Paese che vai…

In Italia Berlusconi è accusato di andare a puttane, in Spagna Zapatero è accusato di andare a… Berlusconi.

P.S. “de tapadillo” significa “di nascosto, alla chetichella”.

42 pensieri su “Paese che vai…

  1. de tapadillo (spagnolo) = a catzòn (francoprovenzale di rhemes-saint-georges).
    Vincenzo, devi cominciare a fare l’orecchio al patois: hai letto l’articolo di Laura Secci di oggi sulla Stampa e le dichiarazioni del piccolo viérin?
    Ma qui a rhemes-saint-georges, se arriva una maestra di ayas, quale patois insegnerà? sono quasi incomprensibili l’uno all’altro ed è solo un esempio.

  2. Oggi l’assessore ha detto (l’ho sentito io, alla radio) che “il patois è nel cuore di tutti i valdostani”. Conferma quanto ripeto da tempo: la mistificazione della propaganda unionista integralista consiste nel fingere che in Valle d’Aosta esista una sola cultura/etnia/razza: quella ariana valdostana. Le altre è come se non esistessero (tranne che al momento del voto, lì si rastrella tutto). Davvero il patois è nel cuore di tutti i marocchini valdostani? Davvero è nel cuore di tutti i veneti valdostani? Davvero è nel cuore di tutti i calabresi valdostani? Parlo di decine di migliaia di valdostani che pagano le tasse, e quindi anche i concours Cerlogne e i corsi di patois sempre più invadenti (per il momento facoltativi, ma solo per mancanza di sufficienti insegnanti “formati”).
    Di fronte a queste dichiarazioni razziste, possibile che nessuno abbia il sussulto di indignarsi, o almeno di riderne? Siamo così abituati a sentirci ripetere queste corbellerie che non ci facciamo più caso? Il benessere diffuso riesce a spegnere in maniera così efficiente tutti i cervelli e a mettere in secondo piano la propria dignità? La storia, purtroppo, sembra aver dimostrato di sì.

  3. Credo di dover dissentire dall’eccessiva demonizzazione che Vincenzo sembra avere verso il patois e in generale verso tutte quelle forme di esaltazione affettiva verso la nostra storia e le nostre tradizioni.
    Non vorrei che a forza di voler vedere fantasmi in ogni luogo si perda di vista quella che può essere un semplice e genuino attaccamento alla propria storia e al proprio passato con la discriminazione razziale tout-court.
    E’ certamente cosa sbagliata impostare un concorso pubblico secondo i princìpi che il Celva ha adottato nell’ultimo concorso, è sbagliato voler privilegiare quelli che per cognome ed atteggiamenti sono tradizionalmente des nos-atre ma è altrettanto sbagliato, a mio avviso, il rifiuto a priori della libertà di ricerca di quelle caratteristiche di appartenenza che ci possono far sentire come pietre vaganti di questa nostra misera terra valdostana.
    Se la lingua non è nel cuore di tutti i residenti valdostani lo è certamente per molti di noi che dai fin primi vagiti l’hanno sentita dalla bocca dei propri genitori.
    Il pericolo e la linea di demarcazione fra l’ossessione del purismo etnico e la libertà e la soddisfazione della ricerca delle proprie origini è molto vicino e pericolosamente soggetto a diverse interpretazioni.
    Io mi sento di navigare in una linea di mare alquanto ristretta.

  4. il problema non è il patois e non sono le radici che sentimentalmente uno sente (ognuno ha il suo patois e le sue radici), il problema è questa ossessionante e ormai insopportabile mistificazione e strumentalizzazione di questi problemi, che son problemi culturali, non politici.
    Se continuiamo così, finiranno per farci e per far odiare il patois, come hanno fatto per il francese.

  5. La politica, e in particolare l’UV, la finisca di utilizzare argomenti etnoculturali a fini politici, li lasci alla cultura, all’antropologia, li lasci a ghianda (purtroppo lo Statuto dell’UV è proprio fondato su tale miscela esplosiva).

  6. Capisco quello che vuoi dire Bruno e condivido.
    Semplicemente non vorrei che ci ritrovassimo insieme un giorno a cercare funghi sulla spiaggia di Capocabana, anche se potrebbe essere divertente.

  7. @Ghianda
    Qui casca l’asino. Io non demonizzo affatto il patois. “L’esaltazione affettiva verso la nostra (di chi?) storia e le nostre (di chi?) tradizioni” invece li demonizzo eccome. E demonizzo la pretesa razzista di fingere che tutti i valdostani sentano o debbano sentire l’attaccamento al patois.
    “Un semplice e genuino attaccamento alla propria storia e al proprio passato” dovrebbe considerare tutta la storia e tutto il passato e non solo una parte. C’è anche la parte di storia, da poco meno di un secolo a questa parte, di massicce immigrazioni, che hanno cambiato profondamente la composizione sociale della regione. Oggi, proprio in forza della “nostra” storia e del “nostro” passato, la Valle d’Aosta è una realtà multiculturale. Ci sono decine di migliaia di persone che non sentono come proprio quel particolare dialetto, ma ne sentono altri, oppure nessuno. Lo dici tu stesso: “se la lingua non è nel cuore di tutti i residenti valdostani lo è certamente per molti di noi che dai fin primi vagiti l’hanno sentita dalla bocca dei propri genitori”. Per molti di noi. Non per tutti noi. Quei molti di voi che hanno il patois nel cuore possono liberamente continuare ad averlo. Nel cuore, però. Non hanno il diritto di imporlo a quelle decine di migliaia di valdostani che hanno altre cose nel cuore. In Italia si parlano centinaia di dialetti, ma nessuno si sogna di imporre il proprio agli altri. Ognuno, se crede, si coltiva il suo, e parla in italiano con tutti gli altri.
    Mi sembrano concetti elementari, ma forse qua in Valle d’Aosta, a furia di lasciare all’Uv il monopolio del controllo culturale (l’assessorato all’istruzione non lo mollano mai) la propaganda ha cambiato proprio il modo di pensare, e la sopraffazione razzista di una delle culture (etnie/razze) presenti in Valle esercitata su tutte le altre appare una cosa normale.

  8. Credo di capire Vincenzo quello che vuoi dire ma continuo in parte a dissentire.
    Credo fermamente sia sbagliato portare e voler imporre un certo tipo di cultura ed ancor di più creare delle disparità basate proprio sulla presunta appartenenza ad una etnia che si vuole identificare come quella valdostana doc.
    Credo però, nello stesso tempo, altrettanto sbagliato evitare a livello politico di voler intervenire nella valorizzazione e nella conoscenza della nostra realtà locale per quanto piccola e complessa possa essere;
    quando dico nostra includo simbolicamente ovviamente anche i veneti, i calabresi i sicialiani che in questi decenni hanno popolato e vissuto queste nostre terre.
    Che cosa può fare oggi la politica se non proporre scelte condivise e vicine verso il nostro miglior futuro ipotetico comune?
    Perchè non possiamo, valdostani calabresi veneti e siciliani considerare l’allargamento della nostra conoscenza verso ad esempio il patois come un accrescimento culturale piuttosto che un’imposizione vista con sospetto di razzismo tout-court?

