Un popolo immaginario

(Avvertenza: questo post contiene parti satiriche e non è adatto a un pubblico fanatico. Se accetti di correre il rischio prosegui nella lettura, altrimenti vai al porno)

Ho scritto spesso del patetico (anche se ufficialmente vittorioso) tentativo, operato dalla pluridecennale e incontrastata propaganda unionista, di fare apparire la Valle d’Aosta come se fosse abitata da un popolo, il mitico peuple valdôtain, dalle caratteristiche etniche omogenee.

Secondo questa operazione propagandistica, instillata nelle menti di innocenti bambini fin dalla più tenera età, tutti i centoventimila valdostani sono discendenti dei Salassi (un popolo leggendario di cui non è rimasta traccia alcuna, ignorante e incapace, per cui non si capisce l’insistenza a volerlo come progenitore), sono riusciti a scansare il dna dei romani e di tutti i popoli che hanno soggiornato da queste parti nei secoli successivi, e sono ancora oggi purosangue dalle qualità indiscutibili. L’etnia valdostana è financo più pura di quella ariana esaltata dal nazismo. Per tutti i centoventimila valdostani, nessuno escluso, la lingua madre è il francese e la lingua figlia è il patois. Devono essere le stesse due lingue che parlavano i Salassi. Scrivere no, perché non hanno mai imparato.

Gli studiosi si chiedono come sia possibile che secoli di invasioni, oltre a massicce immigrazioni di italiani nel secolo scorso e di stranieri nel nuovo millennio non abbiano modificato in nulla la granitica composizione etnica del peuple valdôtain. Ma non possiamo pretendere di penetrare i misteri dei popoli minoritari.

Il fiero popolo valdostano sarà festeggiato tra pochi giorni nella Festa della Valle d’Aosta.  Ma il 2 settembre 2009 un grave incidente pare turbare il clima festoso. Un inaspettato (inaudito, potremmo dire) articolo di Laura Secci sulle pagine locali della Stampa ci parla di un libraccio di una certa Giovanna Campani, per di più professore associato all’università della Valle d’Aosta in pedagogia interculturale e docente all’università di Firenze e Nizza, che attacca molto pesantemente la macchina propagandistica unionista. Vi si possono trovare rivelazioni esplosive. Pare che in Valle d’Aosta vivano persone che non presentano i caratteri tipici dell’etnia valdostana. Non discenderebbero dai Salassi e non parlerebbero patois. E non sarebbero neanche pochi.

Mah! Di fronte a tanta sfrontatezza, che rischia di minare alla base la coesione di questa gloriosa nazione senza stato, è attesa la spietata reazione degli assessori alla propaganda. Come minimo, l’allontanamento immediato della docente dalla gloriosa, e pura, università valdostana.

27 pensieri su “Un popolo immaginario

  1. e l’allontanamento di Laura Secci, che leggo sempre con interesse, dalla redazione locale de La Stampa.

  2. Caro Vincenzo, la dissociazione dal reale è una malattia e i malati vanno rispettati nella misura in cui l’estrinsecarsi del loro male non limita fondamentali libertà altrui.

  3. E che ne pensate del bando del CELVA, per una risorsa a tempo determinato che recita:

    “Il curriculum professionale dovrà contenere:

    1. titolo di studio;
    2. livello di conoscenza della lingua italiana, francese e franco-provenzale”?

  4. una vergogna. M istupisce che sindacati e politici tacciano in coro, acconsentendo. I cosiddetti “democratici” si scagliano quotidianamente contro la Lega nazionale, ma non dicono nulla su quanto fa la Lega locale (l’UV), ben più attiva e pericolosa di quella nazionale.
    Ma come ha detto pubblicamente rollandin a proposito delle uscite della Lega sul dialetto per gli insegnanti, noi qui, invece di parlare, si agisce.
    Questo bando ne è la prova concreta.
    Ora apprendiamo che il bando è stato leggermente corretto, non nella sostanza, ma nella forma.
    La selezione verterà su una prova scritta di francese (nessuna di italiano) e una prova orale sulla conoscenza del francoprovenzale (oltre a storia locale e prove psicoattitudinali(?)).
    I voti verranno sommati.
    Non conosci il francoprovenzale? voto = 0 (suppongo).
    Un chiaro invito a non presentarsi per chi non conosce il patois.
    La prova, per dirla tutta, è discriminante anche per i valdostani di lingua tedesca (comunità montana n. 8), che ovviamente non conoscono il francoprovenzale, ma altro patois, di matrice tedesca.
    A nome dei valdostani autoctoni come me, di lingua materna francoprovenzale (sono andato a scuola senza aver mai sentito prima né una parola di italiano, né di francese), amante sia della lingua francese (ho studiato un anno in Francia) sia di quella italiana, chiedo scusa a tutti quelli che non potranno, pur avendone tutti i diritti, partecipare alla prova di cui è caso.
    Per me, valdostano, è umiliante veder usato il linguaggio, che dovrebbe unire e non dividere, in modo così strumentale e discriminante da parte dei nostri politici, cresciuti e allevati, politicamente e culturalmente, nelle “madrasse” unioniste. L’Afghanistan è qui.

