’illusione di un riscatto della propria vita ma ha paura di manifestare il proprio disagio perchè il paese è piccolo e la gente mormora.

    Il modello “import voisin”
    Immigrato da una regione del nord-italia si sente ben integrato nella società valdostana. Il più delle volte è operaio.Si alza in piedi al suono di “Montagnes Valdotaines”. In molti casi ha trovato l’anima gemella in valle ed è fiero di mandare avanti la campagna dei suoceri e collabora attivamente nella Pro-Loco per l’organizzazione delle feste del paese.

    Il valdostano modello “teron”
    Immigrato da una regione del sud. Difficilmente è riuscito ad integrarsi completamente. Spesso abita in zone dove risiedono molti altri suoi conterranei. Il più delle volte è escluso dalla partecipazione e quindi tende a ritrovarsi in gruppi che gli ricordano la sua terra. Il suo sogno spesso è il ritorno al paese d’origine.

    E’ mai possibile che in una regione così piccola possano esistere così tante categorie?

  8. Chi ha scritto allora questo?

    vincenzocali detto:
    14 Settembre 2008 a 0:22
    Etranger mi ha segnalato questo intervento, che ritorna sul tema del confronto tra Valle d’Aosta e SudTirolo già affrontato sul mio blog oltre che su questo.

    Interessante, da parte di uno che guarda la Vda da fuori e la frequenta. Azzeccato in molte parti.

    Però in un punto l’autore si sbaglia di grosso. E non è un punto trascurabile, anzi.

    Lì dove dice: “… la particolarità e l’autonomia della VdA sono sempre state concepite in termini territoriali e non etnici: chiunque vive in VdA è valdostano, a meno che lo rifiuti esplicitamente”.

    Sbagliato.

    L’Union Valdotaine, partito interprete delle pretese autonomistiche valdostane, è partito etnico per autodefinizione. Dal sito del partito (www.unionvaldotaine.org) leggiamo: “Et c’est bien la défense du caractère ethnique et linguistique tout à fait particulier de notre communauté qui a toujours caractérisé notre Mouvement”.

    L’autonomia della Valle è sempre stata concepita, ed è tuttora concepita, in termini puramente etnici. E’ considerato “valdostano” solo chi si riconosce nell’identità e nei caratteri etnici definiti dalla potente macchina propagandistica unionista. Un’identità mantenuta in vita artificialmente con investimenti enormi nell’”invenzione della tradizione” e nella promozione del francese (che perciò la gente – trasversalmente ai vari gruppi “etnici”, compreso quello “autoctono” – si ostina a detestare. Il francese in Vda è sentito dalla popolazione come lingua imposta, un fastidio da sopportare per godere dei benefici economici che garantisce).

    Chi, come me e altre decine di migliaia di persone, è nato in Valle d’Aosta e ha genitori o nonni calabresi o veneti, non è considerato “valdostano”. Io non mi posso dire valdostano. Non che ci tenga, anzi, a volte come era per Gaber faccio persino fatica a sentirmi italiano. Lo dico così, solo per chiarire. Tuttora, in Vda, è frequente trovarsi tra amici o conoscenti e ritrovarsi scherzosamente a contare quanti “valdostani” sono presenti nella compagnia. E’ sottinteso quanti “veri valdostani”, “valdostani doc”. Quelli che hanno il cognome giusto, che hanno entrambi i genitori “valdostani doc”. Poi ci sono i “mezzosangue”, ai quali magari tocca confessare una mamma calabrese. Se è il papà è peggio, perché si è sporcato il cognome. E infine quelli che proprio valdostani non sono (nessuno li considera tali, anche se nati in Vda), perché il sangue, anche da diverse generazioni, viene da fuori.

    Non è vero, quindi, che il calabrese in Vda diventa valdostano anche se magari non sa il francese. La verità è che il calabrese resta calabrese anche se è qui da generazioni e sa il francese meglio dei valdostani (molto spesso è così).

