L’imperatore dimezzato (per un disguido)

Ora che la guerra nell’Uv è ri-scoppiata con l’impiego dell’artiglieria pesante, i giornali si occuperanno ancora delle “bufere” del Pd?

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34 pensieri su “L’imperatore dimezzato (per un disguido)

  1. Rollandin prende tutti in giro (prima di tutto i consiglieri regionali, poi i cittadini) quando parla di un disguido riferendosi al voto posto esternamente al quadrato (4 o 6?).

    Si dovrebbe parlare di un disguido plurimo, ovvero di più disguidi tutti eguali tra di loro, che coincidenza!

    Rollandin forse non è molto ferrato in statistica e probabilmente neanche la maggior parte dei consiglieri regionali.

    Se lo fosse saprebbe che le probabilità che si verifichi un disguido plurimo del genere (4 o 6 casi su 35), è praticamente e matematicamente IMPOSSIBILE.

    Si tratta pertanto di una BUGIA, e Rollandin lo sa.

    Per noi è una presa in giro, oltre ad un vergognoso inizio di legislatura.

    p.s. propongo ai consiglieri di maggioranza, in particolare a quelli dell’UV, di recarsi all’arena di Verona (pardon Croix Noire), e di sfidarsi a cornate in una spettacolare “bataille des modzon”. Saremo tutti presenti.

  2. c’è comunque ben poco da stare allegri; si tratta di un avvertimento per rollandin, probabilmente firmato, ma a noi sconosciuto. Si tratta di metodi (sicari che pugnalano alla schiena) che MAI avremmo voluto veder praticati in VDA, men che mai nell’attività politica. Ma c’è molta gente che non ha il coraggio delle proprie azioni e usa questi metodi molto in uso altrove. Siamo come gli altri, forse peggio. Questa non è più politica, è altro. Lascio a voi cercare il nome più appropriato. Mi limito a dire che siamo in presenza di “sporche” lotte tribali. La morte della politica?

  3. Hai ragione, è stato un avvertimento. Come lasciare una testa di capretto mozzata davanti all’uscio. Un atto di vigliaccheria mafiosa. Occhio che ci devi dare questo o quest’altro altrimenti ti mandiamo sotto quando vogliamo… Bel clima democratico, davvero. Ottima partenza della legislatura.

  4. Io ho fatto matematica e so bene che 4 persone che scrivono al di fuori della scheda siano un pò troppe per parlare di disguido.
    Come era successo per ELLE CAVERI ieri è successo per quella votazione.
    Ora lascio pensare a voi chi può essere il gruppo di 4 persone che scrive e pensa allo stesso modo… Evidentemente gli alleati sono fedeli!
    E’ vergognoso che si rivoti sabato su una cosa che non è passata. Cosa dobbiamo fare???? e perchè non si pensa di fargli fare solo una crocetta su si o no anzichè farli scrivere?
    NON HO PAROLE.
    Se nella stanza dove si scrivono le regole succede questo non dobbiamo stupirci di altro…

  5. DIMENTICAVO…invito Bruno e Uhalim a seguire la risposta dell’Assessore sull’insegnamento del patois nelle scuole…veramente carina.
    Ci dovrà essere un gruppo di 74 persone che cercheranno di insegnare ai nostri figli correttamente la lingua arpitana, anche perchè io da buona gressaenze abborrirei se sentissi dire LODZE anchiché LUIE…
    Non ho parole!

  6. Ho letto su questo sito http://www.fmnews.eu/fmnews/articolo.asp?articolo=8011 che tale insegnamento dovrebbe essere FACOLTATIVO.
    Io sono un po’ scettico più che su dove si possano trovare gli insegnanti (anche su quello), su dove si possa trovare il tempo per insegnare. Forse può però servire a far sì che valdostani cresciuti in Valle ma in famiglie dove non si parla il dialetto ma in paesi dove si parla il dialetto possano impararlo e sentirsi più a loro agio. Anche il fatto che sia insegnato facoltativamente nelle scuole e non in corsi separati può far sentire più a loro agio questi studenti. Molti che vengono da fuori adesso per imparare il dialetto devono un po’ arrangiarsi da soli, e sapere il dialetto, dov’è praticato, è importante, ovunque, non solo in VdA. In Svizzera si parla un tedesco svizzero anche nelle città ma non lo si insegna nelle scuole ed io ho l’impressione che non lo si faccia per evitare che chi non è del posto possa mescolarsi con gli autoctoni, si insegna invece il tedesco standard, quindi gli autoctoni sanno due tedeschi, tra loro parlano quello non insegnato a scuola anche agli immigrati, con i tedeschi di Germania quello scolastico. Allora la domanda è: chi è il vero razzista? Chi mette in condizione chi non può imparare il dialetto in casa di impararlo a scuola o chi fa in modo che solo chi ha genitori che parlano il dialetto possa impararlo agevolmente?

  7. Lanièce, dicono tutti che sei una persona seria e preparata; se è così non ti meriti le cattive compagnie che frequenti. E allora risolvilo tu questo problema. Se hai intenzione di fare ricorso in Cassazione fallo, è un tuo diritto. Ma lascia perdere la tua disponibilità a fare l’Assessore tecnico in questa Giunta e con questa compagnia: avrai tutta la stima e la comprensione di noi valdostani tout court, doc o meno.

