La fatica di essere liberi

Incontro con l’ex magistrato Gherardo Colombo la sera del 14 aprile 2009 in biblioteca ad Aosta. Poche persone tra il pubblico (una trentina). Tema: la legalità. Buon affabulatore (non me l’aspettavo), Colombo ha esposto il risultato delle sue lunghe e profonde riflessioni su concetti quali la legalità e la giustizia (ci ha scritto anche un libro). Ecco le conclusioni più importanti della sua esposizione, molto coinvolgente per il pubblico in sala.

La legalità è, per definizione, osservanza delle  leggi. Se le leggi sono ingiuste (esempio, le leggi razziali) rispettare la legalità non implica la giustizia.

La giustizia è un concetto che varia con il tempo e con i luoghi. Gli antichi ritenevano giusto il sacrificio umano agli dei per ingraziarseli (Agamennone sacrificò sua figlia per far levare il vento). Oggi ciò ci appare mostruosamente ingiusto. La schiavitù era ritenuta giusta fino alla seconda metà dell’ottocento, oggi non possiamo concepirla.

Oggi il nostro concetto di giustizia è basato sull’uguaglianza delle opportunità e dei diritti per tutti gli uomini e tutte le donne, come è splendidamente riassunto nella nostra Costituzione. Secondo Colombo ci siamo arrivati con l’esperienza, dopo due guerre mondiali e soprattutto dopo la realizzazione della bomba atomica, con la quale la nostra generazione ha convissuto. Siccome la società verticale, gerarchica, disuguale, ha portato a quelle atrocità, l’umanità ha capito che occorre realizzare una società orizzontale, non gerarchica, che dia a tutti le stesse opportunità.

Nella parte finale del suo ragionamento, Colombo ha espresso due convinzioni. La prima è che non ha senso essere scettici sulla realizzabilità dell’utopia di una società davvero giusta, in cui la le legge sia davvero uguale per tutti. Non ha senso perché la storia è stata un susseguirsi di realizzazioni di utopie: la fine della schiavitù, il suffragio universale e così via, fino alla presidenza degli Stati Uniti affidata a un uomo di colore. Acquisizioni che sarebbero state giudicate impossibili (idee stravaganti di uomini folli)  dagli uomini che vivevano ai tempi in cui c’era la schiavitù,  non c’era il suffragio universale, o in quelli in cui Martin Luther King veniva ucciso. Se le utopie si sono realizzate in passato, non si vede perché non se ne dovrebbero realizzare altre in futuro.

Ma per realizzarle cosa bisogna fare? Colombo dice: bisogna che ognuno di noi si appropri della sua libertà. La libertà è faticosa, perché porta con sé la responsabilità. Essere servi, o schiavi, è più comodo. C’è chi pensa per noi e ci esenta dalle nostre responsabilità. Questo vale anche per le ideologie: l’uomo che si affida a un’ideologia non è libero, perché ha bisogno di qualcun altro che gli indichi la strada (su questo mi trovo particolarmente d’accordo con Colombo, l’avevo scritto qui tempo fa).
Se ci liberiamo, dobbiamo pensare con la nostra testa, dobbiamo assumerci delle responsabilità.

La realizzazione delle utopie, in futuro, potrà arrivare dalla somma di pensieri e comportamenti individuali di uomini e donne liberi.

La seconda delle considerazioni finali di Colombo riguarda la percezione della società attuale. Chi pensa che oggi in Italia ci sia una minore tensione morale rispetto a qualche decennio fa ha dimenticato gli orrori di quegli anni (bombe, terrorismo, criminalità).

Un pensiero su “La fatica di essere liberi

  1. A proposito di libertà
    ho letto, alcuni giorni fa, un inedito di Montanelli (parte di un intervento all’università di Torino sul giornalismo). Vi ho trovato un’affermazione tuttora molto attuale ed interessante: affermava che un giornalista, mentre ieri sarebbe stato al sevizio di un conte, un duca, insomma del seigneur locale, oggi è quasi sempre al servizio dei nuovi seigneurs: i partiti (senza alcuna distinzione ovviamente). Escludendo questi pseudo giornalisti dal conto dei veri giornalisti, quanti ne rimarrebbero in VdA?
    E dove potrebbero scrivere?
    Mi sa che farebbero la fame.
    Quello del giornalista deve essere un mestiere molto faticoso.

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