  5. Sempre per la Festa hanno realizzato un documentario sulla razza valdostana, prendendo spunto dal delirio di Oliviero Toscani che va in giro per l’italia a fotografare le razze regionali, io non potrò vederlo, ma tu, Vincenzo, cerca di non perderlo. Poi mi racconti.

  6. “Etnia” è la declinazione moderna (in apparenza politicamente corretta) del concetto di “razza”. D’altronde, come ci ricorda Moussechocolat, il confine tra i due concetti è stato persino superato.
    Il bando del Celva è razzista. Può lavorare solo chi è di “etnia” valdostana. Aspettiamoci pure la “Legge sull’Etnia”. E non stupiamoci del silenzio complice dei comprati e dei venduti (Ah già, sono gli stessi).
    Si può trovare il testo del bando in rete? Penso che sarebbe interessante far sapere della cosa ai media nazionali.

  7. Il bando “razziale” è pubblicato e scaricabile dal sito del Celva, raggiungibile dal sito ufficiale della regione.
    Ogni commento è superfluo.
    Stiamo veramente toccando il fondo.
    Ciao
    bruno

  8. Questi commenti mi irritano anzichenò. Sono opera di persone dotate di capacità critica e quindi mi stupisce non la posizione verso il comico bando Celva, bensì il non spingersi a denunciare l’ottusità principe in Valle, quella dell’imposizione di un percorso culturale che offra all’UV il pretesto per vendere propagandisticamente la regione quale continuum dal 1861. Ovviamente il riferimento è all’imposizione del francese anche a chi preferirebbe l’universale inglese o il tedesco che non si può apprendere orecchiandolo come succede per il banale francese. In Alto Adige ciascuno si sceglie il percorso linguistico preferito e sarebbe banale prevedere in ogni istituto scolastico valdostano la scelta personale tra inglese, tedesco e francese della lingua da affiancare all’italiano per tutto il corso di studi, rimanendo sempre a scelta dello studente dalle medie una seconda lingua straniera tra le due non opzionate dalle elementari. Nulla si toglierebbe ai nostri ineffabili francofili giammai francofoni e si attesterebbe il civile principio che la libertà dell’uno termina dove inizia quella altrui. Ovvio che i pallonari di una Valle ancorata ai secoli scorsi pretendano l’integralismo, per cui sarebbe saggio se chi ha spirito critico non si perdesse su fatti tutto sommto marginali tipo le amenità del Celva, ma facesse la voce grossa nei media nazionali e con i parlamentari (non i due eletti in Valle !!!! ) per portare alla luce le idiozie linguistiche valdostane. Quanto dico è tanto più importante considerando che gironzolano tante proposte di legge nazionale sull’intesa Stato-VdA per le modifiche statutarie: considerando l’appiattimento servile e generalizzato sul Leone, mai il consiglio regionale darebbe l’ok a modifiche liberali del nostro Statuto. Oltretutto nelle segrete stanze stanno mettendo a punto un progetto di nuovo Statuto, ovviamente sotto dettatura unionista, sperando che la disinformazione romana, aiutata dai cicisbei locali di ogni risma, lo faccia diventare legge deificando così insensatezza e integralismo. Il vantaggio del Leone consiste proprio nella non organizzazione di chi potrebbe essere determinante per portare la Valle nei giusti binari, ma si perde per strada su temi non fondamentali tipo il Celva.