  9. Possiamo fare una cosa molto semplice (come dici tu stesso ad un certo punto): “valorizzare e conoscere la nostra realtà locale”. Ora, si dà il caso che la nostra realtà locale sia multiculturale. Perciò, bisogna valorizzare e conoscere questa multiculturalità, senza manipolare la storia e senza cristallizzarla in rappresentazioni ideologizzate. Le società e le culture si evolvono incessantemente, per fortuna.
    Se si farà questa operazione di verità, tutti insieme, poi, su basi di uguaglianza, saremo in grado di rifondare il senso di appartenenza collettivo alla comunità su basi nuove, non più, come oggi, incentrandolo sulla superiorità di una delle culture presenti e il conseguente annullamento delle altre. Solo allora i calabresi, i veneti, i marocchini, ecc., saranno anch’essi “valdostani doc”.

    Conoscere un dialetto in sé (per chi è di altra cultura) è sterile. Se quel dialetto è fecondo, come ad esempio quello napoletano, con la canzone e il teatro che sono arrivati a vette universali, allora ci può arricchire il godere delle sue manifestazioni creative. Il siciliano di Camilleri lo si legge con grande piacere, apprezzando le sfumature di quella cultura. Il patois potrà essere apprezzato da chi non è “valdostano doc” se esprimerà opere d’arte di valore universale. Se dimostrerà di essere vivo nel senso più alto. Non certo se viene insegnato nelle scuole. In questo caso non rappresenta affatto un accrescimento culturale, ma solo un’odiosa operazione di stampo razzista, perché si propone di escludere psicologicamente una grande parte dei valdostani dal sentimento di appartenenza comune.

    Come diceva giustamente quello studio di Giovanna Campani, dal quale l’università della Valle d’Aosta ha preso precipitosamente e con zelo servile le distanze, oggi ci sono valdostani che sono in Valle d’Aosta da diverse generazioni che, ciò malgrado, sono visti come “ospiti” dal modello culturale imposto dalla propaganda, e di conseguenza si vivono ancora essi stessi come tali. L’integrazione è solo apparente. E’ tolleranza, non integrazione. Io tollero che tu, calabrese, ti faccia la tua festa. Ti dò anche i soldi per farla. Ma tu sei calabrese, sia chiaro. Culturalmente non è avvenuta nessuna integrazione. Quando finirà questa discriminazione camuffata da unione? Quante generazioni dovranno susseguirsi? Fino a che si lascerà agire l’integralismo razzista dell’ideologia unionista, ciò non potrà mai finire. Se l’identità regionale è incentrata sull’appartenenza etnica, inevitabilmente includerà solo coloro che appartengono a quell’etnia, o coloro che si umilieranno a fare i parvenu, rinnegando la propria storia e la propria vera cultura.

  10. Finalmente qualcuno si sveglia e tocca temi che non si devono lasciare all’UV perchè essa stravolge la realtà per imbambolare chi è privo di reattività e di spirito critico. Ciò premesso, ritengo non perfettamente qui centrata la sostanza del problema. Qui, fors’anche per l’abito mentale da “sinistri illuminati” di quanti sono intervenuti, pare vi sia l’obbligo di definire un contenitore culturalregionale nel quale tutti poi si ritrovino. Io sono più liberale e ritengo che le eventuali caratterizzazioni si possano notare a posteriori, dopo aver cioè lasciato a tutti l’assoluta libertà di autodeterminarsi secondo parametri solo e soltanto personali. In altri termini, una persona può scegliere di nutrirsi con kit e kat, può ritenere che in Valle esista un’etnia valdostana , può fare sesso con la propria mucca. Non c’è nulla di male in questi tre casi equipollenti in bizzarria finchè non si tenta di imporli a tutto l’orbe valdostano. Quello che non è accettabile è il fatto che qualcuno pretenda la condivisione generalizzata del mangiare cibo per gatti, del ritenere i 120 mila valdostani un’etnia con obblighi cultural-comportamentali conseguenti, del sesso orale con l’abitatrice della stalla. La differenza tra questa mia posizione e quella degli intervenuti a questa discussione è fondamentale perchè di mezzo c’è il giudizio sull’integralismo, per me ferocemente contrario e per gli altri intervenuti meno tale perchè a me pare che venga cercata una strada per definire un contenitore cultural-identitario per tutti. Trovo incomprensibile Vincenzo che pare… offeso in quanto la sua indubbia particolarità regionale non viene tenuta in debito conto dai talebani rossoneri. Fottitene, tu sei tu comunque. Trovo errato voler fare piazza pulita delle panzane etniche attuali non perchè sono panzane integraliste e demenziali, bensì come premessa per ridisegnare una Valle in cui tutte le provenienze abbiano il peso che sacrosantemente meritano. C’è chi rifiuta l’ottica regionale al punto di non essere interessato per nulla alle proprie “radici”. Io sono friulano, conosco perfettamente il dialetto locale, tifo Udinese, ma non ho nulla a che vedere con la metodologia regionalnazionalista necessaria a quei dissociati dal reale che sono gli unionisti. Mi sembra che non si bocci la stupidità dell’integralismo valdostano, ma soprattutto la non “democraticità” di tale integralismo. Ciò significherebbe mettere in lavatrice la filosofia rossonera, ma poi dal bocchettone uscirebbe un capo senza microbi sì, ma pur sempre un abito a misura solo di qualcuno e che come tale non deve vestire chi si agghinda altrimenti, ritenendo cioè l’abitare in Valle un fatto tecnico e nulla più. Copacabana: io lì ho visto persone spensierate perchè tutte fanno cosa vogliono senza porsi problemi su radici e menate simili.