  8. Sui corsi di patois ho una mia opinione personale (che sarebbe troppo lungo motivare qui e allora riassumo)

    Se facoltativi, come sembra, ben vengano, li si fanno ormai un pò dappertutto, non solo in VDA, per chi, incuriosito o per necessità, volesse averne un’idea (il patois parlato ancora comunemente oggi è solo più un’ombra del patois autentico, in quanto in parte italianizzato, in parte mancante ormai di quantità di vocaboli andati in disuso insieme alla civiltà contadina rurale di cui era espressione), è insomma un patois sul viale del tramonto o, comunque, in fase di trasformazione e di imbarbarimento.

    Non sono molto d’accordo con un insegnamento scritto del patois: non è una lingua scritta, è una lingua orale, e i pochi tentativi di darle una veste scritta sono del tutto accademici e controversi, patrimonio di un’accademia della “crutze”. Eliminerei l’insegnamento scritto.

    Esistono, in prima approssimazione, due tipologie di patois: quello dell’alta valle (ué, ué) e quello della bassa valle (òi, òi), quasi incomprensibili l’una per l’altra, per chi non abbia parecchia domestichezza (è per questo che probabilmente viérin e rollandin non si capiscono).
    Per la scuola bastano e avanzano, le varie sfumature ognuno se le potrà vedere.

    La vera cinghia di trasmessione del patois è comunque l’insegnamento materno, cui la scuola non può supplire in ogni caso.

    p.s. ma è vero (desidero approfondire la questione) che noi di madrelingua patois (o dialetto) parliamo con i piedi (les pattes), e da qui, cioè dalle pattes con cui parliamo, hanno avuto origine i termini patois e patoisant?

  9. Sai Bruno, per chi non è di madre lingua, la scrittura è comunque una TECNOLOGIA che aiuta la memorizzazione. Hai voglia insegnare una grammatica o la declinazione dei verbi senza comunque metterli giù per iscritto, od i semplici vocaboli. Tu puoi anche non insegnare la lingua scritta, ma gli studenti si arrabbatteranno inventandosi un modo per ANNOTARLA, la lingua orale che studiano come lingua straniera. Il patois non sarà una lingua scritta, ma come fai inoltre a realizzare un vocabolario se non usi una forma di scrittura alfabetica? Scrittura alfabetica che è una tecnologia per memorizzare dei suoni, alla fin della fiera. Potresti anche essere radicale ed usare l’alfabeto internazionale dei fonemi. Anzi, io per dirla tutta sarei molto radicale, insegnerei anche TUTTI i suoni dell’alfabeto internazionale dei fonemi (tranne forse i click dei koisan) perchè il mondo richiede sempre più la conoscenza delle lingue e per riffo o per raffo si va a finire che questo alfabeto serve per leggere correttamente le pronunce dei vocaboli nei dizionari che poi si deve usare nel corso della vita.

  10. x Bruno

    A me sembra di ricordare che l’origine derivi da “Patoier” che in francese indica una gesticolazione con le mani, o comunque un comportamento goffo e rozzo e veniva quindi associato in senso dispregativo alla “rusticità” della povera gente che lo impiegava.

  11. Tu Bruno la vedi diversamente perchè hai imparato il patois e quindi vedi l’inutilità di scrivere qualcosa in patois, o di annotare qualcosa sul patois, ma per chi studia il patois, non c’è solo l’esigenza di scrivere qualcosa IN patois, ma anche quella di annotare qualcosa SUL patois, e quindi di descrivere i vocaboli del patois con una forma di scrittura. Inoltre esiste anche la memoria VISIVA. Poi, cos’è che fa di una lingua una lingua scritta? E’ solo l’abitudine a leggerla. Ma tutte le ortografie di tutte le lingue sono in parte delle CONVENZIONI, in parte, perchè di NATURALE rispetto alla lingua PARLATA che devono rappresentare dovrebbero avere la caratteristica di descrivere TUTTI i fonemi e solo quelli, in una forma non troppo complessa però. Da questo punto di vista se l’italiano ha il vantaggio di essere una lingua scritta che si scrive come si parla, il francese ha il vantaggio di essere una lingua parlata che si parla come si scrive. L’esito delle due caratteristiche è presto detto: gli italiani fanno meno errori di ortografia, i francesi parlano il francese in maniera più omogenea. Occorrerebbe trovare un metodo di trascrizione che conservi i pregi delle due lingue e vada oltre ma senza esagerare. L’alfabeto fonetico infatti è troppo complesso secondo me, fa dei distinguo di pronuncia troppo sottili da cogliere per la gente comune, mentre la grafia storica è troppo approssimativa e costringe a memorizzare due volte: grafia e alternative di pronuncia (esse dolce od esse aspra? e aperta o chusa? o chiusa o aperta? zeta dolce o zeta aspra?).
    Comunque secondo me gli insegnanti non sono sufficientemente preparati in fonologia e manca una cultura diffusa in questa materia che in fondo è uno strumento di lavoro molto utile per descrivere le lingue, quindi per impararle ed insegnarle.
    Una scuola multilingue dovrebbe cominciare proprio ad insegnare anche rudimenti di linguistica generale, ossia il linguaggio da usare per descrivere le lingue, pronuncia e grammatica. Io penso che aldilà della retorica siamo ancora molto indietro.