    Per riassumere: in Valle d’Aosta si parla un’unica lingua, l’italiano. Ma esistono diversi gruppi etnici (sorry). I “valdostani doc”, quelli in casa parlano patois; i calabresi (in Valle da diverse generazioni); i veneti (immigrati negli anni trenta); i piemontesi, da sempre; e poi certo i marocchini, i rumeni, ecc. E non c’è affatto quell’integrazione da mulino bianco descritta da Olasz.
    Allora perché ci sono tanti Olasz che vedono i valdostani come un’unica grande comunità, legata a un’unica identità?

    Questo è il capolavoro dell’Union Valdotaine. Vediamo.

    L’Autonomia è stata concessa per proteggere la minoranza linguistica francofona. Sparito il francese (già nell’immediato dopoguerra) e diffusissimi gli immigrati provenienti da altre regioni, nasceva la necessità di rifrancesizzare la Valle e di rinforzare il mito della diversità, anzi della “specificità”, come amano dire gli unionisti.
    Si è così costruito un mondo di cartapesta. Come negli spaghetti-western, con quei villaggi fatti a cinecittà con solo le facciate delle case e del saloon. Si è messa in piedi una grande rappresentazione, per far credere al governo centrale, il quale ci ritorna generosamente i quattordici decimi dei tributi, che qui si parla francese, e che questa lingua, nel cui uso consiste la nostra specialità, debba essere difesa. Ecco così i discorsi iniziati in un francese maccheronico dai politici unionisti (che tanto hanno impressionato Olasz), la produzione gigantesca di pubblicazioni, spettacoli e programmi televisivi in francese che quasi nessuno legge o guarda; la partecipazione dei valdostani alle assise di organizzazioni internazionali dei paesi francofoni; ecc. Tutto finto.

    E i cittadini? Sopportano tutto benevolmente. Si prestano al gioco. Conviene. Stipendi più elevati grazie all’”indennità di bilinguismo”, agevolazioni, contributi, consulenze, mutui, sconti, ecc. Si prestano volentieri al gioco anche i calabresi e i veneti, che a casa non parlano patois (magari al bar sì, quando serve) e tantomeno il francese. E votano in massa per l’Union Valdotaine, artefice del grande inganno portatore di benessere materiale. Un calabrese non potrà mai diventare presidente della Regione, ma vota UV perché la grande finzione risulti più credibile e tutti possano goderne i frutti. E pazienza se la maggioranza della popolazione, quella che non si riconosce nel gruppo etnico dominante, è stata cancellata dalla Storia, come se non avesse contribuito in maniera determinante alla crescita economica e culturale (in senso più vero, stavolta) della regione.

    “Non si è cristallizzata una comunità dei valdostani originari contro gli immigrati”, dice Olasz. Vero, ma le comunità restano separate. Non c’è un’identità comune. Ce n’è una dominante e le altre si lasciano dominare (e annullare) per convenienza.

    Io sono per la costruzione di un’identità comune tra tutti i valdostani, intesi come le persone che vivono in Valle d’Aosta, ma siamo ancora ben lontani dal raggiungere quell’obiettivo.”

  9. Quando scrivi “Sparito il francese” lasci intendere che “prima c’era” o no?, quando scrivi ora che “chiunque” fa sta distinzione sbagli, per esempio io se una distinzione la devo fare la faccio tra valdostano di FORMAZIONE e valdostano di ADOZIONE, tra valdostano IMBECILLE e valdostano NO.
    Ho letto ai tempi la tua guida, l’ho trovata divertente ed ero bibliotecario di Sarre e l’ho comprata per quella biblioteca.
    E’ vero, non dici che è considerato valdostano-doc chi è unionista ma solo “chi si riconosce nell’identità e nei caratteri etnici definiti dalla potente macchina propagandistica unionista.”
    Peccato che la potente macchina propagandistica unionista è così potente proprio perchè NON LI DEFINISCE i caratteri etnici, li CITA, ma NON li definisce. Sei tu IMPLICITAMENTE a DEFINIRLI in un CERTO TIPO. Aosta viva PRETENDE di DEFINIRE L’IDENTITA’ elencando certe caratteristiche culturali da tutelare, NON l’UNION VALDOTAINE che è nata quando NESSUNO considerava importante il dialetto e che senza cambiare di una virgola il suo statuto ha potuto cambiare la sua politica culturale proprio perchè queste caratteristiche sono solo enunciate ma MAI e poi MAI DEFINITE.