  9. Scordavo: c’è una legge regionale “normale” e riguarda le guide alpine, che devono dimostrare la conoscenza, oltre all’italiano, di una lingua a scelta della comunità europea. Questa è la direzione: impiccata l’attuale imposizione del francese tutto si accomoda, superando la patologica scissione dalla realtà che, a esempio, imperversa nella cosiddetta festa della Valle d’Aosta, scissione che consiste nell’inventare una Valle etnolinguisticofederalista da festival di Bordighera e poi additare i residenti come facenti parte di tale patologica invenzione.

  10. @Giancarlo
    La prova di patois è un salto di qualità rispetto alla prova di francese. Quest’ultima, pur essendo stata studiata per sbarrare il passo agli italiani provenienti da oltre la cortina di Carema, la può superare tranquillamente un marocchino (che sa il francese sicuramente meglio del valdostano medio).
    La prima si configura più decisamente come Difesa della Razz… pardon dell’Etnia. Una discriminazione odiosa, che sancisce l’apartheid tra i cosiddetti valdostani doc e gli altri, magari in Valle da generazioni. E’ sì comica, perché sancisce anche la stupidità insanabile di certi personaggi imbevuti di ideologia, ma si inserisce in una serie di atti di questa giunta volti a rafforzare la natura etnica dell’identità valdostana, vedi i corsi di patois nelle scuole sempre più invadenti, il festival dei popoli minoritari, ecc. Se l’identità proposta ai valdostani dalla Propaganda è sempre più di natura etnica, e l’Etnia Ariana è quella di cartapesta dei “valdostani doc”, tutti i valdostani (anche da diverse generazioni) che non si riconoscono e non sono interessati a riconoscersi in quella identità, sono cancellati dalla storia, come se non esistessero e non fossero mai esistiti, e adesso persino impossibilitati a lavorare al Celva, organismo di natura pubblica.
    Mettere in rilievo questo salto di qualità non pregiudica tutto il resto, cioè la battaglia (teorica, perché non sento alcun crepitare di moschetti) per abolire la prova di francese a qualsiasi livello. In quanto allo studio del francese nelle scuole, tema che ti appassiona di più, è certamente meno scandaloso, vista la posizione geografica della Valle. Non sono così convinto che per studiare l’inglese si debba rinunciare al francese. Bisogna assolutamente evitare, questo sì, il folle progetto di introdurre anche nelle medie superiori l’insegnamento delle altre materie in francese. Già la scuola valdostana è nelle ultime posizioni in Italia: con questa novità, a cui qualcuno purtroppo pensa, sprofonderebbe ancora di più.

  11. le “amenità” del Celva: a me sembra, come ha evidenziato Vincenzo, tutt’altro che un’amenità o un “comico bando”; si aggiunga che la prova scritta è in francese e l’italiano sembra non interessare (fuorché nel testo del bando, che non è scritto né in francoprovenzale, né in francese, ma in italiano, aggiungendo, qui sì, comicità a comicità).
    Non si dimentichi che un’amenità tira l’altra.
    A quando il francoprovenzale richiesto, da parte dei sindaci (leggasi Celva) come requisito per l’accesso ad un impiego comunale?
    Sul francese e sul progetto di modifica allo Statuto presentato a suo tempo da Alessandra Mussolini ho espresso in diverse occasioni il mio pensiero, per cui non mi ripeto.
    Idem per il francese usato come elemento discriminatorio nei concorsi per l’accesso alla pubblica amministrazione.

  12. Bhè, non resta che attendere l’esito della selezione per la “risorsa di etnia pura e di lingua francoprovenzale”, il cui “nom et cognom” (come disse il capo supremo qualche anno fa in consiglio regionale) è probabilmente giù scritto.

  13. @Giorgio: Secci, che conosco personalmente, si è allontanata (o si allontanerà presto) dalla VdA per ragioni personali, che esulano da esili.

    @Calì: Posso consigliarti siti porno migliori, roba di alta qualità.

    L’etnia.

    I salassi sono stati tutti sterminati dai soldati romani. Caso rarissimo, dovuto alla fretta di liberarsi velocemente di una popolazione restia all’assorbimento in un territorio chiave, come quello valdostano dei primi decenni del primo secolo d.c.