  11. penso che senz’altro il Comité Central dell’UV, verificato che l’elettorato “valdostano”, contrariamente a quanto erroneamente ipotizzato in un primo momento, è composto da elettori “parlanti” (uso un termine caro al grande poeta friulano dialettale PPP) non solo il dialetto francoprovenzale, ma in pari misura, se non ormai in misura maggiore, il dialetto cosiddetto “calabrese”, provvederà quantoprima ad affiancare i corsi per ora facoltativi di francoprovenzale, a corsi altrettanto facoltativi di calabrese.
    La proposta è caldeggiata, oltreché dal poliglotta consigliere regionale Turi Agostino, esperto in entrambi i linguaggi, dal Presidente della Giunta Augusto Rollandin e dal sindaco di Aosta Guido Grimod, entrambi di origine francoprovenzale, ma esperti frequentatori e conoscitori di usi e costumi, nonché linguaggi “calabresi”.
    In proposito è stato presentato all’Assessore alla Cultura Popolare Laurent viérin un dettagliato e circonstanziato rapporto sulle % degli elettori parlanti l’uno e l’altro dei dialetti in questione.
    Con ogni probabilità verrà anche definita, per ogni altro dialetto parlato in VdA, la % minima degli elettori parlanti al fine di poter aver diritto ad analoghi corsi facoltativi. Sembrano infatti essere in buona posizione anche i parlanti in dialetto cosiddetto “veneto”. Più defilati altri dialetti.

  12. Correva l’anno di grazia 1841 quando l’esperto italiano di lingue Bernardino Biondelli raccoglieva 6, dico 6, versioni diverse in dialetto francoprovenzale valdostano (1Aosta, 2Ayas, 3Bard/Donnas, 4Cogne, 5Gignod, 6Valtournenche) della parabola evangelica conosciuta come “Il figliol prodigo” (Luca 15, 11-32). Ora, dopo quasi 170 anni, pare che le versioni in dialetto francoprovenzale valdostano (aggiungo sempre valdostano perché qualcuno non pensi che il francoprovenzale sia limitato esclusivamente al nostro territorio) debbano essere almeno 74, una per ogni comune, lasciando così perdere le sfumature interne ad ogni comune.
    Ad es., sull’ultimo numero del Bollettino Parrocchiale di Rhemes-Saint-Georges, ad uso dei fedeli della parrocchia che probabilmente non conoscono ancora il testo della parabola in questione, compare la sua versione nel patois di detto comune, di cui vi riporto, per comodità, esclusivamente il titolo: “Lo megnò prodeuggo”.
    La versione è a cura del collaboratore del Comune di RSG per il “Guichet Linguistique” dell’Assessorato alla Cultura Popolare, nel quadro di un progetto finanziato dalla legge statale 482/99.
    Quando la Cultura e la Fede si incontrano!

  13. mi dispiace per il territorio e gli abitanti di Pont-Saint-Martin, ma dalla delimitazione delle aree interessate dal cosiddetto “francoprovenzale”, quale risulta da un testo di notevole spessore culturale uscito di recente anche in Italia ma in lingua francese, molto pubblicizzato anche in VdA (in questo momento non ce l’ho sottomano, ma ai numerosi lettori cui il problema interessa posso fornire gli estremi della pubblicazione), tale territorio non fa parte dell’area linguistica francoprovenzale, pur appartenendo alla VdA. Sono invece ricompresi, come tutti sanno, numerosi territori piemontesi, che provvedono ad organizzare incontri, raduni, giornate di studio, senza tuttavia tirare in ballo politica e politici.
    Non parlano ovviamente francoprovenzale i walser.

  14. Sempre a cura del “Guichet Linguistique” (Lo Guetset Leungueusteucco), dell’assessorato alla Cultura Popolare di cui sopra e medesimo finanziamento, potete verificare le vostre competenze in francoprovenzale leggendo, sempre sul Bollettino Parrocchiale di RSG:
    “La conta di sa tchévrèi” (la favola dei sette capretti), abbastanza nota anche in lingua italiana, nella versione francoprovenzale di Valsavarenche, e
    “Péquè le pèi vignon blan ?” (Perché i capelli diventano bianchi?), testo scientifico tradotto direttamente dall’inglese in francoprovenzale di Introd (testo tratto dal sito http://www.cybersciences.com).
    In questi due casi mi sfugge però il senso profondo della collaborazione Curia Vescovile-Guichet Linguistique.
    Chiunque intenda collaborare è comunque invitato a contattare l’indirizzo g-linguistique@regione.vda.it

  15. @Bruno
    Grazie per i preziosi contributi.

    @Giancarlo
    Trattare questi temi è sempre molto delicato (tra l’altro il mio post era su Berlusconi, è Bruno che mi ha riportato sulla cattiva strada) perché si rischia molto facilmente di essere fraintesi.

    Hai ragione quando dici che è forse eccessiva (non so se sinistrorsa) la concessione che faccio, di voler ricercare un’identità comune a tutti i valdostani, una volta rigettata quella che ci propone la propaganda.

    Io intendevo proporre un senso di appartenenza basato sui valori invece che sull’identità etnica, ma è pur vero che non sarebbe affatto necessario. Per quanto mi riguarda si può benissimo lasciare che sia valdostano chiunque abiti in Valle d’Aosta, come semplice indicazione geografica di residenza. Mi è del tutto sufficiente riconoscermi nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, cos’altro si può aggiungere qui?. Ma visto che smascherare la stupidità del concetto di piccola patria genera sconcerto anche in persone ragionevoli, cercavo una terza via (ahi!) onorevole.

    Ti sbagli quindi, quando pensi che io sia offeso perché non sarebbe riconosciuta la mia identità calabrese, in quanto non mi riconosco neppure in quella. Se vuoi sapere cosa penso delle identità (etniche, ideologiche, religiose, ecc.), ti rimando a un mio vecchio post (intitolato, guarda un po’, “cervelli storti”) in cui lo spiegavo. D’altronde ho scritto anche due libri, uno sui valdostani con Giulio Cappa, e un altro sui calabresi, con i quali mi prendevo gioco (con leggerezza, credo) proprio di queste identità.

  16. Continuo a non essere d’accordo con l’impostazione mentale che scaturisce dai post di Vincenzo e di Borluzzi.
    Forse sono vittima inconscia di quella che viene definita “propaganda ” o forse ho semplicemente un modo diverso di sentire e di vivere il nostro territorio e il rapporto fra il nostro passato e le nostre ambizioni future?
    A me sembra vi sia una distanza concettuale non indifferente ma purtroppo noto che vi è una difficoltà concreta nell’affrontare l’argomento senza dover necessariamente schierarsi aprioristicamente da una parte o dallaltra della barricata. Esiste veramente questa barricata?
    Non è possibile, nel rispetto delle varie componenti etniche che compongono la nostra società intravvedere un modello di scelta comune nei diversi aspetti della nostra società e che sia comunque in linea con quella che è la storia delle terre che calpestiamo?