    In realtà l’union è potente perchè si piega alla REALE identità della gente, perchè non impone un falso bilinguismo italiano-francese alla battaglia delle reines ma lascia che il vero bilinguismo italiano-dialetto sia usato.

    L’imposizione del francese infine non è neppure un’imposizione dell’union ma l’applicazione della legge, di uno statuto speciale che l’union neppure voleva ma che hanno voluto tutti gli altri partiti nazionali.

    Quando scrivi “Il francese in Vda è sentito dalla popolazione come lingua imposta, un fastidio da sopportare per godere dei benefici economici che garantisce” non stai forse dicendo che “nessuno ama il francese?” e non stai forse parlando a nome della popolazione? Poi, chissà come mai, se interpellati ad uno ad uno, le risposte sono a volte diverse, tu ne sei stata la prova, e cosa pensi? Di essere un’eccezione? Certo, nessuno vuol far parte della massa (è di moda non essere di moda) ed allora forse si tende ad attribuire alla massa proprio le caratteristiche NON nostre. Tutti, assieme ed in massa… Quella che tu chiami PROMOZIONE del francese è anche dare la possibilità a chi l’ha studiato di poterlo praticare, si facesse lo stesso per l’inglese, per Diana!!! Le tv francofone, la possibilità di leggere libri anche in francese, sono strumenti utilissimi per imparare la lingua. A me perlomeno sono stati molto utili.

    Io sono unionista ma non sono per la costruzione di un’identità perchè l’identità è quello che la gente è e quello che la gente fa e pretende di costruire l’identità degli altri significa pretendere di dire agli altri come stare al mondo, e la mia libertà finisce dove cominicia quella altrui. L’unica cosa che pretendo è che si mantenga la tradizione di insegnare il francese in Valle non per una faccenda identitaria e neppure per l’autonomia della regione ma per l’autonomia della persona perchè il sistema (scuola + occasioni di pratica) tutto sommato il francese lo insegna in maniera valida e sarebbe un peccato buttare nel cesso tutto questo.

    Infine ti chiedo: SEVERINO CAVERI, LUCIANO CAVERI, IDA VIGLINO, sono dei valdostani-doc secondo la TUA definizione? O per tua definizione chiunque vada al governo regionale diventa ipso-facto VALDOSTANO-DOC?

    In realtà molti pensieri ed atteggiamenti che ci attribuite ce li attribuite voi, ad una certa demagogia siete voi i primi a crederci, quando scrivete “sparito il francese” siete voi i primi a non aver capito cos’è stata la francofonia valdostana e perchè in quei termini non è mai sparita.

    Il particolarismo valdostano è sempre stato un qualcosa basato sulle LINGUE UFFICIALI, che all’epoca dell’annessione dell’Italia alla VdA CONTAVANO NIENTE nella vita della gente comune, nel costume.

    La presunta propaganda è solo la mancanza del chiarimento dell’ambiguità che si cela dietro il termine FRANCOFONIA.

    Ma tu quando scrivi “sparito il francese” queste cose le sai, vuoi solo lasciare intendere che la propaganda è di un certo tipo (ed in certo senso lo è), vuoi alimentare questa propaganda per dimostrare che ORA NON E’ PIU’ COSI’ e QUINDI NON HA PIU’ SENSO CONTINUARE COSI’, in questa FINZIONE… ma tu semplicemente alimenti la FINZIONE DELLA FINZIONE, sapendo che così facendo e più il tempo passa più metti al muro chi non ha spiegato a suo tempo la vera natura della francofonia valdostana.

  10. gli interventi di uahlim sono solo l’ennesima conferma che quando la politica (in questo caso l’UV) vuole occuparsi di problemi etnici (speravamo che almeno in occidente la questione fosse chiusa), il disastro è assicurato (siamo perfino alla giustificazione di etnia variabile nel tempo a seconda dell’opportunità!)
    Passo e chiudo.