    La VdA all’epoca di Augusto (l’altro) era un importante punto di passaggio per gli eserciti romani nelle loro campagne a nord, lungo il fiume Reno.

    Si tratta quindi di una triste storia di genocidio, vergognoso leitmotiv della nostra storia umana.

    Potrebbe essere un’idea ricordare questi fatti di tanto in tanto riflettendo su quanto fa schifo la violenza in genere, al di là di retoriche campanilistiche.

    Potrebbe forse nascerne una buona tradizione, di quelle che al di là del cognome, del colore, del genere eccecc ricordino a tutti quanto sia bella la pace.

    Beninteso, non intendo fare il saputello a proposito di un post con chiari intenti cazzoneggianti, ma solo aggiungere autonomamente qualche riflessione.

    Detto questo, una sola critica: nessun valdostano crede a tali scemenze.

  14. @El Pì
    Spiace che la Secci se ne vada. Vedi che qua a dire la verità restano i pazzi o quelli che se ne vanno.
    Che nessuno ci creda, a tali scemenze, non è così vero. Saranno pochi, ma ci sono. Pensano che esista davvero un “popolo” valdostano. Un “popolo” minoritario (vedi festival tenuto in questi giorni). E si comportano (organizzano festival, corsi di patois, concours Cerlogne, ecc.) come se “gli altri” valdostani non esistessero. E proprio nel corso di discussioni in questo blog ho constatato amaramente che il lavaggio del cervello qualche danno l’ha provocato. Non tutte le scemenze sono passate (in un certo strato della popolazione), ma molte purtroppo sì.
    Ma ammettiamo che non ci sia davvero nessuno nessuno, a credere a tali scemenze. Che sia, come tra l’altro ho scritto spesso anch’io, esclusivamente una Grande Finzione, atta a procrastinare il momento in cui lo stato italiano si stancherà di essere turlupinato. Una Commedia Collettiva, con i politici nel ruolo degli attori protagonisti e gli altri a fare da comparse. E’ una situazione che si ritrovava nei paesi del socialismo reale. La propaganda di regime descriveva una realtà fittizia cui nessuno credeva, ma nessuno poteva osare contraddirla apertamente. Poi, in un giorno, quando il sistema è crollato, quel ciarpame ideologico è stato buttato via e ridicolizzato. Il giorno che non arrivassero più i soldi dal generoso stato italiano, finirebbe anche qui così.
    In questa situazione, cazzoneggiando, mi piace prendermi gioco della paccottiglia ideologica del Pensiero Unico Autonomista a cui nessuno crede ma che ognuno omaggia. Una paccottiglia che nega il pluralismo culturale (etnico… brrr….) della Valle d’Aosta di oggi, perché ammetterlo comporterebbe il crollo del castello di menzogne su cui si basa il potere dei nostri sultani (sultanelli, va).
    P.S.
    A me quel sito porno sembrava proprio il top

  15. Il paragone col socialismo reale è interessante, anche se stai a guardare come si sviluppa l’economia: tutto molto regionalizzato, politicizzato e quant’altro. (L’articolo di Maltese è ormai epica antiunionista).

    Sì, forse è meglio dire “nessun valdostano crede a tali scemenze, se non per convenienza”.

    Sulla costruzione dei popoli, guarda: io penso che ci possa stare.

    Nel senso che tutte le identità sono costruzioni e se la maggioranza dei valdostani (tra cui per molte cose ci sono anch’io) vuole autocostruirsi modelli culturali da seguire, da essere, ci può anche stare, a patto che siano interessanti e storicamente onesti. E siamo abbastanza interessanti da non aver bisogno di prenderci gioco della storia.

    Come uno può dire “sono punk”, un altro può dire “sono musulmano” e comportarsi di conseguenza, un popolo può dire “sono valdostano”, chi ci sta faccia pure (a patto che il prodotto finale non sia esclusivo/violento).

    Poi il discorso sta sempre là: critichiamo l’union e smontiamo la sua retorica (che continua a riscuotere 2/3 del consenso), perciò cosa offriamo noi che non vogliamo Rollandin & Co.?

    P.S: sono per i tubes, ma è questione di gusti🙂

  16. P.P.S.: Il Concours Cerlogne era fighissimo ed è un bel ricordo di infanzia.

    Le nostre maestre, quasi tutte valdostane, (ma qualcuna calabrese) ci insegnavano canzoni in patois e gli sport de notra teira.