  17. @ ghianda , hai posizioni irrealistiche e autoritarie, offensive della dignità del singolo. Prendo l’ultimo tuo periodo: non esistono componenti etniche in Valle. L’etnia dei 120 mila residenti nella nostra regione è unica e coincide con quella degli abitanti della Lomellina, della Gallura, delle pendici dell’Etna e delle zone ricche di cocomeri vicino a Comacchio. Un’etnia si distingue per una religione propria (in Valle mancante), per abitudini particolari (addestrare mucche regine e alzare il gomito sono insignificanti come l’aver sempre il cappello in mano con Roma), per una lingua propria (qui il francese è defunto da tempo immemorabile e i dialetti ci sono dappertutto senza che ciò determini l’esistenza di etnie), per tratti fisici specifici (il naso rubizzo per le ciucche non basta). Perchè “una scelta comune nei diversi aspetti della nostra società” ? Io non ho nulla a che spartire col Guste et similia, altri possono pensarla diversamente ma non possono determinare le mie scelte come io non interferisco nelle loro. Ghianda, sei out perchè vorresti ridurre tutti i cervelli a una visione localistica. A me, legittimamente, non importa per nulla il regionalismo. Storia delle terre che calpestiamo? Articolo 3 della Costituzione : le persone sono tutte uguali. Qui non esistono padroni di casa, anche se mentalità infrollite lo pensano. Ogni regione, se piccola, o parte di regione, se grande, può avere una sua storia, che può essere studiata da chi vuole ( a me quella valdostana non frega per niente. Tieni conto che il mio figlio maggiore ha vinto, tra gli universitari, nell’aprile scorso la gara di conoscenza di Anselmo, ma ciò non è stato causato da interesse per l’ultratrapassato locale bensì da migliori reminiscenze liceali. E tra i liceali ha vinto una piemontese, cappotto per gli etnici rossoneri… ) ma, impara Ghianda, non può essere una camicia di forza per ingabbiare il presente di chi non desidera limitazioni. Gli unionisti facciano e pensino cosa vogliono, ma le loro scelte mi lasciano indifferente e in certi mi fanno casi ridere. Ghianda, sei ammirabile nella tua volontà di discutere, ma devi capire che ragioni da integralista e l’Italia non è l’Iran o l’Afghanista. Unicuique suum .

  18. Borluzzi, dirmi che io sono autoritario e offensivo della dignità del singolo è a mio avviso una pura gratuità.
    La nostra discussione è rivolta a cercare di esprimere liberamente le nostre opinioni e il fatto che il nostro diquisire verta su questo argomento e che io abbia un’idea diversa dalla tua, nel momento in cui entrambi siamo liberi di esprimerla non vedo cosa ci sia di così autoritario.
    Prima parlavo di barricate ed è proprio nelle tue parole che vedo le barricate più alte quando ti riduci ad identificare le nostre migliori abitudini nell’allevamento delle vacche regine o nel riempirci il muso con la branda.
    Sei sicuri che non vi sia altro degno di essere espresso?
    Sulla lingua propria possiamo disquisire per mesi ma non puoi non essere così cieco da notare che sebbe il patois abbia praticamente una particolarità in ogni comune l’espressione in questo idioma praticamente in tutta la valle viene compreso (a volte con difficoltà per le differenze del posto) ma apprezzatto e condiviso.
    Quello che non riesco a capire è perchè non si voglia accettare che molti valdostani residenti vogliano creare con il patois, con la valorizzazione della propria gastronomia, con il rispetto verso un certo tipo di sviluppo urbanistico, verso un certo modo di intendere il patromiono naturale nel quale viviamo un progetto comune di sviluppo della nostra comunità.
    Voilà, solo questo.

  19. Ghianda, che tu sia autoritario lo dicono le tue parole. Io non sono autoritario perchè ritengo che ogni persona debba rispondere solo ai codici civile e penale + ai valori soggettivamente ritenuti tali. Tu invece ti guardi in giro per trovare appigli al fine di costruire un castello regionalculturale in cui poi tutti dovrebbero volenti o nolenti riconoscersi. Ergo non sei rispettoso della volontà di chi ritiene il culto del localismo un disvalore. Critico gli integralisti locali? Ma loro mi offendono dipingendo la Valle come un contenitore omogeneo, mentre io il regionalismo lo detesto e, al limite, mi riterrei friulano, di una regione demograficamente omogenea, con ben poche persone provenienti da altre regioni ( in Valle ci sono 25mila calabresi su 120mila italiani complessivi). I miei avi da generazioni erano friulanissimi come tipico nel Friuli del nord, verso l’Austria ove sono nato. Lì ci sono paesaggi simili a quelli di gran parte della VdA, ma nessun friulano vaneggia su etnie+lingue, nè chiede costantemente soldi al governo nazionale. Sul patois: a me non interessa per niente, è come se non ci fosse. Io conosco perfettamente friulano e piemontese, sai perchè? Perchè l’ho orecchiato e senza accorgermene l’ho memorizzato. Il patois è parlato da qualcuno che io non frequento e sto bene così. Il problema sono gli integrlisti locali ammalati dell’illusione di essere dei padroni di casa. Purtroppo troppi tacciono e l’UV cerca di far passare tale silenzio come assenso, mentre è evidentemente segno di disinteresse, di scarsa preparazione culturale, di servilismo. Quest’ultima caratteristica è il virus anche di utili idioti che, pur di vantarsi davanti al parentado per una vicinanza all’area del potere, deglutiscono pure i sassi. Valorizzare la gastronomia: se uno elenca i pregi (soggettivi ) di questo o quel cibo, mi sta bene; ovviamente non più se qualche cibo venisse imposto a tutti nell’ambito della cosiddetta “valorizzazione” (termine strampalato che alligna solo in Valle … ), proprio come il francese. Non mi importa se uno lo loda o afferma essere la sua radice per darsi un tono esterofilo, mi ribello se tale idioma inutile viene imposto a scuola o per lavorare affinchè un movimento ci ricami sopra fesserie che poi finge essere patrimonio di tutti i 120mila italiani delle regione, anche se il francese è qui diffuso quanto cammelli e dromedari dalla val Veny a Pont S. Martin.

  20. @Giancarlo
    Credo anch’io, come Ghianda, che qui si stia discutendo in modo civile e non “autoritario”. Come sai, su questi temi la discussione in Valle è solitamente tabù. Si legge e si sente solo il Pensiero Unico “Autonomista”. Ghianda mi pare voglia confrontarsi serenamente.

    @Ghianda
    Inizio la mia risposta riportandoti quanto scriveva questa estate Michele Serra nella sua rubrica su Repubblica in seguito alla proposta della Lega di prevedere test preselettivi sulla cultura e sulle lingue locali:
    Nelle “tradizioni locali” questo paese affonda come nelle sabbie mobili. I suoi pochi passi nella modernità li ha fatti non grazie alle “tradizioni locali”, ma nonostante o addirittura contro di esse“.

    Lo faccio per mettere in chiaro che nella cultura di sinistra il localismo non è affatto un valore apprezzato, come può credere chi è immerso da decenni nel pieno influsso della propaganda unionista.

