Decrescita infelice

Negli ultimi anni ho avuto spesso discussioni (interessanti e civili, si intende) con un amico che potrei definire “ambientalista radicale”, profeta di sventure per l’umanità (fine del petrolio, riscaldamento globale, ecc.) e sostenitore della teoria della decrescita felice.

Secondo questa corrente di pensiero è sbagliato misurare il benessere con il Pil. Bisognerebbe tornare a una vita semplice e smetterla di farci trattare come polli in batteria dediti al consumismo sempre più sfrenato.

Al mio amico ho sempre ribattuto che poteva avere ragione in linea puramente… sentimentale (la società dei consumi non è probabilmente la migliore delle società possibili) , ma che si dovesse tener conto della cruda realtà. La mia obiezione principale era questa: una diminuzione dei consumi si traduce inevitabilmente in un calo della produzione, che a sua volta conduce a un aumento della disoccupazione, con ulteriore calo dei consumi… e così via.

A questa obiezione non ho mai ottenuto risposte.

Adesso che siamo incappati – non per scelta – in una crisi dalle dimensioni sempre più precoccupanti, intrappolati proprio nella spirale perversa di un drammatico calo del Pil, dei consumi, della produzione e dell’occupazione, cosa diranno i teorici della decrescita felice?

Pensano forse che saranno felici i milioni di persone da un giorno all’altro senza lavoro?

6 pensieri su “Decrescita infelice

  1. Ciao Vincenzo! Provo a buttare lì una risposta (anche se sono molto profano in materia, non sono un seguace della teoria della decrescita felice e non ho amici che la propagandano). Secondo me un conto è provare a riflettere sul nostro modello consumistico (cercando dunque di limitarlo mediante la creazione di aree di produttività “immateriali” o “ecologiche”) e un altro è essere costretti a frenare bruscamente come nel caso attuale. Insomma, forse i teorici della decrescita amano la parola “mitridatizzazione” (o qualcosa del genere).

  2. lasciando per un attimo da parte i risvolti che il problema crescita/decrescita comporta a livello mondiale, possiamo però, nel nostro piccolo, sperare che qui la decrescita potrebbe essere meno infelice che altrove.

    Grazie al nostro modello di autonomia da esportazione.

    L’ANSA odierna riporta infatti, oltre alla notizia dei saccheggi che si consumavano nelle case private della media valle mentre ad Aosta imperversava la veillà (e Borghezio si complimenta per la foire svoltasi all’insegna dell’ordine e della sicurezza), le “banali” conclusioni di uno studio di Confartigianato.

    Il residuo fiscale (differenza tra tributi versati e spesa pubblica di cui beneficiamo) è pari a + (più) 2.121 euro/abitante in Lombardia (e quindi anche in una sperduta valle montana del bergamasco) e – (meno) 6.094 euro/abitante in VDA.

    In parole povere, ogni cittadino valdostano può beneficiare di 8.215 (2.121 + 6.094) euro di spesa pubblica in più di ogni cittadino lombardo, ivi compreso il bergamasco valligiano cui accennavo (eppure in alcune vallate parlano un dialetto di cui non si capisce una parola, altro che il nostro patois!) (ricordo inoltre che il nostro bilancio regionale mette a disposizione 12/13.000 euro/abitante).

    Ecco quindi che il nostro modello di autonomia ci consentirà senz’altro di rendere meno infelice questa improvvisa decrescita globale.

    Non so perché si tardi tanto ad apprezzarne la bontà e ad applicarlo in tutto il mondo!

    Questo sì che è federalismo e capisco la “grinta” di rollandin, fosson e compagnia nel volerlo difendere a tutti i costi!

    Con buona pace di Borluzzi che invece non ne capisce la bontà!

    Difendiamo allora la nostra autonomia (e gli altri? hanno solo da copiare il nostro modello da esportazione!)

  3. @gadilu (ex étranger)
    bentornato qui.
    Confesso che non conoscevo quella parola (dicono spesso di me che mi manca solo la parola). Vuol (vuoi) dire che ci si potrebbe abituare piano piano agli effetti negativi della decrescita, se non fossimo costretti, come ora, a sorbircela a dosi massicce?

    @Bruno
    Hai ragione. Obama dovrebbe prendere lezioni da Rollandin. Noi valdostani viviamo a cavallo della quadratura del cerchio.

  4. Non sono certo un assertore del neopauperismo, per cui dovremmo andare in giro con gli soques, mangiare patate e polenta a pranzo e cena, vivere in case fredde e via discorrendo.

    Non credo neanche che le risorse naturali a disposizione dell’umanità siano inesauribili, nè che la civiltà e la felicità si misurino con il PIL.

    Forse i parametri su cui valutare il progresso del genere umano dovrebbero essere rivisti, passando dal possedere all’essere.

    E’ obbiettivo irrinunciabile, ad esempio, dover acquistare un’auto sempre più potente, più grande della precedente?

    Questo non comporta il licenziamento in tronco dei dipendenti Jaguar o Maserati ma se cambiano i riferimenti culturali e i modelli sociali anche le produzioni si adegueranno ad un mercato che richiede oggetti e servizi diversi.

    E’ l’idea del ciclo virtuoso dell’economia ecocompatibile o ecosostenibile che mi sembra ispirare la nuova amministarzione statunitense.

    Con questo non apprezzo le versioni all’ammatriciana dell’Obama de nojatri……

  5. Il socialismo reale aveva proposto una società organizzata secondo quei princìpi, se ci pensate. Ognuno aveva solo lo stretto indispensabile (esclusi i dirigenti del Partito, of course). Ma non sembra abbia funzionato…
    (Spero solo che nessuno osi rievocare la “terza via” al socialismo (uh?), perché potrei essere colto da conati di vomito).
    A me sembra che l’organizzazione attuale della società ci condanni al consumismo, che è la sua benzina. Non ci possiamo fermare, anche se è quasi certo che ci schianteremo contro un muro. Il rallentamento dell’economia potrebbe esserci, senza danni, solo se accompagnato da una diminuzione della popolazione (mission impossible).
    Per attenuare gli effetti devastanti delle crisi cicliche e inevitabili (trattenendo i conati potremmo sussurrare il nome di… Marx?), intanto servirebbe la riconquista della supremazia della politica sulla finanza, ribaltando la situazione attuale. Ma non sarà facile, visto che la finanza determina il successo elettorale dei politici.

  6. Sulla decrescita felice ho letto qualcosa, ma non sono ferratissimo.
    Sta di fatto che la crisi attuale non è “decrescita”, ma semplice arresto della crescita: mi spiegherò brevemente e male…
    Qualche punto di PIL perso verrà ripreso grazie al calo dell’inflazione, il crollo (meno 20-25 per cento nell’industria manifatturiera e siderurgica) di alcuni settori verrà bilanciato dalla tenuta di altri (industria delle telecomunicazioni, turismo) e dalla crescita di altre (servizi e terziario avanzato).
    Direi che, per un’analisi seria della situazione, occorra distinguere le cose: facile dire che tutto va male, ma non è vero.

    Inoltre, non credo che la supremazia della politica sulla finanza possa risolvere qualcosa: la politica ha già troppo potere nei mercati. Dovrebbe uscirne con decisione, checché ne dicano i politici stessi, per poi divenire garante e controllore di un mercato più libero. Le ingerenze politiche – e i conflitti di interesse, parola a noi italiani più famigliare – che hanno distorto i mercati nordamericani sono ben più gravi delle speculazioni (legittime) degli operatori di borsa (che, tra le righe, conta meno di quanto si creda nell’economia globale)

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