    Beh, la cosa ci divertiva un sacco, anche perchè in fondo era una gita in più: ti davano da mangiare e un ciondolo in legno con scritto “poudzo” e tolta l’esibizione (un anno abbiamo cantato l’uomo ragno degli 883 in patois, esilarante) il resto era svago.

    Io alle elementari andavo alla Ramires ed ero in una classe interamente di calabresi, tranne me (salentino) e un paio di altri.

    Sinceramente mi sembrava un momento di confronto, più che un indottrinamento o un modo per escludere qualcuno.

  17. E’ proprio il concetto di “popolo”, come lo si intende qui, che mi fa venire l’orticaria. E’ diverso dal concetto di popolo presente nella costituzione italiana (“la sovranità appartiene al popolo”) dove significa semplicemente “insieme dei cittadini”.
    Ti riporto un brano tratto da wikipedia (siamo o non siamo uomini del nostro tempo?): “Si suppone che gli individui di un popolo condividano valori, credenze e identità di gruppo.
    In pratica è stato spesso difficile definire con precisione un tale gruppo, a causa della sua natura statica.
    Quando questo tipo di identità razziale diventa un concetto obbligatorio, tali nozioni vengono spesso tramutate in propaganda, cioè in tentativi di supportare obiettivi politici. Un esempio notevole di questo genere è la propaganda del partito nazista in Germania contro le razze non ariane nei decenni del 1930 e 1940
    .”
    Ecco, non c’è niente di male nel fatto che qualcuno senta il senso di appartenenza all’identità che per intenderci possiamo chiamare dei “valdostani doc”, così sappiamo di cosa parliamo. C’è molto di male, invece, nell’imporre quell’identità a tutti coloro che non hanno nessuna intenzione di appartenervi, semplicemente perché non vi appartengono. I discorsi dei politici, le migliaia di libri stampati a spese della Regione e tutti gli altri mezzi con i quali agisce la propaganda di regime, descrivono quella identità come l’unica possibile per essere definiti valdostani. Chi è nato qui, anche dopo diverse generazioni, ma non fa parte di quella cultura, o non l’accetta come cultura dominante annullando la propria (tipo Caveri) non è considerato valdostano. L’identità proposta è di tipo etnico. Il “popolo” valdostano è quello lì. E si agisce come se quella di quel “popolo” fosse l’unica cultura presente in Valle. Tutto il resto sparisce, cancellato dai libri di storia. La festa della Valle d’Aosta è stata inventata da Caveri (che paradossalmente è un parvenu della razza/etnia valdostana) al preciso scopo di contrastare il crescente successo della “festa dei calabresi”. La quale è di livello culturale “basso”, come si sa. Si limita a qualche tarantella e a molte mangiate di peperoncini e melanzane ripiene. Non ci trovi conferenze, presentazioni di libri, rivendicazioni di spazi culturali. Ma basta quello per mettere in pericolo il castello di idiozie costruito negli anni dalla propaganda. Cosa c’entra la tarantella con la purezza della nostra razza/etnia? Lasciamogli sparare i fuochi d’artificio, gli diamo pure i soldi (anche perché ci danno i voti) ma la vera cultura è in piazza Chanoux il 7 settembre. Lì c’è la rappresentazione che conta della nostra identità, delle nostre tradizioni, del nostro popolo. “Nostra” di chi? “Nostre” di chi? “Nostro” di chi? Gli sport de “notra tera”: la tera di chi? Della razza ariana/valdostana doc.
    Quando ti portano bambino al concours Cerlogne, il messaggio è: guarda bambino, questa è la nostra lingua. Se vuoi essere parte della notra tera devi parlarla anche tu. Ed è tanto più grave proprio perché, come dici tu, il bambino è indifeso di fronte a questa violenza. Va lì pensando sia solo un gioco, ma lo stanno fregando, lo stanno escludendo. Cosa credi che pensino le maestre “valdostane doc”, quelle più fanatiche, quando il bambino calabrese viene trascinato al concours Cerlogne? Pensi vogliano un sano confronto? No, impongono un modello.