  12. il discorso sarebbe complesso; qualsiasi trascrizione scritta è riduttiva rispetto a quanto vorrebbe trascrivere (al di là dell’utilità pratica di cui giustamente parli). Non hai mai letto qualcosa di PPP quando, nei romanzi e negli scritti giovanili, fa delle osservazioni sui parlanti friulani e sulle sottili differenze tra paese e paese, sia nei fonemi che nella pronuncia? concordo sulla mancanza di preparazione, e pensare che quel che rimane del patois potrebbe essere oggetto di studio e di lavoro per un archeologo linguistico, il quale abbia naturalmente una sufficiente preparazione.
    Ti faccio un solo esempio:
    Il termine mirtillo, di origine latina e conservatosi nelle lingue neolatine (francese e italiano), non ha alcun corrispondente in alcun patois nostrano.
    In compenso, solo in VDA, che io sappia, abbiamo, a seconda delle zone linguistiche, almeno tre vocaboli diversi per indicare il mirtillo, tre vocaboli che non hanno alcuna radice in comune:
    lùfie (dalle mie parti)
    ambrocalle
    bruaco.
    Come vedi tre termini che non hanno alcun rapporto con le lingue neolatine (e neanche con la lingua greca, per quel poco che ne so), ma neanche alcun rapporto tra di loro.
    Ho provato a consultare il voluminoso dizionario di patois di chenal e vautherin per trovare qualche eventuale delucidazione (sono a volte indicati certi vocaboli o certe radici di origine celtica), ma non ho trovato assolutamente niente.
    E’ solo un esempio, ovviamente.

  13. I giornali si occuperanno ancora delle bufere del PD? No, non se ne occuperanno più, non usciranno neanche più, come La Stampa odierna.

  14. Riguardo al patois, se sarà facoltativo, il suo insegnamento non lederà i diritti di chi non lo vuole insegnato ai suoi figli (io non ne ho, ma li avessi sceglierei il no). Questo è buono.
    Però…
    Avete già evidenziato le grandi e forse insormontabili difficoltà di sintesi didattica, a causa della mancanza di una tradizione scritta e dell’estrema variabilità dei tanti patois parlati in Valle.
    Ma ci sono altri grandi problemi. Uno è il costo, che si annuncia enorme. Si tratterebbe di formare (in quanto tempo e come?) centinaia di insegnanti – che immagino dovranno anche essere pagati (!) – realizzare i testi (uno diverso per ogni comune?), ecc.
    Un altro è il rischio di un ulteriore abbassamento qualitativo della scuola valdostana. Già oggi i ragazzi valdostani (come insegnante lo dico per esperienza diretta) raggiungono risultati pessimi nello studio dell’italiano e del francese, per non parlare dell’inglese. Credo sarebbe più saggio concentrare gli sforzi su queste lingue, che serviranno per interagire con il mondo e per produrre cultura universale, piuttosto che avventurarsi in questa avventura dal forte sapore ideologico. Il patois, non dimentichiamolo, gode di ottima salute. Come tutti i dialetti si tramanda di generazione in generazione spontaneamente.

  15. nulla da obiettare sul problema dei costi, anzi, dovrebbero essere messi in conto e gli eventuali investimenti dovrebbero essere minimi; preoccupanti il tono e i modi della campagna ideologica, che vanno ben al di là dell’importanza e della valenza del problema. Il livello dell’insegnamento scolastico (ho due figli al PIN, liceo scientifico, purtroppo è quello che è (non per colpa degli alunni ovviamente). che fare?

  16. p.s.: neanche i miei figli non andranno all’eventuale scuola di patois (la scelta è loro e del tutto autonoma).

  17. insomma, anche un argomento banale e secondario come l’organizzazione di corsi di patois per i pochi che desiderassero seguirli (ma non li organizzano già da anni?) sta diventando un’occasione per la formazione del valdostano unico o dell’U(nico) V(aldostano), con dispendio e spreco di soldi. Se è così (non sono molto informato su quel che sta avvenendo nel mondo della scuola), come lascia presupporre la risposta di Vincenzo, mi dispiace, ma non ci stò.

  18. La mia opinione è che forse si sta un pochino esagerando andando a cercare ovunque streghe e mostri che spesso non esistono.
    Mi sembra vi sia in molti casi un’idea preconcetta che porta a rifiutare qualsiasi cosa anche quando questa può essere animata da un buon proposito o comunque da un proposito che forse non è così “tranchant” come lo si intende e comunque mi sembra che i giudizi che ne derivano non siano meno rigidi.
    C’è forse a mio avviso la necessità di riportare tutto in un’ottica più tranquilla soprattutto in questioni per così dire “marginali” come questa.
    Dopotutto non è che si voglia creare dei campi di concentramento per chi non voglia approfondire il patois.
    La proposta di Vierin, per come l’ho capita io, è una possibilità di approfondimento al di là dell’orario scolastico, che viene offerta a tutti quei ragazzi che desidereranno parteciparvi.
    Mi sembra sia stato anche precisato che questa iniziativa verrà avviata là dove vi sia comunque una buona percentuale di richieste.
    E’ evidente che c’è qualche costo in più (che comunque non è ancora definito) come del resto potrebbe esserci se al posto del patois vi fosse un corso di musica o di inglese o di informatica come spesso accade già oggi.
    La parola enorme detta da Calì mi sembra fuori luogo visto che non la conosciamo ancora.
    La frase poi detta che io non ho figli ma se li avessi sceglierei di no mi sembra quantomeno un pò forzata là dove la volontà negativa del genitore si impone su una possibilità di scelta propositiva.
    Chi è il vero estremista in questo caso?