    Detto questo, devo farti notare che nel tuo ragionamento metti insieme concetti del tutto eterogenei e incoerenti.

    Scrivi infatti: “Quello che non riesco a capire è perchè non si voglia accettare che molti valdostani residenti vogliano creare con il patois, con la valorizzazione della propria gastronomia, con il rispetto verso un certo tipo di sviluppo urbanistico, verso un certo modo di intendere il patromiono naturale nel quale viviamo un progetto comune di sviluppo della nostra comunità“.

    Insisti quindi sul patois, e non vorrei ripetere per l’ennesima volta la mia precisa opinione in merito: uno dei dialetti parlati in Valle, elemento distintivo di solo una delle culture (etnie? dipende dalla definizione, caro Giancarlo) ivi residenti, non potrà mai essere un elemento di unione, ma sempre e soltanto di divisione e discriminazione. Possibile non ti sia chiaro? Se io avessi un figlio, mi incazzerei come una bestia se osassero rincitrullirlo insegnandogli il patois a scuola. I bambini patoisants lo parlino con le loro famiglie a casa loro, così come i marocchini parleranno l’arabo e i piemontesi il piemontese.

    Poi parli della gastonomia. Ma guarda che la gastronomia valdostana non ha niente di diverso, in quanto a contenuto di originalità, rispetto a tutte le altre centiniaia gastronomie locali del territorio italiano. Ogni città, ogni comune in Italia ha la propria gastronomia e la valorizza. Ma non per questo ogni città e ogni comune italiano si qualificano come “popolo” e pretendono di essere fiaccole che illuminano il mondo. Vorrei aggiungere che anche in questo caso l’apporto alla gastronomia locale da parte di calabresi, veneti, marocchini, ecc. non è certamente trascurabile, e può rendere l’offerta di piatti originali locali molto più variegata di quanto non sia.
    Comunque siamo nel campo del marketing, non della costruzione identitaria.

    Infine ci aggiungi “un certo tipo di sviluppo urbanistico, un certo modo di intendere il patromiono naturale nel quale viviamo [per arrivare a] un progetto comune di sviluppo della nostra comunità“.
    Qui esci decisamente dal tema in questione (le ragioni possibili per un’identità o un senso di comunità che coinvolga tutti i residenti in Valle) e entri nel campo della proposta politica. Ma su questo piano non ci sono certo speranze di una visione comune.
    La classe politica al potere da decenni ha devastato il patrimonio naturale, e ha un modo di intendere lo sviluppo urbanistico e un progetto di sviluppo per la nostra comunità molto diversi dai miei e da quelli dei moltissimi valdostani che aspirano a una svolta politica.
    Loro vogliono (realizzano ogni giorno) uno sviluppo della comunità basato sullo scambio clientelare, sui rapporti signore-servo, sulla movimentazione degli ingenti capitali (provenienti dallo stato italiano) senza nessuna regola e senza nessun piano strategico. Vogliono uno sviluppo basato sul soddisfacimento dei grandi interessi di pochi e sulla distribuzione consolatoria a pioggia delle ricadute di ciò che resta (che è sempre molto).
    Io, e mi pare anche tu, vogliamo tutt’altro. Ma cosa c’entra in questo l’identità (il senso di appartenenza) regionale?

  21. @ Vincenzo. Autoritario non era riferito al modo di discutere qui di Ghianda, rileggi bene. Autoritaria in Ghianda è la sua ricerca “contronatura” di un percorso che porti a un’immagine della regione che per tutti assurga a norma di vita. A me il localismo non interesserà mai, comunque confezionato. Un bravo a te per aver chiarito bene che un dialetto lo si impara a casa o per strada, non innaturalmente a scuola per creare fittizie immagini di un territorio.

  22. Occhio a non confondere, nel lavoro di definizione, l’etnia con la razza e a non eccedere di conseguenza in sentenze per l’appunto razziste.

    La definizione di etnia risulta un po’ sterile nella sua accezione wikipediana e sembra un po’ appiattita nel tentativo troppo sintetico, quasi stringato (ma sacrosanto), di differenziarsi dal concetto di razza, che è legato a questioni genetiche (infondate), fisiche e a ideologie nefaste.

    In antropologia culturale le definizioni di cultura (connessa a quella di gruppo etnico) è frutto di un lavoro secolare a partire da Tylor e a finire con la definizione, ben riportata questa volta, da wikipedia (credo che venga fuori, nella sua sintesi finale, dalla scuola di Durkheim).

    Rimane l’evidenza del fatto che l’etnia si tratta comunque di una più o meno cosciente costruzione culturale. Motivo per cui il valore di dirsi “valdostano” è assimilabile, per molti versi, a quello di dirsi “italiano”, o “europeo”, o “occidentale”. Tutte costruzioni comunque parziali.

    Motivo per cui, dare più rilievo ad una appartenenza regionale o ad una nazionale o ad una continentale appare, dopo un’attenta analisi, lo stesso identico gioco ideologico, costruito.

    Tutto ciò per dire che verità assolute su certe questioni non esistono, al di là dell’unica vera etnia (e in questo caso si può dire anche razza) che è quella dell’homo sapiens sapiens. (Alcuni pensieri orientali, superando le nostre definizioni, si allargano fino ad “essere vivente”, fino anche a comprendere il tutto, alla Parmenide, ma non voglio divagare)

    Motivo per cui, anche nel criticare molti aspetti della propaganda unionista, preferisco non alzare mai troppo la voce sulle questioni strettamente identitarie, non ne vale mai la pena.

    Mi chiedo alcune cose. Sarebbero sopportabili le costruzioni identitarie unioniste se questi amministrassero bene? C’è una connessione tra queste costruzioni e l’amministrare male?

    Probabilmente, vivendo qui, sono influenzato anch’io (magari in piccola parte) da questa presunta “propaganda” poichè sul leghismo mi sento di avere le idee molto più chiare.

    Una visione marxista inquadra ed inchioda il leghismo per quello che è: mascherare di questioni identitarie un profondo sentimento classista, teso a dividere le classi popolari in un’aristocrazia operaia bianca da una nera, capro espiatorio delle colpe delle elites borghesi. Una grande destrista presa in giro che maschera volontà autoritarie e oligarchiche.