  11. p.s. personalmente considero l’UV, nata per reazione al fascismo italiano, un mouvement micronazionalista locale con una forte tensione ad un “fascismo locale”. Col tempo, man mano che ha acquisito potere, la vera natura del mouvement è venuta a galla, e nessuno osa contrastarla come si dovrebbe, nemmeno l’opposizione (dov’è finita?)

  12. Quando scrivi “L’autonomia della Valle è sempre stata concepita, ed è tuttora concepita, in termini puramente etnici. E’ considerato “valdostano” solo chi si riconosce nell’identità e nei caratteri etnici definiti dalla potente macchina propagandistica unionista.” secondo me scrivi una cosa molto ambigua e non vera e vediamo perchè: parli della natura dell’autonomia, di come è stata concepita, quindi parli dello Statuto speciale. Ma nello statuto speciale NON ESISTE proprio il concetto di etnia valdostana, NON ESISTE il principio di SEGREGAZIONE tra DIVERSE ETNIE, esiste solo il concetto di RESIDENTE IN VALLE D’AOSTA, non so neppure se esiste in concetto di “VALDOSTANO”, se non nell’accezione di CITTADINO VALDOSTANO ossia del tizio RESIDENTE IN VALLE a parte la prima parte del terzo comma dell’articolo 38 e peraltro ultimamente mai applicato (tutti devono superare la prova di accertamento della conoscenza del francese). Perchè se si parla di concezione dell’autonomia in termini oggettivi ci si può solo riferire alle leggi: carta canta. E lì si parla solo dello status delle lingue ufficiali e dell’ordinamento degli enti locali, di competenze legislative e basta e della POSSIBILITA’ DELLA GENTE di usare le due lingue. Nello statuto non si dice neppure espressamente perchè è così se non per ragioni “storiche”, al più CULTURALI, prevale il MEME sul GENE. Che poi si tutelino delle tradizioni storiche del territorio è un conto, ma è come se i turchi in Germania accusassero i tedeschi di basare il loro sistema scolastico sull’etnia perchè si ostinano ad insegnare il tedesco al posto del turco nelle scuole. Un conto è tutelare le tradizioni, un altro affermare che poichè si tutelano le tradizioni allora si fa della discriminazione etnica. Poi che il brel dovrebbe occuparsi di studiare ogni fenomeno linguistico che accade sul nostro territorio sono il primo a pensarlo, anzi forse l’unico. Trovo il brel concepito in maniera etnica, culturalmente parlando, questo sì, non l’autonomia in generale. E quando si discute con i sud tirolesi alto atesini che conoscono invece un sistema normativo, un’autonomia che SULLA CARTA riconosce il concetto di GRUPPO ETNICO, un’autonomia che OBBLIGA la gente a dichiarare IL suo ceppo etnico di appartenenza (per fortuna in base al MEME, visto che di generazione in generazione pare si possa cambiare ceppo), scrivere che l’autonomia valdostana è concepita in termini PURAMENTE etnici è dichiarare dichiaratamente il falso, è perlomeno FUORVIANTE, ne converrai, spero. Se poi pensiamo alla Chiesa (la cosa non c’entra con la norma ma con il costume), la Diocesi organizza i pellegrinaggi valdostani valdostani a Lourdes mica stando a farne due, uno per i valdostani-doc e l’altro per gli altri, se ne fa uno che è il pellegrinaggio dei valdostani a Lourdes, la messa ad Aosta è una, mica una per i valdostani-doc in francese ed un’altra in italiano per gli altri: non c’è la segregazione etnica che c’è invece in Sud Tirolo, e scrivere a dei sudtirolesi “termini puramente etnici” significa parlare di segregazione che invece non c’è.
    Io ti invito, anche se non credi, ad andare ad un pellegrinaggio valdostano a Lourdes ed a vedere come è considerato il vescovo da tutti i fedeli, anche se non è valdostano-doc, se non è forse considerato come uno di loro.
    Ognuno di noi ha la propria testa e non è detto che tutti la pensino allo stesso modo, ma comunque, la realtà dei comportamenti è come se in VdA ci fosse un’unica comunità, sia per la norma che per il costume, poi se qualcuno si sente escluso purtroppo è un fallimento per tutti.
    Io sono contrario alla doppia filiera proprio per non vivere in un posto con due gruppi di persone che si odiano a vicenda perchè si contendono le risorse in quanto GRUPPI.
    Poi consiglio a tutti voi di leggere il libro IL GENE EGOISTA in cui è spiegato perchè tutto sommato IL SANGUE nella nostra specie E’ ACQUA.
    Infine i valdostani da sempre a parte forzature si sentono italiani, proprio perchè è stata l’Italia ad essere stata annessa alla VdA e quindi moltissimi aspetti della civilization valdotaine, le leggi in primis, sono stati esportati in Italia e non è avvenuto il contrario, diversamente a quanto successo in Sud Tirolo Alto Adige. Questo spiega perchè non si è voluto tutelare un’etnia altra da quella italiana, perchè ci sentiamo e siamo italiani da sempre, tutto qui.