  19. Beh, io credo che non sarebbe male rientrare in tema 🙂 Il “thread” proposto era: « Ora che la guerra nell’Uv è ri-scoppiata con l’impiego dell’artiglieria pesante, i giornali si occuperanno ancora delle “bufere” del Pd? »

    Ecco la risposta:
    Il quotidiano La Stampa non sarà in edicola giovedì 2 e venerdì 3 ottobre: l’assemblea dei redattori ha proclamato un pacchetto di tre giorni di sciopero, il primo dei quali già il 2 ottobre.

    un saluto informato

  20. Il no categorico del genitore ipotetico Calì che è insegnante ha stupito anche me, mi sarei aspettato piuttosto una risposta del tipo: dipende da come vengono organizzati i corsi e dal contesto ambientale in cui vivono i miei figli, sapere il dialetto ad Aosta forse non ha senso, saperlo a Cogne forse sì. Mi ha anche stupito questa sua preoccupazione sul costo della realizzazione dei testi in un’epoca, la nostra, di blog, computer, stampanti, che consente la realizzazione di testi da parte degli stessi scolari e docenti come processo complementare ed integrativo all’apprendimento della materia che si impara. Io sto seguendo un corso di dialetto milanese e non abbiamo dei testi sui quali studiare, prendiamo essenzialmente appunti. Non ci sono testi? E’ veramente così? Basta a mio avviso prendere in mano un libro di testo per una qualsiasi lingua straniera e trasporlo per il dialetto che si studia. Occorre veramente preparare dei testi a monte? Ed ha senso continuare con la logica del libro di testo scritto dalle case editrici e con il copyright? O non avrebbe senso invece realizzare questi libri in working progress, lasciando libertà al singolo docente ed alla classe di fare qualcosa magari che sfugga alle logiche editoriali e più in linea con la filosofia della wikipedia? Non so, Vincenzo, vedere un insegnante arrendersi di fronte all’assenza del libro di testo… ogni corso ed ogni studente dovrebbe in un certo senso costruirsi anche un suo libro di testo, ogni insegnante dovrebbe usare il libro di testo per insegnare ad usare i libri di testo, ma anche saper realizzare del materiale da sé.

  21. Ok, rispondo in maniera meno affrettata (solo un po’ meno, non è che abbia molto tempo…)

    @ghianda
    Streghe, mostri ed estremismi li hai introdotti tu. Io parlavo serenamente del merito della questione, che non è colpa mia se è intaccata da visioni ideologiche (non certo mie).
    Cerco di spiegarmi meglio. Io sono convinto che per la liberazione dell’uomo in quanto individuo sia necessario rigettare le ideologie, che si fondano proprio sulla negazione della ragione e pretendono che si smetta di pensare per aderire a dogmi scritti da altri. Preferisco che ognuno possa pensare con la propria testa.
    Sono perciò contrario a qualsiasi indottrinamento (religioso o politico) dei bambini. Credo sia dovere di un genitore tenere i propri figli lontano da ogni tentativo in tal senso, proprio allo scopo di renderli liberi di formarsi da soli i propri convincimenti. Quindi non si tratta di una “volontà negativa del genitore”, quanto della vigilanza del genitore di fronte ai tentativi di manipolare le coscienze di bambini indifesi.
    Questa operazione del patois, se non vogliamo fare i finti tonti e credere che sia del tutto innocente, si configura come una chiara operazione ideologica. L’assessore, spalleggiato dalla sovrintendente, ha già annunciato l’intenzione di formare l’école valdotaine, nella quale si insegni la “civilisation valdotaine”. C’è un disegno preciso a monte. E’ un disegno ideologico.
    Comunque, se qualche genitore volesse approfittare di questa “opportunità”, faccia pure.

    Secondo me, però, sbaglierebbe. Perché lo studio di un dialetto a scuola peggiora l’apprendimento delle lingue. In una scuola dai risultati pessimi (vedi statistiche su abbandoni, numero di diplomati e laureati, ecc.) come quella valdostana, credo bisognerebbe investire nell’innalzamento della qualità e non sul suo abbassamento. Abbiamo bisogno che i bambini valdostani imparino meglio l’italiano, il francese e l’inglese.

    In questo senso, i costi secondo me sono comunque enormi in apporto ai benefici apportati sulla qualità dell’insegnamento delle lingue (nulli, se non peggio).

    @uahlim
    Se l’operazione patois si risolverà nella solita organizzazione alla valdostana (bei depliants patinati e pochissimo arrosto), allora va bene. Se invece si volesse fare le cose per bene, ci sarebbe da organizzare un aggiornamento molto complesso degli insegnanti (con un lavoro a monte di commissioni, consulenze, ecc.) con la realizzazione di ausili didattici, che costano (perché richiedono lavoro intellettuale di persone molto preparate)anche se basati sulle tecnologie informatiche. Se tu lasciassi tutto all’iniziativa individuale dei singoli insegnanti credo che il disastro sarebbe totale. Oppure, appunto, stiamo parlando solo di corsettini pomeridiani come quelli che esistono già oggi, e allora non de discutiamo neppure.

