Laurent, leggi un po’ qua

L’assessore alla cultura Laurent Viérin sta per introdurre l’insegnamento del patois nelle scuole. Per il momento facoltativo, ma solo perché non sono sufficienti gli insegnanti già formati. In futuro, ne sono convinto, si tenterà il passo successivo. 

Su questa autentica sconcezza, che va a peggiorare una già pessima scuola valdostana (lo dicono le statistiche sugli abbandoni e sulle percentuali di laureati) nessuno pare aver niente da ridire. Decenni di propaganda localista non potevano passare senza lasciare danni.

Io ho già scritto a più riprese tutto il male che penso di questa idiozia didattica.

Forse posso fare cosa utile riportando un articolo di Gian Luigi Beccaria, dal titolo “Il dialetto si parla, non si insegna” apparso il 10 ottobre 2009 su Tuttolibri, inserto della Stampa.

Al Parlamento Europeo, nella seduta in cui si è riconfermato per altri cinque anni Presidente José Manuel Barroso, un deputato del Pdl, Enzo Rivellini, ha pronunciato tra lo sconcerto del presidente di turno, dei colleghi e dei traduttori esterrefatti, la sua dichiarazione di voto in dialetto napoletano, per far capire – ha detto così – i problemi del Sud. Non mancando di ribadire, al solito, che il napoletano è una lingua, ha la sua grammatica, la sua letteratura, non è un semplice dialetto. E ho letto che i comizi leghisti, in un paese lombardo, si terranno anche in milanese, con traduzione simultanea per cura degli insegnanti incaricati dei corsi di cultura e dialetto nelle scuole.
Da una parte si stiamo apprestando a celebrare il 150° anno dell’Unità d’Italia, dall’altra permettiamo che si blateri di dialetto da insegnare nelle scuole, di indipendenza di una (inesistente) Padania, addirittura di secessione, dimenticando che ci sono voluti secoli per fare l’Italia, per avere una lingua comune, nota e praticata dalla quasi totalità dei parlanti: cosa che non è di poco conto per un paese in cui, 150 anni fa, una esigua minoranza parlava la lingua nazionale, la stragrande maggioranza conosceva soltanto il proprio dialetto, e se un siciliano e un piemontese non colti si incontravano, non avevano una lingua comune con cui parlarsi.
Arriviamo molto tardi a un’unità, ma la lingua italiana ha comunque fatto da collante, nella nostra lingua e nei nostri grandi classici ci siamo identificati. Ed ora, questi episodi da strapaese, che denunciano una involuzione culturale inimmaginabile qualche anno fa! Ricordate il gran discutere che si è fatto a Montecitorio su un dato di fatto del tutto ovvio, quando ancora c’era l’Ulivo, e propose (An era del tutto d’accordo) di inserire nell’art. 12 della Costituzione la frase che diceva: «l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica».
Ora la Lega propone sciocchezze, vuole che si insegnino i dialetti a scuola, e che gli insegnanti stessi conoscano il dialetto della Regione in cui insegnano. Non sanno che i dialetti si parlano, non si insegnano. Né si scrivono, a meno di essere poeti. Un dialetto è un sistema linguistico che soddisfa egregiamente, delle nostre esigenze espressive, soltanto alcuni aspetti (l’usuale, il pratico, l’affettivo, il familiare), ma non altri (il tecnico, il filosofico, lo scientifico). «In dialetto – diceva il grande poeta dialettale Raffaello Baldini – si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio». Non credo che in dialetto si stampino studi o si facciano dibattiti di teologia. Quando un dialettofono scrive, scrive in italiano.
Lega e Rifondazione per ragioni completamente diverse si trovarono subito d’accordo nel non volere l’aggiunta: la Lega temeva che i dialetti e le minoranze venissero schiacciate, Rifondazione che si finisse col rendere obbligatoria la conoscenza della nostra lingua all’extracomunitario che richieda la cittadinanza. La Lega temeva che l’obbligatorietà dell’italiano potesse risolversi nella rivincita del solito centralismo di «Roma padrona», e ci si dimenticasse che invece occorreva innanzitutto valorizzati idiomi locali e minoranze.
Ogni tanto però c’è qualche dialetto che si sente poco valorizzato, oppresso, negato, e vuole diventare «lingua», e vuole essere insegnato a scuola. È l’italiano che serve al piemontese e al calabrese per l’allargamento della propria cultura e per un’apertura sociale. In italiano sono scritti libri e giornali, alla radio e in Tv si parla in italiano. Mentre si scrivono e sono state scritte poesie di straordinaria bellezza (da Pasolini a Giacomini).
Le nuove generazioni finiranno col parlare correntemente italiese e dialetto? E la nostra lingua, la più ricca tra le romanze, nata per prima, e già gigante, già tutta armata, come Atena dalla testa di Giove, per dirla con Alfieri? Ci vorrebbe la sua furia per rispondere a Bossi e compagni. Ma forse loro non capirebbero più quel suo meraviglioso italiano, imparato a fatica, dopo tanto penare!