  23. Il mio rapporto con Giancarlo è sempre stato duplice, ne apprezzo lo spirito e la coerenza ma non ne accetto la chiusura mentale. Qui di autoritario c’è solo lui che non accetta che questa comunità sia governata da chi ha la maggioranza dei consensi nel modo che è stato proposto prima delle elezioni. Il francese, il patois, i palet, la bataille e tutto il resto fanno parte del programma politico del partito che ha vinto la consultazione elettorale e del Presidente che l’ha stravinta, cos’è che non è chiaro? Autoritario è il voler imporre a questa comunità di rinunciare a ciò per cui ha votato a colpi di interpellanze al Parlamento Europeo caro Giancarlo. L’Union Valdotaine si è conquistata nel seggio il diritto di governare a suo modo e fra 4 anni ne chiederà la verifica, tu continui a cercare di combattere la libera scelta di questa comunità con metodi che di democratico non hanno nulla (mettendo di mezzo la Mussolini ad esempio). Se un partito mette nel suo programma che bisogna tutti fare la preghiera in spagnolo prima di cominciare le lezioni e poi vince le elezioni è inutile poi lamentarsi se a scuola la maestra applica la cosa e fa fare le preghierine ispaniche alle 8 e alle 14. Non accettare che il partito di maggioranza quasi assoluta governi a suo modo questo si che è autoritarismo. Astenersi da lapidazione please. Corrado

  24. FreeOliver scorda un fatto fondamentale: in Italia c’è una Costituzione che non può essere calpestata. E’ insensato sostenere che, se un partito si presenta alle elezioni con un programma contemplante un obbligo generalizzato non allineato ai valori che la Costituzione difende e (tale partito) ottiene consensi maggioritari, la Costituzione coi suoi valori debba essere accantonata a favore del programma partitico preindicato. Se non si converge su questo, diventa poi impossibile ogni discorso. Autoritarismo è (nel solco del dibattito qui sopra evidenziato) pensare che il concetto di comunità, legato a 3000 km quadrati, sia un obbligo, una camicia di forza cui tutti si devono assoggettare. I valori non sono oggetti ballerini influenzabili da quelle baldorie che sono le elezioni. Con queste si affidano mandati validi per il trenino di Cogne, il Casinò, l’interramento della stazione ferroviaria di Aosta, il de profundis ai buoni carburante, il posizionamento delle rotonde e così via. Nessun esito elettorale può incidere sui diritti individuali garantiti dalla carta costituzionale, ma in regione gli articoli 2 e 3 sono derisi nel 2009 a causa di uno Statuto che forse andava bene nel 1948, ma oggi necessita di tagliandi liberali che nulla toglierebbero agli unionisti , tranne il loro voler imporre ad altri ciò che fa comodo a loro. Si chiama integralismo, che è becero nella misura in cui, oltre a non rispettare l’uguaglianza dei cittadini e il loro diritto di autodeterminarsi culturalmente, ricorre alla dissociazione dal reale per inventarsi una filosofia.

  25. Non è vero.
    Nessuno è obbligato a parlare francese, esso è semplicemente inserito tra le materie scolastiche ed è requisito per accedere a posti pubblici (legittima scelta del legislatore che non lede diritti e valori individuali).
    Nessuno è obbligato a parlare patois o a giocare ai giochi tradizionali, essi sono semplicemente tutelati e valorizzati con norme ad hoc (legittima scelta del legislatore che non lede diritti e valori individuali).
    Nessuno è obbigato a mangiare lardo d’Arnad, fontina, boudins, teteun, seupa, fiocca o altro, tali prodotti sono però giustamente tutelati (legittima scelta del legislatore che non lede diritti e valori individuali).
    Nessuno obbliga nessuno a partecipare alla festa della Valle d’Aosta, tale momento è stato voluto e viene valorizzato perché ritenuto importante da chi sta al governo (dopo aver vinto le elezioni).
    Insomma, ciò che ti disturba è che la gente qui non viva come vorresti tu ma ciò non ha niente a che vedere con l’autoritarismo, tu puoi vivere come vuoi, rispettando le regole che il governo democraticamente eletto si è democraticamente dato.
    Se non ti piace … “camel, barcheta e te turnet a ca’!!!”
    Corrado Olivotto

  26. @Vincenzo

    Francamente di quello che scrive Serra poco mi importa. Poco mi importa anche se il localismo non è un valore apprezzato nella sinistra.
    A mio avviso, se così è, è un errore e lo abbiamo visto chiaramente nella perdita di consensi a favore della Lega in tutto il nord e a favore dell’Union in Valle d’Aosta. I valori di giustizia e di uguagianza possono benissimo convivere con la difesa dei particolarismi.

    Tu dici poi che il patois non potrà mai essere un elemento di unione ma di discriminazione e divisione. Su questo non sono d’accordo. Il patois è attualmente per la maggioranza della popolazione un fattore di unione; il suo rifiuto questo sì porterebbe ad una discrimnazione che non ha senso.
    Io e mio figlio parliamo patois e così mio figlio fa con quelli che in classe con lui loparlano; parla italiano con gli altri; in piena sintonia e in piena amicizia. Non vedo problemi di socializzazione fra di loro perchè hanno l’intelligenza spontanea nell’accettare modi diversi di espressione come credo farebbe mio figlio di fronte a bambini che parlassero il marocchino.
    Voler relegare il nostro dialetto solo nell’ambito famigliare mi puzza un pò di costruzione di una riserva indiana.
    A che pro?
    Sono ovviamente contrario sul fatto di accettare prove in patois nei concorsi pubblici. Questa è certamente una forzatura odiosa.

    Sulla devastazione del patrimonio naturale e sul rapporto clientelare mi trovi abbastanza d’accordo.

  27. Sono stato all’estero qualche giorno mi sono perso gli ultimi commenti.
    Replico solo adesso, allungando i tempi della discussione rispetto alle regole del blog (che prevedono la possibilità di commenti solo fino a dieci giorni dopo la pubblicazione di un post)…

    @El Pì
    Conosco bene la differenza tra razza ed etnia. Il confonderli volutamente e in alcuni casi sovrapporli è un mio gioco dichiaratamente provocatorio, giustificato dal fatto che la purezza dell’etnia (cui si rifà esplicitamente nel proprio statuto l’Uv) e quella della razza si difendono allo stesso modo: con la separazione e la discriminazione. Inoltre ti posso assicurare che molti fanatici della “civilisation valdotaine”, nei loro discorsi privati e nei loro comportamenti, intimamente li confondono davvero, e propugnano convintamente, ad esempio, la necessità di evitare i matrimoni misti.

    La difficoltà di una discussione come questa in un blog risiede nel fatto che la si affronta con i limiti del mezzo: spesso buttando lì un parere nei ritagli di tempo dopo aver frettolosamente letto quelli degli altri. Per cui si presenta spesso la necessità di ripetere concetti già espressi.

    Ad esempio, mi vedo qui costretto a ribadire la mia opinione sul fatto che tutte le identità sono costruzioni, come ricordi. Ovvio che lo siano. Ma non puoi metterle tutte sullo stesso piano. (ripeto) Ci sono costruzioni che costituiscono un passo avanti, un progresso per l’umanità, e altre che invece ci riportano all’indietro, in direzione della barbarie.