  22. Massai Vincenzo, alla fine per insegnare un dialetto a delle persone che non lo sanno ma stanno in un paese dove lo si parla non è che occorra molto, giusto un inquadramento grammaticale di base ed un po’ di vocabolario per dare quella sicurezza per poter parlare senza l’impressione di inventare le cose o dirle sbagliate, non la farei poi molto complicata. Certo, sono solo corsettini pomeridiani, perchè il tempo è anche quello che è, cambia solo la sede dove vengono fatti, alla fin della fiera.
    Io ripeto, non hai capito che l’ausilio didattico spesso non risiede nell’ausilio didattico in sé ma nella sua realizzazione. Purtroppo alla mentalità del fare per imparare si è sostituita quella dell’avere gli strumenti già belle che fatti per imparare.
    Io, per esperienza personale, i migliori insegnamenti li ho ricevuto proprio dall’insegnante che era eccezionale indipendentemente dagli strumenti che usava, è proprio l’insegnante e la sua iniziativa personale, il suo entusiasmo, che per me ha sempre fatto la differenza tra un buon corso ed un cattivo corso.
    Poi tu ti ostini a parlare di aggiornamento degli insegnanti dimenticando che corsi di patois già esistono e quindi già esistono insegnanti già aggiornati. Che magari insegnano solo patois nei corsettini. Poi perchè definirli corsettini? Tu li hai frequentati? Perchè denigrare il lavoro altrui senza neppure conoscerlo? E’ questo che insegni ai tuoi studenti? A denigrare il lavoro altrui senza conoscerlo? Poi hai citato tra le difficoltà la mancanza di uno standard di scrittura del patois mentre invece esso c’è, per esempio. Io poi francamente credo di più all’iniziativa individuale dei docenti appassionati che a docenti pappagallo che devono solo usare in maniera acritica splendidi ausili didattici che costano ed imposti dall’alto… non so, i testi universitari nascono tutti come raccolte di appunti delle lezioni di docenti appassionati, le università di tutto il mondo sono lasciate alla libera iniziativa individuale dei docenti…. e le università funzionano.
    Mi sembra molto triste la concezione che tu hai degli insegnanti, del loro ruolo e del loro entusiasmo.
    Forse abbiamo conosciuto insegnanti diversi. Tu credi nelle cose, io nelle persone. Sorry.

  23. La buona scuola la fanno i buoni insegnanti, quelli che dici tu. Ma siccome non tutti possono essere bravi insegnanti, appassionati, ecc. è necessario che ci sia un’impostazione generale, linee guida, contenuti programmatici minimi… In una scuola seria non si può lasciare tutto allo spontaneismo.
    Corsettini vuol solo dire “piccoli corsi”, non inseriti organicamente in un progetto educativo complessivo. Sicuramente quegli insegnanti sono ottimi insegnanti, molto migliori di me, quindi mi guardo bene dall’offenderne il lavoro.

  24. a quale prezzo?

    domani mattina sapremo se, come sembra dai comunicati ufficiali, lanièce (valdostano di formazione oi, oi, come rollandin) verrà (ri)eletto, ma non sapremo il prezzo pagato per il “disguido”.

    In ogni caso anche lanièce (bravo e capace oppure no) avrà dimostrato di accettare la legge comune.

  25. I provvedimenti del governo sulla scuola pubblica, in specie su quella dell’obbligo, dovrebbero costringere tutti a prendere posizione. L’intento ultimo di questo governo, che è in mano a Tremonti e di cui la Gelmini non è che l’esecutrice, è la distruzione della scuola pubblica, di quella parte che è considerata tra le migliori come la scuola primaria.

    L’ultima trovata, dopo il voto in condotta, i grembiuli, l’introduzione del maestro unico, è che col 5 in una materia anche i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie debbano ripetere l’anno. L’attacco di Marcello Veneziani, esponente “intellettuale” della destra italiana, contro don Milani e la Scuola di Barbiana, con la demonizzazione che si sta facendo del Sessantotto, sono il brodo culturale in cui si forgia la rovina della scuola pubblica.

    I perdenti non saranno solo le maestre precarie che non potranno più lavorare, ma saranno i bambini e le famiglie che vedranno ridotta drasticamente l’offerta formativa, in particolare nelle realtà del Sud e delle isole, dove scarseggiano le scuole a tempo pieno. La scuola che ha in mente Gelmini è la scuola delle maestre-mamme o del maestro-tuttologo e missionario, è la scuola “giustizialista”, nel senso che tende a punire con l’esclusione (la bocciatura) il bambino o il ragazzo in difficoltà sia da un punto di vista di socialità (il così detto, talvolta a sproposito, bullo), sia da un punto di vista dell’apprendimento (il cosi detto “asino”).

    Riducendo l’orario di scuola a 24 ore settimanali, mentre attualmente sono 30, nella scuola elementare si riduce la possibilità di un insegnamento individualizzato che pone al centro la persona e il processo di crescita, la possibilità di dedicare più tempo ai bambini che partono svantaggiati, che portano disabilità o che provengono da famiglie di immigrati, che sarebbero destinati altrimenti all’emarginazione scolastica e sociale.