  13. Premessa. Non sono uno storico. Non mi ergo a nulla, non mi faccio interprete di nessuno. Esprimo la mia personalissima opinione in tutta serenità.

    Riguardo alla sparizione del francese, ho constatato, e di me mi fido, che dagli anni sessanta a oggi non ho mai incontrato nessun valdostano che parlasse francese. Ho testimonianze dirette che fosse così già nel primo dopoguerra (io ho “solo” quarantotto anni). Questo l’ho sempre trovato stridente con l’affermazione secondo cui il francese sarebbe la lingua madre dei valdostani. Avevo un concetto diverso di “lingua madre”.

    Concedevo, in questo influenzato dalla propaganda ufficiale e da un certo intellettualismo localista fanatico, che il francese fosse parlato nella prima metà del secolo. Per questo ipotizzavo che fosse “sparito” dall’uso solo nel dopoguerra. Mi bastava.

    Il fatto che, come mi dici, il francese in Valle non sia mai stato usato, non fa che andare nella mia direzione. Mi conforta nell’idea che la Grande Finzione messa in atto dalla propaganda sia detestabile (e insopportabile).

    Proprio per questo, puoi star sicuro che la tua affermazione (“il francese in Valle non è sparito perché non c’è mai stato”) è vista come fumo negli occhi dai dirigenti del tuo partito, perché ne smaschera le secolari menzogne. Trovamene uno, uno soltanto, che confermi le tue parole e poi ne riparliamo.
    (Che il francese sia stato imposto all’UV dallo stato italiano mi sembr auna tesi un po’… ardita)

    Il fatto che il francese non sia amato l’ho constatato. Agli spettacoli francesi non va nessuno, le tv francesi non le guarda nessuno, gli studenti valdostani (sono insegnante e partecipo alle commissioni degli esami di stato) parlano un francese pessimo e lo detestano (chiaro che si generalizza, parlo della maggioranza trascurando le eccezioni).

    Riguardo all’identità.
    L’UV si richiama esplicitamente a Chanoux, il quale aveva una certa idea dell’identità valdostana. Leggi Chanoux e hai la dettagliata definizione dei caratteri identitari nei quali si riconosce l’UV. Ovvio che quando si tratta di chiedere i voti ai calabresi si diventa più pragmatici e certe idee si sfumano…
    L’Union è potente perché prende i voti da una parte dell’elettorato “identitario”, ideologizzato. Dall’altra quella dei suoi tanti clienti. Attorno a uno zoccolo duro di aderenti fanatici aggrega gli interessi dei comitati d’affari e delle clientele.

    Severino Caveri, Luciano Caveri e Ida Viglino si sentivano valdostani doc. Si riconoscevano nell’ideologie valdotaine. Si sentivano rappresentanti dei caratteri etnici definiti da Chanoux. Perciò erano politicamente spendibili. Affari loro.

  14. I commenti si sovrappongono…

    @uahlim
    1) Ciò che pensi tu è completamente diverso da ciò che pensano gli unionisti. Sei proprio unionista?
    2) io non sono né valdostano di formazione né valdostano di adozione. Se permetti, scelgo io da chi farmi adottare.
    3) ovvio che lo Statuto Speciale abbia lasciato fuori tutte le aberrazioni etniche dell’ideologie valdotaine.
    Esso esprime semplicemente il diritto di ognuno a esprimersi nella lingua che preferisce, italiano o francese. Il resto fortunatamente è rimasto solo nello statuto dell’UV.