    Le prime sono le costruzioni identitarie che uniscono, che mettono insieme culture (etnie) in precedenza separate, sulla base di valori universali condivisi. E’ il caso dell’identità italiana, sicuramente un progresso rispetto alla divisione in mille identità l’una contro l’altra armate a difesa delle mura. E’ il caso dell’identità europea, che mi avvicina all’islandese o al bulgaro. E’ il caso dell’dentità statunitense, che mette insieme ispanici, africani, italiani e wasp. Sono identità frutto di costruzione, ma basate su valori universali (libertà, democrazia, uguaglianza…), non su appartenenze etniche (lingua, religione, costumi…).

    Sono invece costruzioni che ci ricacciano all’indietro quelle delle piccole patrie, quelle che vogliono arrivare a divisioni, separazioni, costruendo microidentità sempre più anguste e irragionevoli. Dell’identità valdostana nessuno nel mondo sente il bisogno. Non porta nessun progresso, nessun vantaggio per l’Italia, per l’Europa, per l’umanità. E’ solo il vaneggiamento di una piccola comunità baciata dalla fortuna in un momento delicato della storia.
    E’ un vaneggiamento autorinforzante: necessario per perpetuare la presunta “spécificité” e continuare a spillare soldi alle regioni che producono (Veneto, Lombardia, ecc.), solo che a furia di vaneggiare qualcuno ha finito per scambiare le allucinazioni con la realtà.

    La distinzione che fai tra la Lega e l’Uv non è convincente. L’ideologia è la stessa. La Lega costruisce i padani, l’Uv i valdostani. Popoli eletti aggrediti dagli “stranieri”. La strategia è la stessa. Ciò che le differenzia è la tattica. L’Uv arriva da lontano. Dissimula il proprio razzismo (insito nel concetto di difesa dell’etnia) con una politica di apparente apertura, mentre la Lega tende a dire anche in pubblico ciò che i leghisti (come gli unionisti), si dicono nelle riunioni private.

    Se gli unionisti amministrassero bene non cambierebbero i termini della questione. In sud Tirolo amministrano meglio, ma anche lì (anzi, lì in maniera manifesta, codificata da una sorta di apartheid) la difesa dell’etnia tedesca produce separazione. Il benessere (favorito dallo status politico della provincia) attenua un po’ i contrasti tra le due comunità. Il dibattito sulle costruzioni identitarie da quelle parti è ben più vivo che da noi, dove se ne parla solo su questo blog (o no?).

    @FreeOliver
    Anche con te mi ripeto, anzi straripeto. Non è detto che l’opinione della maggioranza sia quella giusta. Galileo era solo contro una maggioranza schiacciante, ma mi pare avesse ragione lui. Adeguarsi all’opinione più diffusa senza discuterla è un comportamento da pecoroni, che, devo ammetterlo, in Valle trovano un habitat favorevole. Le persone libere invece discutono e si confrontano cercando di controbattere all’opinione contraria a forza di argomentazioni ed entrando nel merito della materia in discussione.
    Non è neanche vero che chi vince le elezioni possa fare tutto ciò che gli pare, né che i cittadini debbano astenersi dal criticare le idee e le azioni di chi è al potere, per quanti voti abbia preso costui. Giancarlo giustamente evoca la Costituzione, che sta sopra di tutto.
    Su Giancarlo certo pesa la contraddizione tra il suo essere fascista (ma lo sei o no?) e l’invocare la libertà. Ma è un problema suo, di coerenza personale. Credo sia giusto, però, stare al merito delle cose che dice.

    @Ghianda
    Tu dici che siccome la sinistra ha perso voti al nord dovrebbe diventare localista. Perché non anche razzista, allora? Pensi che bisogna sempre inseguire il consenso elettorale, ovunque ci porti? Non sono d’accordo. In un paese xenofobo, razzista, sempre più intollerante, preferisco essere minoranza. Tu diventa pure leghista, o unionista, visto che vincono loro. Auguri.

    Sul patois vedo che preferisci non ragionare. Ripeto anche qui: che tu e tuo figlio parliate patois non mi disturba, anzi. Che tuo figlio lo parli con i suoi amici patoisants non mi disturba, anzi. Che il patois sia insegnato a scuola ai bambini che a casa non parlano patois e non sentono nessun bisogno di parlarlo (perché parlano altri dialetti, o nessuno) mi disturba parecchio, perché è motivo di discriminazione e perché peggiora la già desolante qualità della preparazione dei ragazzi.
    Comunque non ho figli, quindi non avrò bisogno di arrabbiarmi per questa porcheria. E se le decine di migliaia di valdostani di altre culture non avranno niente da ridire, peggio per loro.
    Il tuo accenno alla riserva indiana, d’altra parte, è indicativo. Ti senti parte del mitico popolo valdostano, evidentemente. E io sono uno degli invasori. Tu sei valdostano, e io no.
    Non ci resta che ritornare alla casella di partenza.

  28. Non ho capito se qui si può ancora replicare o meno. Io scrivo e spero di non compiere nefandezze. @ Vincenzo: mi chiedi se sono fascista o no. Sono stupefatto per la domanda. Aderii al MSI perchè ritenevo le convergenze tra DC e PCI l’autostrada verso quel materialismo che, da cattolico, non potevo accettare. La DC era il partito che sai e per evitare perdite di consensi verso destra inventò favolette che, a quanto noto, hanno contagiato pure te. In seguito le mie collocazioni sono sempre state in linea con l’esaltazione della persona singola e non della massa, oggetto di culto della sinistra. Come sai, comunque, io giudico le persone per quello che intrinsecamente sono e non è piaggeria dirti che nell’autunno 2009 stimo di più Calì/Riccarand/Curtaz e tanti altri rispetto a non pochi altri che il vulgo potrebbe ritenere a me contigui ma che io ritengo opportunisti più o meno squallidi e più o meno impreparati. @ FreeOliver: il francese imposto erga omnes a scuola antepone i desideri di qualcuno alla libertà per tutti, in contrasto all’articolo 3 della Costituzione che pareggia i cittadini e all’articolo 2 che difende quella dignità del cittadino che comporta la libera autodeterminazione culturale. Il fingere che esista una comunità valdostana che localmente stralcia la Costituzione è funzionale ai vaneggiamenti rossoneri, non all’ obbligata estensione erga omnes della Costituzione. Ovvio che questo concetto è duro da accettare se si hanno sugli occhi i colori di Ronaldinho.