    Vedi, se condividere qualche tradizione, come giocare a fiolet o ubriacarsi alle feste dei coscritti, vuol dire essere un “popolo”, allora dovremmo accettare il fatto che ci sia il popolo canavesano. E il popolo casalese. E il popolo alessandrino. E il popolo astigiano (pallone elastico e palio…) E il popolo torinese. E quello genovese. E quello veneziano. E quello parmense. E quello napoletano… eccetera eccetera (mille eccetera). Quanti bei “popoli”. Che bel ritorno indietro di secoli e secoli.

    Non sono contro le identità. Ognuno si riconosce in qualche identità. E’ naturale. Per non sentirsi soli e fare parte di un gruppo. E’ anche vero ciò che dici. Tutte le identità sono costruzioni. Le identità inventate, le tradizioni inventate, non le scopro certo io. L’identità italiana è anch’essa un’invenzione. Vero. Programmata, persino (“ora facciamo gli italiani”…)
    Ma ci sono costruzioni identitarie che vanno nella direzione del progresso, e altre che vanno all’indietro, verso la barbarie. Si ha progresso se si va verso l’unione, se si costruiscono identità sempre più inglobanti, sempre più universali. L’identità italiana è sicuramente stata un passo avanti rispetto alla situazione frammentata precedente. L’identità europea, così difficile da costruire (da inventare) è stata una delle più grandi e nobili idee del secolo scorso. Ma le identità che dividono, quelle delle piccole patrie, dei piccoli “popoli”, sono passi all’indietro verso gli orrori del passato. La Jugoslavia non è così lontana nel tempo e nello spazio. E un’Italia divisa nuovamente in tanti popolini l’un contro l’altro armati non la vedo come un obiettivo raccomandabile.
    Vorrei non si dimenticasse mai che siamo un’umanità sperduta nello spazio, alla ricerca di un senso. Come disse uno del popolo fiorentino, dovremmo “seguir virtute e conoscenza”. Chi? Noi umani, non noi fiorentini, o noi valdostani. Le divisioni ci arrivano dal passato. Il futuro lo vorrei caratterizzato dalla consapevolezza che siamo tutti solo esseri umani. In tal senso un balzo in avanti è stato fatto dopo il disastro della seconda guerra mondiale, con la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la bellissima costituzione italiana derivata dalla Resistenza, l’idea di Europa che ho già citato.
    Concludo: le identità vanno costruite sulla base di valori universali, non sulla base di appartenenze etniche. Se un giocatore di fiolet usa stuprare bambini, preferirei identificarmi nel valore di una comunità che dica “non si stuprano i bambini”.
    Al momento, sui valori, il modello valdostano dell’Autonomismo Reale non mi pare da prendere a esempio.
    Vorrei poter dire anch’io “sono valdostano”, se ciò significasse l’adesione, oltre ai valori della splendida costituzione italiana, anche a valori più terra terra, come la buona amministrazione, il buon uso del denaro pubblico, la buona gestione del territorio… Cose così. Sennò meglio restare calabrovaldostano.

  18. A el pì:
    certo, ma il Concours Cerlogne non è una prova di selezione per un posto di lavoro, come quella del Celva, la quale prevede chiaramente la conoscenza del patois con lo scopo di escludere.
    Mio figlio Emile ha dei ricordi analoghi ai tuoi, avendo fatto le elementari al Quartiere Cogne.
    Secondo me bisogna tuttavia essere attenti a questi piacevoli ricordi infantili.
    Mio padre, il quale ha fatto le scuole elementari qui a Rhemes-Saint-Georges in epoca fascista (parola di cui non conosceva e immaginava neppure il significato), mi diceva che tutti i bambini non vedevano l’ora e aspettavano con gioia il giorno settimanale in cui la maestra li conduceva fuori classe a camminare a passo di marcia ed a cantare a squarciagola: “Giovinezza”, la cui musica, come molti sanno, è opera di un valdostano di cui ora mi sfugge il nome (mi pare Blanc, ma potrei sbagliarmi). Il segretario particolare di Mussolini era invece un Gerbore, anche lui valdostano doc.

  19. Anche per “appartenere” non è mai troppo presto: catholica ecclesia docet (non abbiamo alcun bisogno di ricorrere a paragoni con il mondo islamico):
    io non avevo ancora capito in che diavolo di posto ero capitato che mi son ritrovato battezzato, comunicato, cresimato e servivo già la Messa.