    @Bruno
    Condivido il tuo fastidio. Qui si spacca il capello in quattro. Sofismi.
    La realtà è che con la scusa di queste stupide motivazioni etniche si è instaurato, grazie ai soldi degli italiani, un regime intriso di mafiosità.

  15. Il processo di formazione dell’identità si può distinguere in due componenti.

    Una di identificazione e una di individuazione.

    Con la prima quella di identificazione il soggetto si rifà alle figure rispetto alle quali si sente uguale e con le quali condivide alcuni caratteri. Inoltre produce il senso di appartenenza a un’entità collettiva definita come noi (famiglia, patria, gruppo di pari, comunità locale, nazione).

    Con la componente di individuazione il soggetto fa riferimento alle caratteristiche che lo distinguono dagli altri, sia dagli altri gruppi a cui non appartiene (e, in questo senso, ogni identificazione/inclusione implica un’individuazione/esclusione), sia dagli altri membri del gruppo rispetto ai quali il soggetto si distingue per le proprie caratteristiche fisiche e morali e per una propria storia che è sua e di nessun altro. Molte persone sono orgogliose del gruppo in cui si identificano, che fornisce loro un senso di appartenenza ad una comunità, e per converso tendono a nutrire un rifiuto per i gruppi che considerano esterni o altri, in misura variabile in base al grado di vicinanza o lontananza dell’altro dal proprio.

    Sono quindi presenti due aspetti dell’identità. E’ evidente poi come la seconda componente la faccia da padrona visto che la realtà valdostana è talmente piccola che riesce ad identificarsi quasi come un UNICUM, un’ unica comunità omogenea. E questo aspetto dell’identità può essere visto in positivo come senso di appartenenza, di identità nazionale per gli abitanti di un particolare paese. Invece una differente modalità è quella di identità di genere, sottintendendo così una doppia tipologia di classificazione, in cui sono presenti risvolti ideologici. Infatti, ad una prima classificazione positiva del tipo “come siamo (come io sono) ” si contrappone una più potente classificazione negativa del tipo ” io non sono così, noi non siamo così”. Io qui, nella mia terra parlo il patois… io parlo francese.

    Dunque la classificazione negativa nasconde in sé il pericolo di attribuire all’esterno le qualità o le caratteristiche negative non gradite. E’ così che si crea diversità e si corre il rischio di vedere riflessi quei tratti che la propria identità ideale ha reso tabù e riconosce negli altri solo i difetti. Se ad esempio il francese, il patois dovessero scomparire esse non potranno più essere rimpiazzate se non con l’italiano. La lingua, perciò, custodisce un patrimonio di conoscenze e cultura che sparisce insieme a loro.

    L’estinzione di una lingua non riguarda esclusivamente la lingua stessa. L’identità, il riconoscersi come popolo, è strettamente collegata al linguaggio e alla comunicazione tra i membri di una comunità (…mi viene da pensare all’Union). Se la lingua viene a mancare, la comunità si lacera e ogni individuo rimane “solo”. Questo è quello che succede e che è paventato oggi dove con copiose “immigrazioni”, affluiscono migliaia di persone, con la speranza di ottenere parte della ricchezza e delle opportunità che la Valle può offrire. La perdita d’identità e la mancanza di un legame con la propria storia creano una sorta di risentimento nel quale molte persone legate alle tradizioni vivono.

  16. ed è di questo regime unionista, intriso di mafiosità, instauratosi in questa valle afghana grazie ai soldi italiani ed alla complicità di gran parte delle forze politiche locali, compresa in primis la sinistra, che dovremmo, secondo me, occuparci in primo luogo, e non lasciarci troppo distrarre da stupidi discorsi su etnie e identità. All’UV di questi discorsi non frega proprio niente, se non per accaparrarsi il voto di tanti ingenui e/o interessati.
    Per l’UV è infatti valdostano chi vota per l’UV, non è valdostano (è italiano), e pertanto un nemico potenziale, chi non vota per l’UV; se poi si tratta di un valdostano doc (come il sottoscritto), si tratta di un traditore e nemico della patria, come ha scritto il valdostano doc L. Caveri sul Galoppino (pardon Calepin) prima di essere messo alla porta (mi aveva anche minacciato di querela sul suo blog per l’accenno ad una questione sua privata che egli conosce benissimo; gli ho risposto: fai come ti pare). Ricordo che traditori e nemici della patria, oltreché banditi, venivano usualmente definiti i partigiani dai repubblichini, nel biennio 43/45.