    E se poi pensiamo che nelle scuole oggi ci sono anche le ore di insegnamento religioso, e che ci sono da espletare funzioni che le ultime riforme hanno portato all’interno della scuola e che portano via altre ore, e altre incombenze pure corporali, si vedrà che, alla fine le ore non saranno neppure 24, ma poco più di 18 destinate all’insegnamento. Dunque poco più di 3 ore (tre) al giorno per l’ insegnamento. E ai nostri figli cosa insegneranno in tre ore al giorno?

    Un tragico saluto.

  26. lo ha ammesso candidamente e onestamente anche monsieur le Président. Noi lo avevamo chiamato avvertimento, lui lo ha chiamato messaggio o segnale, ma è la stessa cosa. Ha anche affermato di saper leggere i messaggi (o i segnali di questo tipo, oltre a quelli stradali). Quindi sa tutto.
    Ovviamente i messaggi o segnali hanno un prezzo, che rollandin conosce ed ha pagato, visto che ieri tutto è, per il momento, rientrato nella norma. Lanièce è stato al gioco.

    Gli unici ad essere all’oscuro di tutto siamo noi cittadini, noi che a suo tempo siamo andati, ancora una volta, ingenuamente a votare.

    Chi sono i burattinai di cui rollandin (e quindi indirettamente noi tutti) è preda ed ostaggio? Non ce lo dirà mai.

    Chi può ancora avere un minimo di fiducia in questa Giunta manovrata e pilotata dietro le quinte da non si sa chi e per quali fini?

    e più in generale, chi ha ancora un minimo di fiducia nella politica, e chi osa ancora sperare che, prima o poi, le cose cambino?

    IO NO.

    Sono troppo vecchio e conosco i politici da troppo tempo. SONO TUTTI UGUALI. Le mosche bianche servono unicamente per far credere che qualcosa di diverso ci sia, ma non contano e non conteranno MAI NIENTE.

    Dò le mie dimissioni. Probabilmente (e invito a fare altrettanto soprattutto i pensionati, che in ogni caso, come me, non hanno nulla da perdere) non andrò più a votare. E’ la cosa più inutile di questo mondo.

    Devo solo decidere se termovalorizzare la mia tessera elettorale oppure se restituirla direttamente a Grimod.

    p.s. più che un pensionato mi considero tuttavia ancora in età lavorativa e produttiva, costretto alle dimissioni dal lavoro e al pensionamento dal sistema, che, evidentemente, non aveva più bisogno di me.

    Cercherò di trovarmi un’occupazione, magari anche in nero (a questo punto chi se ne frega) perché, francamente, a casa, pur avendo tanti lavoretti da fare, comincio ad annoiarmi.

    invito coloro a cui fosse sfuggita la clamorosa notizia, pur se strombazzata ai quattro venti come è nello stile del personaggio, di andare ogni tanto, nei momenti di sconforto, a dare un’occhiata al nuovo (?) foro di caveri. E’ un divertimento: si loda e si incensa da solo, lui, più alto delle montagne che ha sullo sfondo, il primo ad aver creduto a questo modo di comunicare, ecc.
    Gli fanno eco alcuni vecchi amici tornati alla base dopo un periodo di disorientamento ed il solito angelo protettore, con il turibolo in mano.
    Nello stile del personaggio, insomma.
    Contenuti, per il momento: zero.

  27. Che amarezza caro Bruno nelle tue parole! Che squallore di futuro hai negli occhi per accodarti alla tremenda invettiva che hai appena conclusa?

    Mi dispiace, ma forse il tuo è solo uno sfogo, e dover leggere di questa assoluta mancanza di fiducia negli uomini (i politici sono “anche” uomini) mi fa stare veramente male. Qui oggi tutti sono accodati nel condannare la generazione del “68” quella che secondo alcuni avrebbe portata allo sconquasso la vita sociale italiana. Qui oggi sono tutti convinti nel confermare quanto male e quanti disastri sono arrivati a seguito di questo evento. Io ancora no! sono ancora fuori dal coro. Fate come vi pare, ma quel fuoco sacro che allora bruciò tante ipocrisie, tante falsità, riazzerando certi valori sbagliati, ne ha esaltato altri, di più elevata ETICITA’. E la politica è dovuta scendere a compromessi per riportare giustizia, legalità, welfare.

    Personalmente il sottoscritto ha ancora nel suo cuore e nella sua testa questi pensieri e questi stimoli. Ho ancora la consapevolezza di avere lottato per riprendere coscienza che l’Uomo poteva essere diverso da quello che ci volevano continuare a far credere. Bruno non “gamberizzarti” per favore, cammina ancora con la testa rivolta avanti, resta cun me. nun te ne annà…Non lasciamo ai farabutti tutto il campo libero, inventiamoci difensori alla Cabrini, alla Facchetti pronti con veloci puntate ad andare arete. Rimaniamo ancora a fare i don Quixote e non facciamoci mai mancare un vicedendevole sostegno. Ne hanno bisogno!