  20. Anche a mia nonna piaceva marciare e urlare “eia eia làlà”, ma attenzione a non cadere in paragoni inappropriati. L’idea che la storia è ciclica e ritorna spesso crea dei misunderstanding.

    In parole povere: cantare “papa rogne” è cosa ben diversa da cantare inni che inneggiano a Benito Mussolini o alla supremazia dei serbi ortodossi.

    Occhio perchè a paragonare si rischia di cadere nella magra (e ipocrita) retorica che ha caratterizzato la campagna elettorale alle europee di un Donzel in Valle d’Aosta, che divideva la valle in fascisti e antifascisti solo perchè Rollandin gli aveva dato picche apparentandosi col PDL.
    Retorica che, oh bonta sua, ha anche avuto un discreto successo (ed eravamo in tanti a dirci “prenderà una batosta nei denti”)..

    Io continuo a credere nella buona fede delle mie maestre elementari, che mi hanno insegnato cose spesso più valide di qualche professore più avanti.

    Assieme alla civilisation valdotaine c’era il valore della democrazia e della resistenza (resistenza a chi uccideva gli ebrei e occupava l’italia e non solo la VdA). Con l’educazione civica si guidava a scoprire le origini di ogni alunno, qualunque esse fossero.

    Ricordo (e parlando di 15 anni fa, spero di essere esente da mitizzazioni senili) anche una certa tendenza all’ambientalismo, al rifiuto di ogni spreco.

    “Meglio l’odore del letame che quello dello smog”, vabbè poi sono venuti a dirci che il metano che esce dal culo delle mucche è il maggior responsabile del buco dell’ozono, ma io continuo a sospettare che un petrolchimico sia peggio.

    Divagazioni personali a parte, io nel seggio sta divisione etnica non la vedo. Finchè l’Uv la votavano solo i “panvaldostani” era una forza minoritaria e piuttosto sfigata, magari non dappertutto, ma di certo ad Aosta.

    Io alla festa dei calabresi ho mangiato al tavolo a fianco di quello di Rollandin, che mi sembra elettoralmente piuttosto inserito nell’ambiente.

    Stai a vedere poi, che non siano gli autonomisti dell’altra parte quelli che non vogliono mischiarsi?

    Certi fils rouge che partono con “Rollandin = disonesto” e vanno a finire con “votato dai calabresi = disonesto” (che implica che i calabresi siano costituzionalmente immischiati in affari loschi) sono quasi certo di essermeli visti passare davanti al naso, sìsì.

    Adesso per concludere sto cercando un modo non querelabile di dire che.. come dire..
    Sarei curioso di valutare quanto eliminare un ipotetico scambio di voti possa influenzare i rapporti tra maggioranza e minoranza e quanto per contro influisce solo su quelli interni della maggioranza (scusate se sbrodolo).

    Ultima cosa: non sottovalutiamo i coscritti, creano legami di amicizia che rimangono nel tempo, spesso più della scuola.

    Ultimissima: Se per civilisation valdotaine si intendesse anche leggersi qualche libro di storia di Riccarand sarebbe figo no?

  21. @El Pì
    Premessa: non ho motivo per dubitare della buona fede delle tue maestre, che saluto. Anche la mia maestra (allora era unica) era (è) valdostana doc, e la ricordo sempre con affetto e stima.
    Le estremizzazioni servono per capirsi. Come le metafore, che non vanno certo prese alla lettera. So anch’io (e lo sa anche Bruno) che in Vda non ci sono forni crematori. Ma esistono, per esempio, le ritorsioni economiche verso chi si ribella al regime. Tolgono o negano il lavoro (ti pare poco?), chiudono ogni possibilità di carriera o affermazione, se possono. E di solito possono. Non è molto diverso da come capitava agli antifascisti durante il ventennio. Che mi dici, ad esempio, della assai poco dignitosa smentita di Chiara Grobberio riguardo alla ricercatrice Giovanna Campani? Tanto zelo nel prendere le distanze da chi ha solo osato scrivere la verità sulla società valdostana non ti fa pensare?