  17. Caro Bruno, che l’etnia o meglio l’identità di una comunità ed i suoi costumi varino nel tempo è una realtà che non richiede alcuna giustificazione, è così e basta, ecco perchè non ha senso DEFINIRE cosa e quali siano queste cose, la tutela di queste identità significa solo voler garantire a chi è in un certo modo di non essere costretto a cambiare le sue abitudini e rinnegare quello che è, ma poi le generazioni si succedono e qualcosa cambia da una generazione alla successiva, è inevitabile. Che si evolvano inoltre le idee in merito a ciò che è ritenuto culturalmente importante, anche questo è innegabile. Che l’ambiguità dei principi stabiliti dall’union valdotaine abbia permesso ad una base di identificare certi aspetti dei caratteri etnici e ad una certa élite altri è cosa nota. Io non giustifico nulla ma non è forse vero che storicamente è avvenuto che inizialmente tutti dessero importanza solamente alle lingue ufficiali trascurando i dialetti e che Pasolini sia stata una voce isolata nel boom economico? E non è forse vero che proprio la genericità dei principi affermati abbia permesso di evolvere la politica senza dover cambiare quei principi? Ed infine non è forse vero che proprio grazie al sondaggio della fondazione Chanoux si sia potuto arrivare infine a cambiare la vulgata della storia e che da una versione semplicistica di cosa fosse la francofonia si sia giunti finalmente ad una versione più verosimile con tanti ma e però? Io non ho giustificato, ho semplicemente spiegato, che molte cose non sono state scritte nero su bianco e sono state intese variamente e cambiate nel corso dei decenni, perchè le mentalità cambiano, la gente cambia e cambiano persino i significati dati alle stesse parole perchè negli anni parole uguali designano situazioni diverse. Essere unionisti nel dopoguerra è cosa ideologicamente diversa che esserlo ora, così come essere democristiani negli anni ’80 era cosa diversa che esserlo negli anni ’50, e come essere francofoni in una società rurale nell’800 è cosa diversa da cosa si intenda esserlo nella società dei consumi culturali del XX secolo. Ed ora non siamo neppure unionisti tutti uguali. Non sono io che ho tirato in ballo la questione etnica, è Calì che è ossessionato da tale questione e che dipinge i valdostani, “chiunque” valdostano, come ossessionato da tali questioni. Proprio perchè la popolazione valdostana evolve trovo più cristalizzante lo statuto di Aosta viva che nelle questioni di principio sui dialetti da tutelare si cristallizza su patois e dialetti tedeschi, dimenticandosi di altre possibilità come il piemontese od il calabrese di Morgeto ad Aosta. Nei fatti neppure l’union tutela e valorizza questi dialetti, purtroppo, ma per lo meno non fa della loro esclusione da tale tutela una questione di principio. In fondo la calabresità di Aosta a mio modo di vedere è una tipicità di Aosta come un’altra da valorizzare, così come la loro festa patronale. Ma se facciamo così veniamo accusati di non essere coerenti solo perchè consideriamo i caratteri etnici variabili nel tempo? Essi non variano forse? Mentre se siamo chiusi di fronte a questi nuovi elementi formanti l’identità valdostana allora veniamo accusati di essere razzisti… di non formare una nuova identità comune, di non voler accomunare… L’unica coerenza che vedo in questo discorso è quello di voler comunque per principio condannarci ad essere razzisti o di voler vedere i nostri principi come razzisti. Tutto evolve, anche l’union, e ricordare solo da dove si è partiti per essere arrivati dove si è arrivati non significa per forza condividere per filo e per segno le posizioni dalle quali si è partiti. Del resto non è neppure giusto dare troppa enfasi ai dialetti scordandoci che comunque la cultura di massa necessita di una massa critica e quindi di una lingua ufficiale non dialettale in cui esprimerla, questa cultura.