  28. Questi ai quali stiamo assistendo sono l’ultima serie di quei giochetti che hanno contraddistinto gli ultimi anni della politica non solo valdostana.
    Non saranno di certo le votazioni a riportare il nostro sistema attuale con i piedi per terra.
    Il crollo dell’immenso castello di sabbia che è allo stato attuale la nostra economia è iniziato e sta avanzando ad una velocità inimmaginabile.
    E’ forse triste e brutto da dire ma credo che ci sia una sorta di “giustizia naturale in tutto quanto sta avvenendo”.
    Perchè quello che vediamo in questi giorni nel mondo finanziario non sono altro che gli avamposti, le truppe esplorative.
    I politici stanno cercando di tranquillizare le masse con frasi ad effetto ma nello stesso tempo sono completamente spiazzati perchè in fondo si rendono conto che un disastro senza precedenti sta arrivando.
    La nostra società verrà rivoltata come un calzino, un calzino che da tempo ha perso il piede che lo abitava.

  29. Il mondo teme un altro 1929, l’anno funesto della Grande Crisi che travolse l’America e l’Europa per un decennio. Partendo sempre da Wall Street, superata col New Deal e le grandi opere pubbliche volute dal tre volte presidente Roosevelt. Un gigante rispetto al peggiore, il disastroso Bush, bocciato orma da tutti gli americani: come unico, inossidabile amico gli è rimasto solo Berlusconi, che ancora lo esalta.
    E noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin
    E’ anche la fine del turbo-capitalismo finanziario, esiziale per l’economia reale e per l’ideologia del libero mercato sregolato, presunto salvifico, concretamente distruttivo: anche i liberisti estremi invocano lo Stato prima demonizzato, l’intervento pubblico per salvare la speculazione privata a spese dei contribuenti e delle future generazioni. Insomma, si teme un’apocalisse planetaria. E in Italia, cosa tiene banco? Come da 15 anni, l’offensiva-ossessione di Berlusconi contro i giudici di Milano. Rilanciata nell’inesorabile libro annuale di Bruno Vespa, protagonista grottesco mentre dilaga la crisi mondiale e la disoccupazione italiana s’impenna di colpo.
    E noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin
    Come se il tempo si fosse fermato al 1994, in quest’Italia così provinciale, pietrificata e angosciata come non mai,. C’è un processo contro il premier per presunti reati accertati a Londra e trasferiti a Milano. Si blocchi: il Tribunale è presieduto da una “giudice-nemico”. Ecco il lodo Alfano e guai alla Corte costituzionale se dovesse bocciarlo. Nel mirino, sempre i giudici milanesi. Ma quelli del 1994 – Borrelli, D’Ambrosio, Gherardo Colombo, Davigo e altri – sono tre pensionati, uno in altro ruolo, Di Pietro in Parlamento. Possibile che tutti i successori siano selettivamente “nemici” del divo Silvio intoccabile? Nessuno ricorda, come l’avvocato di Andreotti per accuse terribili, che “ci si difende nel processo, non dal processo”. Anzi, contro il processo: da spazzare via. Il mondo brucia? In Italia è più urgente bruciare le toghe.
    E noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin
    Ma non solo. Intanto qualcuno comincia a ricordare che il governo Prodi aveva raggiunto il massimo dell’impopolarità, pagata nelle urne, con una cura da cavallo che però ha risanato i conti. Senza la terapia d’urto di Padoa Schioppa, oggi saremmo alla bancarotta. E lo stesso ministro aveva trovato la soluzione per Alitalia: scaricandola su Air france e non, come avverrà ora, sui contribuenti italiani. Berlusconi è stato il massimo oppositore politico, ci ha pure vinto le elezioni: ma ora tutta la colpa è della sinistra e del povero Veltroni.
    E noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin
    In coerenza, Berlusconi va in controtendenza mondiale: vuole privatizzare mentre altrove si deve statalizzare. Vuole privatizzare gli ospedali: tardo tatcherismo fuori tempo massimo, allarmante. Ecco, dopo la scuola elementare (“L’unica che funziona al meglio. Riforma? Ritorno al Medioevo”, commenta D’Alema), nel mirino c’è la sanità pubblica. In difficoltà, da migliorare. Ma una certezza sociale per tutti, specie i meno abbienti. Un servizio pubblico irrinunciabile: come in Francia e Germania. Alcuni veri leader europei – Sarkozy, Zapatero, Angela Merkel – si misurano sulla scena mondiale sui grandi temi cruciali, sul ruolo forte dello Stato anche in economia. Nell’Italia provinciale, il premier festeggia il 72° compleanno (auguri) nella favolosa megavilla (la trentesima?) appena acquistata per una cifra enorme sul lago Maggiore, scatenandosi contro i giudici milanesi, gli ospedali pubblici e i soliti comunisti estinti da anni. La sinistra si è suicidata. Resta il Pd, che può far paura solo e soprattutto al proprio elettorato.
    E noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin
    Figurarsi, il leader non è D’Alema, un uomo, ma Veltroni, un buonuomo. Ma gli italiani credono a Berlusconi. Ha convinto la maggioranza a temere i comunisti immaginari, ad accettare la devastazione di scuola, giustizia e legalità, poi anche la sanità pubblica. Così è se ci pare, anche se a tanti non piace. Siamo fermi al 1994: possiamo sempre andare anche più indietro e peggio.
    Ma noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin

  30. tra l’altro, se non sbaglio, l’Unicredit è la cassaforte della Regione, no?