    Bene, questo regime non è basato sull’ideologia fascista ma su quella della “specialità”, la famigerata “spécificité”. Su questa presunta diversità della regione, nella particolare situazione dell’immediato dopoguerra, è stata ottenuta l’autonomia. La specialità consiste nella menzogna che qui vive un “popolo” minoranza linguistica. Questo “popolo” non esiste, come puoi vedere tutti i giorni. C’è una regione come tutte le altre, si parla italiano come dappertutto, e una parte della popolazione parla un certo dialetto (altre parti, non proprio trascurabili direi, ne parlano altri). Ma la propaganda ci propina ogni giorno la menzogna che questo popolo esista, monolitico e compatto. I figli dei calabresi e dei marocchini? Simpatici individui da studiare con curiosità durante i corsi di educazione civica. Da rispettare e con cui fare amicizia. Ma sia chiaro che non sono valdostani.
    Ovvio che tu nella vita di tutti i giorni veda tutt’altro. Hai persino le visioni, e ti sembra di vedere Rollandin tra i calabresi😉
    Ma è proprio questo il punto: l’abissale distanza tra le fandonie propagandistiche e la realtà. Nella realtà tutti parlano italiano, ognuno parla il dialetto che preferisce, ci sono amicizie miste e persino matrimoni misti, guarda un po’.
    La propaganda, però, costruisce un mondo irreale, che serve a vendere all’esterno la Grande Finzione, utile a perpetuare la “specialità” e con essa i cospicui finanziamenti statali.

    I calabresi (vedi che li chiami così anche tu?, che non li consideri valdostani?), esattamente come i valdostani (quelli ariani) sono portati in buon numero al voto clientelare. Calabresi e valdostani (ariani), marocchini e veneti, tendono (in numero consistente, non tutti fortunatamente) a votare per chi ha il potere di restituire il favore. Nel seggio non potrai vedere nessuna divisione. Voto non olet. L’Uv accetta il voto di chiunque.
    (In passato, però, la divisione etnica del voto c’è stata: i meridionali votavano in buona parte Psi. Adesso Milanesio li ha portati nel calderone unionista, chissà perché).

  22. E penso che la situazione non cambierà finché ci sarà un mouvement come l’UV, il quale, e questo è incontrovertibile, è nato per difendere gli interessi non dei valdostani (abitanti della VdA), ma di un’etnia, quella valdostana ariana, come la chiama Vincenzo. E’ sufficiente leggere gli articoli 1 e 2 del suo Statuto, nonché il poemetto “razzista” “Nos racines”, per rendersene conto. E l’UV non ha nessuna intenzione di rinunciare ai suoi principi ispiratori. Poi, ovviamente, per raccattare voti e poter governare, qualsiasi sistema è buono.
    Per un valdostano doc come me è triste e umiliante veder strumentalizzata politicamente la propria identità, qualunque essa sia e qualunque pregio o difetto essa possa avere, come tutte le identità; mi da l’impressione di vivere in una riserva indiana, seppure privilegiata.

  23. @El Pì
    questa discussione è semplice cazzeggio. Non aspettarti l’elaborazione di strategie politiche. Il Pensiero Unico è troppo forte. E’ Golia, e io non ho fionde, e se le avessi non le saprei usare.

  24. @Bruno
    A te non è necessario ripetere, perché l’hai capito benissimo, che non ho nulla contro il sentimento identitario tuo e dei valdostani “doc”.

    Spero sia chiaro per tutti il mio pensiero: vorrei solo che il sentimento di appartenenza alla comunità valdostana non fosse incentrato sull’identità di tipo etnico, perché discrimina chi non intende e non può riconoscersi in quella identità.

    Così come, a livello nazionale, vorrei che fosse considerato italiano, e che si possa sentire italiano, chiunque si riconosca nei valori della Costituzione, indipendentemente dal fatto che sia cristiano, musulmano, di lingua madre araba o russa, e dalle tradizioni che gli va di seguire. Io posso sentire l’identità europea esattamente come un islandese, perché ci ritroviamo sui valori che questa appartenenza sottintende. Sarebbe più complicato (per l’islandese) se si dicesse che per essere europeo bisogna avere come lingua madre l’italiano.

    In Vda, come nel resto d’Italia, la lingua che unisce è l’italiano, e questa deve essere studiata a scuola. A casa ognuno parli il dialetto che vuole, giochi a Tsan, rispetti il Ramadan, cucini le melanzane ripiene, legga Chanoux, studi il Corano, esulti per le vittorie della nazionale… romena.

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