Il trenino, l’Autonomia e la camicia di forza

In questo blog mi ero già occupato (qui, qui e qui) della fine ingloriosa del trenino valdostano. Avevo preso il trenino che non parte come simbolo dell’incapacità o dell’imbecillità (fate voi) dei governanti valdostani. Sessanta milioni di euro buttati al vento. Imbecilli che si riempiono la bocca con la parola Autonomia, ma andrebbero messi sotto tutela.
L’argomento è tornato alla ribalta grazie a un’interpellanza di Gianni Rigo in Consiglio regionale. Vediamo cosa scriveva Enrico Martinet sulla Stampa di ieri 24 ottobre 2008.

Tutto cominciò nel 1980, un anno dopo la chiusura delle miniere di Cogne. L’idea della Regione era di usare la galleria del Drinc per un «trenino delle nevi». Treno che c’era già e per mezzo secolo aveva trasportato minerale da Cogne ad Acquefredde, nella zona di Pila. Il progetto definitivo è del 1985. L’opera è cominciata, ma non è mai finita. In questi 28 anni sono stati spesi più di 60 milioni di euro. E le opere fatte sono da buttare. Spesa prevista: 24 milioni. Rotaie da rifare, rivestimento della galleria pure, impianti elettrici, sistemi di ventilazione e sicurezza, materiale rotabile e avanti di questo passo. Nulla è andato per il verso giusto.
Non si tratta di opinioni, ma di valutazioni tecniche di esperti della Inten di Serravalle Pistoiese e della Geoadata di Torino. Relazioni che fanno parte di un voluminoso dossier (con grafici e fotografie) consegnato a settembre alla Regione che l’aveva richiesto in base a una decisione del Consiglio regionale del febbraio di quest’anno. Il gestore della tranvia dal 2006 è la società Pila. Un anno fa aveva scritto alla Regione che l’opera aveva una serie infinita di problemi. La giunta ha affidato a una commissione tecnica l’esame della situazione. Risultato: un disastro. Oltre alle relazioni di esperti c’è anche una approfondita valutazione degli aspetti delle responsabilità firmata dall’avvocato torinese Patrizia Serasso. Di qui la decisione del presidente Augusto Rollandin di inoltrare il dossier alla Procura della Corte dei Conti.
L’analisi legale fa riferimento a una spesa fatta dall’Amministrazione regionale di oltre 19 milioni, tra opere di edilizia (rifacimento della galleria), materiale ferroviario, impianti elettrico e di ventilazione, sicurezza. Ieri se n’è parlato in Consiglio regionale per un’interpellanza di Gianni Rigo (Pd) che ha chiesto il coinvolgimento dei Comuni, ha parlato di «opportunità per il buon governo», ha aggiunto che «è il momento del confronto», quindi ha concluso: «Non è nostro compito trovare l’eventuale responsabile, ma decidere che cosa fare. Non discutiamo del passato, facciamone tesoro e pensiamo al futuro, diciamo alla popolazione che cosa intendiamo fare».
A leggere le relazioni tecniche e quella legale c’è da domandarsi come sia stato possibile che in 20 anni ogni opera sia stata collaudata e tutto sia da iscrivere alla «cronaca di un fallimento tecnico e amministrativo». Nulla si salva, dal progetto alla realizzazione, fino alla scelta dell’alimentazione dei locomotori. Nella nota conclusiva del dossier fatta dalla Inten si legge: «La concezione dei locomotori non è adeguata alla linea e al tipo di servizio previsto sia perché presentano un peso per asse eccessivo, sia perché hanno difficoltà di inscrizione nel tracciato, sia infine perché l’autonomia delle batterie, nonostante il loro dimensionamento generoso di ben 18 tonnellate per locomotore, non è sufficiente ad assicurare la percorrenza necessaria». Nelle prove la batteria non ha consentito di far concludere al treno il percorso. Proprio la scelta del sistema di trazione è il punto di partenza di ogni altro progetto. Così dicono gli esperti.
Ora il dossier è stato consegnato alla quarta commissione permanente con una lettera firmata dall’assessore a Turismo e Trasporti Aurelio Marguerettaz che sottolinea «i rilevanti problemi della tranvia riconducibili ad una complessità di fattori e di situazioni». Ricorda, poi, che la giunta ha chiesto altre valutazioni (oltre al dossier) agli stessi esperti «con particolare riferimento alla possibilità di un uso stradale del percorso così da poter disporre di maggiori elementi per prendere la migliore decisione tra un più ampio ventaglio di scenari». Nel Consiglio di ieri Marguerettaz ha ricordato questa «alternativa stradale» a quella ferroviaria informando i consiglieri che si tratterebbe di fare «un traforo simile a quello del Gran San Bernardo». La relazione aggiuntiva sarà pronta a fine mese.
In questi anni sono state fatte opere milionarie per proteggere la strada di Cogne da frane e valanghe. L’alternativa ferroviaria avrebbe dovuto essere complementare anche se la portata oraria era paragonabile a quella di un ascensore di condominio.
La galleria del Drinc è da rifare perché il rivestimento è in gran parte rovinato dalle infiltrazioni d’acqua. Nelle relazioni del dossier viene spiegato come le opere per evitarle non sono state sufficienti. Di più: non si è tenuto conto della natura delle rocce dalle quali l’acqua ha preso sostanze chimiche che hanno negli anni intaccato il cemento.