    p.s. per Giorgio
    lo sconforto c’è, eccome; allora, prendiamola sul ridere, tanto non ci possiamo fare niente.

    apprezzo chi è prima di tutto un uomo, e rimane prima di tutto un uomo, anche se eventualmente fa politica; ma ne ho conosciuto pochi, per non dire quasi nessuno; mi ha deluso perfino Riccarand (non parliamo degli exDS), mio compagno di scuola, amico di adolescenza, prime esperienze in Azione Cattolica e poi nei primi movimenti giovanili cattolici (quelli che poi hanno partorito CL), poi le nostre strade si sono separate. Lui ha continuato con l’impegno sociale e politico, io no. L’ho ritrovato anni dopo come Assessore, pensavo alla nostra vecchia amicizia, invece era ormai diventato anche lui un “animale politico”. Dell’amicizia si è ricordato il giorno in cui, dopo le mie dimissioni da Direttore, ha dovuto convincermi per rimanere ad occuparmi della legge urbanistica! che delusione! (una vicenda comunque da lui condotta nel peggiore dei modi, umanamente e anche politicamente parlando).
    Per il resto, cosa vuoi, anch’io, come tanti, m’ero illuso che la sconfitta di rollandin alle politiche potesse essere l’inizio di qualche cosa di nuovo, invece, allora come oggi, si tratta solo di lotte tribali all’interno di un mouvement che non ha più nulla, politicamente parlando, da dire.

    Ma noi in Valle d’Aosta abbiamo Rollandin (dopo le ultime vicende in Consiglio non ne sono però così convinto, mi pare che qualcuno lo tenga d’occhio, per motivi non nobili (cioè ignobili o non dicibili, ovviamente)).

    così è, se vi pare.

  31. insomma, in linea generale, in Italia e in VDA, un rinnovamento della politica è impensabile in tempi relativamente brevi (salvo catastrofi).

    Questa politica rimane per il momento come l’AIDS, chi la conosce la evita.

    Faccio salve, ovviamente, le nobili figure di Giorgio, di Vincenzo e pochi altri, che sono come mosche bianche.

    Questo non vuol dire che non ci siano un’infinità di persone corrette ed a modo che, nel loro piccolo e nel quotidiano, operano sinceramente per una società migliore e più umana. Penso ad es. a quanti operano nel volontariato nel più completo disinteresse.

  32. Italia

    è di oggi sulla Stampa un intervento di napolitano.
    berlusconi, nonostante un’ampia maggioranza che lo garantisce, vorrebbe fare a meno del parlamento, legiferando mediante lo strumento del decreto-legge, che dovrebbe invece essere uno strumento a cui ricorrere in via eccezionale. Alcuni giorni fa Barbara Spinelli ricordava che così in passato è successo alla vigilia di dittature (repubblica di Weimar e avvento di Hitler). Ieri Michele Ainis rilevava che l’abuso o meglio il sopruso del ricorso ai decreti-legge, di fatto deleggimava, oltreché il Parlamento, anche il Presidente della Repubblica, al quale, di fatto, veniva tolta la possibilità di rinviare, non vistate, in Parlamento, leggi di dubbia legittimità.
    In pratica, le normali regole democratiche sono sospese, mentre vengono ad es. regolarmente rispettate negli Stati Uniti in presenza di una situazione davvero drammatica rispetto alla quale quella italiana fa ridere (tutti ma non gli italiani).

    VDA

    Inutile ripetere che rollandìn è il nostro berlusconìn.

    Eppure

    Sinistra radicale: pace all’anima sua.

    PD: stenta ad ingranare; ha ancora nelle sue fila personaggi che:
    – hanno contribuito al ribaltone del -90
    – hanno portato acqua per almeno 10 anni (1993/2003) alla causa dell’UV e banchettato e banchettano in posti, chiamiamoli di sottogoverno
    – continuano a collaborare con la politica dell’UV nel comune di Aosta ed in altri comuni valdostani e molto probabilmente hanno intenzione di continuare a farlo, senza voler rendersi conto che di fatto si tratta di un unico sistema funzionale all’UV
    – in consiglio regionale continuano a fare un’opposizione all’acqua di rosa senza preoccuparsi seriamente di preparare l’alternativa.

    VDA Vive e Renouveau

    – sono entrambi figli dell’UV dove hanno militato fino a dopo il 2003 i loro attuali rappresentanti più significativi: (Louvin, Perrin, Vallet, …)
    – i rappresentanti più significativi sopra citati hanno tutti quanti lasciato l’UV più per motivazioni personali, che per convinzione;
    – nessuno di loro ha fatto una necessaria autocritica del proprio passato, né ha rivelato quel che sa su metodi e comportamenti dell’UV (avrebbero tutti un’infinità di cose da dire!).

    Su questi movimenti pesa pertanto un peccato originale difficile da capire.

    Inoltre:
    Nonostante l’alleanza preventiva prima delle elezioni regionali, sembra che PD e mouvements di cui sopra, più che a costruire l’alternativa con il programma comune a suo tempo predisposto, pensino unicamente a beccarsi e a bisticciare tra di loro (divide et impera, direbbe l’avversario)

    A destra

    Aria di collaborazionismo.

    Prospettive di rinnovamento della politica a medio termine: direi nessuna (salvo catastrofi).

    Scusate la sincerità.

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