  29. per Vincenzo:
    Dove ho scritto che si debba “Adeguarsi all’opinione più diffusa senza discuterla” oppure che non si debba discutere e confrontarsi “cercando di controbattere all’opinione contraria a forza di argomentazioni ed entrando nel merito della materia in discussione” oppure che “chi vince le elezioni possa fare tutto ciò che gli pare” o che “i cittadini debbano astenersi dal criticare le idee e le azioni di chi è al potere”? Non mi pare di avere detto questo e, oltretutto, la mia storia personale è testimone di un comportamento molto diverso. Però tu non puoi definire “costruzioni che costituiscono un passo avanti, un progresso per l’umanità” le teorie che ti piacciono e “altre che invece ci riportano all’indietro, in direzione della barbarie” quelle che non condividi. Puoi legittimamente essere in disaccordo con la maggioranza e, giustamente e doverosamente, contestarla, però finché essa rimane maggioranza fa le regole anche per te. E deve andarti bene se vuoi stare su questo autobus.

    Per Giancarlo:
    “il francese imposto erga omnes a scuola” che a tuo dire “antepone i desideri di qualcuno alla libertà per tutti, in contrasto all’articolo 3 della Costituzione” è un tuo incubo, perché non di desideri di qualcuno si tratta ma del programma elettorale della coalizione che ha vinto. I programmi scolastici li fa chi, avendo vinto le elezioni, governa. Gli altri se vogliono possono contestare ma debbono rispettare le regole della democrazia rappresentativa che (per ora) è il miglior modo di stare insieme che gli uomini abbiano inventato.

  30. @ FreeOliver. La Costituzione è un qualcosa di slegato da variabili quali le elezioni. A suo modo, come i codici penale e civile. Ci sono Statuti che necessitano di tagliandi. Questo quando il sentire di qualcuno diventa obbligo per altri. Ovviamente il francese è l’emblema di una “regione etica” che fissa valori di riferimento erga omnes che significano integralismo. L’impossibilità di confronto deriva dal fatto che tu consideri un cinquecentesimo della popolazione italiana (tra cui 25mila calabresi e tot veneti e tot piemontesi …) come zona off limits rispetto alla Costituzione e in effetti oggi lo è , per cui dopo 61 anni necessita un tagliando che permetta a tutti di autodeterminarsi liberamente in base al sentire proprio e non a quello altrui. Petigat faccia cosa vuole senza però rompere i marroni a Caccamo. Perchè Caccamo non rompe nulla a Petigat che non è padrone di casa (Costituzione nata dalla Resistenza, articolo 3 sull’uguaglianza dei cittadini: 61 anni fa le cose erano diverse e, come si sono liquefatti i ghiacciai, così in regione si sono liquefatti tratti che potevano essere distintivi del territorio ma oggi non lo sono più, come anche le api e le pietre capiscono). E’ comico discutere sulla liceità per tizio di limitare i diritti di caio, solo in Valle succede ed è il sintomo del suo assurdo intrinseco.

  31. possiamo discutere all’infinito, ma finché in VdA ci sarà un mouvement come l’UV che pone a base del suo Statuto, ormai fuori dal tempo, la discrimazione su base etnica e ci saranno persone che, per i più disparati motivi, lo votano, nulla cambierà.
    Ma forse un giorno sorrideremo della propaganda unionista, come oggi sorridiamo di certa analoga propaganda nazionalista risorgimentale e postrisorgimentale, che è poi sfociata nel fascismo.

  32. Giancarlo continua a ciurlare nel manico. Se in Alsace-Lorreine i governanti eletti dal popolo dovessero decidere che a scuola bisogna studiare come si fanno le case tralicciate e riempite con impasto di paglia ciò sarebbe legittimo. Se poi si mettesse una prova preliminare di accertamento della conoscenza delle case tralicciate e riempite con impasto di paglia nei concorsi pubblici ciò sarebbe legittimo. Qui è legittimo che chi democraticamente ha avuto il mandato di governare metta il francese a scuola e nei concorsi, finché non vincerà gente contraria e potrà, di conseguenza, toglierlo. Pensiero unico, integralismo e tutto il resto non c’entra un fico, tu puoi esprimenrti liberamente e liberamente batterti, se poi conquisterai la maggioranza le cose cambieranno, ma per ora …

    Bruno, per favore, “discrimazione su base etnica” è un po’ troppo. Leggiti la mia lettera a pagina 7 dell’ultimo Peuple Valdotain.

    Salutations cordiales

  33. @ FreeOliver : il tuo scritto qui sopra attesta, e la tua lettera odierna a La Stampa conferma, che tu non sei in grado di sintonizzarti su una verità di fede, e cioè che siamo in Italia e che vige una Costituzione italiana. Tu confondi le soggettive scelte pratiche con le disposizioni riguardanti valori intrinseci al mondo occidentale e ben chiari nella Costituzione. Valori estranei ai regimi talebani, a quelli comunque integralisti e, da ultimo, al movimento bicolore per cui tifi.

  34. Io leggo gli articoli 1 e 2 dello Statuto dell’UV.
    Le competenze della VdA in base allo Statuto, le conosco.
    Ad es., abbiamo competenza PRIMARIA in materia urbanistica e poi votiamo il pianocasa suggeritoci da Berlusconi, il quale pare sia in forte odore di anticostituzionalità (sentenza Consiglio di Stato del luglio 2009).

  35. @FreeOliver
    Il tuo unico contributo alla discussione è, nella SOSTANZA (che tu confondi con la LETTERA): l’Uv ha vinto le elezioni quindi chinate il capo e se non vi va emigrate altrove. Interventi del tutto inutili, o utili soltanto a ribadire la tua cieca fedeltà al regime. Ma credo non ce ne sia bisogno, lo SANNO già, puoi evitare di ribadirlo a ogni occasione.
    Ti faccio solo notare, tanto per ristabilire un minimo di senso delle proporzioni, che questo è un semplice blog, non un centro di potere. Vi si svolgono libere discussioni, SOLITAMENTE da parte di persone libere, che possono permettersi (perché hanno scelto di poterselo permettere) di esprimere la propria opinione senza paure o condizionamenti. Appare perciò del tutto lunare il fatto che tu accusi chi contesta le scelte del regime di voler imporre le proprie idee “con metodi che di democratico non hanno nulla”.
    Chi contesta il regime in un blog non impone, e non ha il potere di imporre, proprio nulla. Semplicemente fa uso di una delle libertà fondamentali dell’uomo: la libertà di opinione.
    E’ invece il regime che impone la propria propaganda, con tutto lo strapotere di cui dispone.
    Nei pochi spazi in cui si possono sentire opinioni che si discostino dal Pensiero Unico, non si sente nessun bisogno degli interventi dei sudditi zelanti, i quali possono godersi le panzane “autonomiste” su migliaia e migliaia di pubblicazioni.

  36. Beh, questo tuo aspetto non lo conoscevo, don’t worry, eviterò di disturbare questo caffé in futuro, però in questo modo l’intollerante sei tu. Ciao.

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