  18. Avevo un concetto diverso di “lingua madre”: è proprio questo il punto centrale. Il concetto di “lingua madre” per descrivere la realtà della Valle d’Aosta rurale del diciannovesimo secolo E’ INEVITABILMENTE DIVERSO dal concetto di “lingua madre” usato per descrivere la Francia del XXI secolo. Non capire questa diversità concettuale porta poi ad accusare gli altri di fingere, ma nessuno finge, è una differenza concettuale data per scontato, data la sua ovvietà. Non ci vuole Zichichi per capire che in un paese agricolo senza radio, televisioni, cinema e giornali, dove tutti si esprimono in dialetto, si è di “lingua madre” francese solo perchè il dialetto non è una lingua e quell’essere di lingua madre esprime il semplice concetto che il francese è la lingua, tra le lingue, quella meglio conosciuta e che si usa di preferenza, quando proprio non si può usare il dialetto. Nessuno in Valle ha smesso di parlare francese per mettersi improvvisamente a parlare patois, mi creda Calì, non è successo così.

  19. Ma cosa scrivi Bruno? “Per l’UV è infatti valdostano chi vota per l’UV, non è valdostano (è italiano), e pertanto un nemico potenziale, chi non vota per l’UV”.

    Per l’UV sarà così, ma per Guste, chi non vota adesso UV è un elettore POTENZIALE dell’union, l’opposizione concettuale è tra ATTUALE e POTENZIALE, non tra amico e nemico 😉

    E lo scrivete anche voi quando ammettete che “i calabresi adesso votano union”. La voterebbero, l’union, se nel passato fossero stati trattati da nemici? No, sono stati trattati da elettori potenziali, per l’union è valdostano chi è residente, chi ha diritto di voto in Valle, perchè PUO’ votare union :-)) E’ l’ANAGRAFE che conta ;-). Il resto sono fuffole.
    Ma se gli unionisti si comportano così è facile accusarli di fare così per SECONDI FINI, tanto chi può controllare? Il vostro giochino è semplice: se gli unionisti discriminano lo fanno perchè sono come voi li dipingete, se non discriminano lo fanno per secondi fini e tradiscono quella che secondo voi è la loro ideologia e quello che dovrebbero fare.

    Persino sul clientelismo non riuscite a distinguere tra attuale e potenziale: molti non votano Guste per avere subito un aiuto come voi dite, non c’è sempre uno scambio immediato, ma lo votano per la prospettiva che se uno è nella merda può avere un interlocutore che può aiutarlo veramente, per la disponibilità mostrata verso tutti.

    Per Calì: discutendo con dei sud-tirolesi io non darei per ovvio che nello Statuto ossia nell’autonomia come concepita non ci possa essere spazio alla segregazione etnica visto che nel caso del sud Tirolo è avvenuto proprio il contrario (con tra l’altro le garanzie internazionali, una figura di palta veramente per tutti) e quindi eviterei di definire l’autonomia valdostana essere stata concepita “in termini PURAMENTE ETNICI” per poi correggerti con l’OVVIO, quando è avvenuto proprio il contrario, quando non c’è mai la parola etnia ma solo l’espressione ambigua “originari” in un articolo peraltro mai attuato e la cui non attuazione la dice lunga sulla mentalità NON ETNICA e NON DISCRIMINATORIA dei valdostani.

    Poi, come si dice, le cattive intenzioni non si negano a nessun unionista, vero?

    Continuate così, ad accusare senza uno straccio di prova perchè alla discussione dei fatti sostituite la discussione su presunte intenzioni mai verificabili. Qualunque cosa si faccia, dato che sono le intenzioni che ci attribuite che discutete, non va mai bene. E’ facile accusare semplicemente mettendo qualche aggettivo qua e là.

  20. Considero chiusa la discussione (a meno di contributi di persone nuove).
    I lettori di fuori Valle a questo punto hanno capito tutto, senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

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