Le relazioni tecniche di cui si parla nell’articolo di Martinet erano state richieste dal governo Caveri, il quale, dopo essersi lanciato in ottimistiche previsioni nel 2005 come assessore ai trasporti, negli ultimi mesi del suo mandato ha cercato di tirarsi fuori dalla vicenda. Adesso Rollandin fa lo stesso. Lui che ha già dovuto sborsare cifre notevolissime in seguito a una sentenza della Corte dei conti, ora invia alla stessa corte lo scottante dossier sul trenino, sicuro di prendersi una bella rivincita nei confronti di molti amministratori che hanno avallato quello scellerato progetto, mentre lui era in disgrazia… o al Senato.

Colpisce, nell’articolo di Martinet, l’uscita dell’ineffabile Aurelio Marguerettaz, quello che cento ne fa e nessuna ne pensa: al posto del trenino vorrebbe costruire un tunnel stradale “simile a quello del Gran San Bernardo”. Da Pila e Cogne. (?!?!?). Di fronte a un’idiozia simile (che rivaleggia con quell’altra del suo mentore Rollandin sulla metropolitana nel centro di Aosta), viene voglia di chiedere al governo italiano di commissariare la regione. La camicia di forza ci vuole, altro che autonomia.

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7 pensieri su “Il trenino, l’Autonomia e la camicia di forza

  1. credo che tu stia parlando di quella autonomia che ad ogni pie’ sospinto propongono come “modello da esportare”.

  2. Quella lì.
    Sarebbero (forse) buoni ad amministrare un condominio, non certo una regione.
    Si possono commissariare i comuni per mafia, potremmo proporre che lo si faccia anche per le regioni, in caso di manifesta incapacità.

  3. Oltre al trenino di Cogne, abbiamo ormai tutta una serie di casi esemplari (centrale del latte di Gressan, scuola per atleti di La Thuile, casinò, ecc. solo per fare alcuni esempi), che potrebbero essere oggetto di uno stand espositivo: “autonomia in VDA: un modello da esportare”. Un modello destinato, a breve, ad arricchirsi di nuovi casi esemplari (es. inceneritore, ospedale, ampliamento dell’aeroporto, ecc.).

  4. Perché no? L’inceneritore (di soldi pubblici, cioè nostri), potrebbe essere il logo dello stand.

  5. A proposito di inceneritore, ma la “cremazione” così tanto publicizzata in Aosta è già funzionale alla realtà o alla locuzione latina: Memento homo, quod pulvis es et in pulverem reverteris! Cioè la dovremo vedere realizzata solo naturalmente?

  6. lapsus caveriano molto significativo nel suo ultimo appunto sul taccuino (calepin), a proposito del cosiddetto federalismo fiscale: cita gli attacchi, a volte offensivi, a “nos privilèges et nos avantages”. A volte, quando si è un po’ distratti, le verità escono di bocca (mi riferisco ai privilèges e agli avantages). Almeno, invece di incenerirli in spese insensate, li usassimo bene!

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