36 pensieri su “Laurent, leggi un po’ qua

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  2. Mancano gli insegnanti di patois, ma più ancora mancano gli allievi in quanto i genitori disposti a far sostare in aula i figli oltre il dovuto sono ben pochi e facilmente catalogabili. Ricordo che poco tempo fa in Aosta al liceo classico cosiddetto sperimentale (ove in francese si insegnano alcune materie) c’era una classe con solo nove iscritti anche se il numero minimo mi pare dovesse essere di 14. A parte ciò, il problema non è un patois di accesso su base volontaria, bensì un francese imposto da oltre 60 anni, premessa per fingere la regione opposta a quella che è. Purtroppo Vincenzo si perde dietro al patois perdendo di vista il vero bubbone, che non è lo studio del francese bensì l’imposizione erga omnes dello studio dello stesso, escludendo l’autodeterminazione culturale.

  3. Certo, preso atto che il francese non lo parla nessuno, e smascherata la Grande Finzione ideologica dell’unionismo, si potrebbe rendere facoltativo.

    Ma è lo studio del dialetto nella scuola che grida vendetta.

    In Valle le peggiori proposte del peggiore leghismo, becero e reazionario, sono messe in pratica senza che nessuno se ne indigni.

  4. Finché è facoltativo, non si capisce dove sia il problema. Cosa dà tanto fastidio nell’insegnamento di un dialetto, tanto più che, come sottolineato, non dispone appunto di una serie di strumenti che potrebbero metterlo in concorrenza con l’italiano (il francese li avrebbe, ma si rileva giustamente che non è conosciuto in Valle)? La posizione di Borluzzi, senza sorpresa coerente con l’insegnamento e la prassi del DUCE, mi pare in questo senso già sufficiente : che bisogno c’è di andare oltre?
    Digressione: Caveri, giornalista acuto e curioso, malgrado la vasta esperienza e la stupefacente cultura trova sempre di che stupirsi e scrive nel suo blog: “Il “Nobel” ad Obama fa discutere. Per il poco che capisco, gli svedesi, più che aiutarlo, lo hanno messo in difficoltà e già lo era.” Chi glielo dice, senza offenderlo e senza quindi troppo insistere sul “poco che capisco”, che sono ormai i Norvegesi ad assegnarlo, dopo la scissione tra Svezia e Norvegia del 1905 ?

  5. Egregio Pink O’ Pall, sai correre i cento metri in meno di 9 secondi, sai pilotare un Boeing 777 da Dubai a Melbourne senza scalo dipingendo contemporaneamente, sai espiantare il cuore di uno stambecco defunto trapiantandolo in un cervo cardiopatico, ma di politica capisci un Pall. L’autodeterminazione culturale è il top del liberalismo, in linea con la Costituzione che pareggia i cittadini all’articolo 3 ( e quindi afferma che in Italia non ci sono padroni di casa che possono imporre le loro surreali visioni a chi non le condivide ) e all’articolo 2 sottolinea i diritti della persona, comprendenti l’autodeterminazione culturale. Il fascismo non voleva quest’ultima bensì l’eliminazione del francese. Oggi non ha senso il richiamo al fascismo, ma se si ritiene fascismo il voler imporre qualcosa a qualcuno allora fascisti sono quanti vogliono stabilire a tavolino quale cultura debba caratterizzare ogni residente in Valle, prescindendo dal principio liberale secondo cui la libertà culturale di Tizio termina dove comincia quella di Caio. Io userei il termine integralismo, se preferisci il termine fascismo è scelta tua, ma solo un ubriaco può definire integralista la mia posizione. Appuntati queste verità e buona vittoria su Bolt.

  6. Venerdì scorso ho accampagnato il bimbo a casa, fino al cancello.
    Gli faccio 2 o 3 raccomandazioni in patois mentre torno indietro perchè devo ancora fare un paio di cose prima di andare a casa.
    Lì sul piazzale c’era il nostro vicino.
    Un rumeno sposato con una ragazza del posto che abitano appunto vicino a noi.
    Parla correttamente l’italiano ed è molto gentile.
    Mi dice: “Che bello sentirvi parlare in patois; a me piacerebbe parecchio impararlo. Mi hanno detto che ci dovrebbero iniziare dei corsi. E’ vero?”
    Gli rispondo che ho sentito qualcosa al riguardo e che provi a visitare le pagine internet della regione ed eventualmente di telefonare per sentire cosa dicono.
    Al di là dei discorsi, al di là delle ossessioni integraliste, al di là del dover giustamente puntualizzare le discriminazioni laddove queste avvengano, cosa c’è di sbagliato in quella volontà di quel ragazzo?
    Perchè, mi chiedo e vi chiedo, non potergli dare la possibilità di un approfondimento, ovviamente facoltativo e consapevole, visto che è un suo piacere ed interesse averlo?
    A me francamente non darebbe alcun fastidio sapere che esistono corsi di lingua veneta e calabrese.
    Sarebbe ovviamente una mia scelta parteciparvi.
    Ma non capisco tutta questa ostilità per una forma di espressione che da generazioni viene praticata nelle terre che abitiamo.

  7. @Pink O’ Pall
    E’ l’idea stessa di insegnare un dialetto nelle scuole a essere sbagliata. Pensavo che l’articolo di Beccaria l’avesse spiegato bene.

    La scuola è il luogo dove si devono studiare le cose che uniscono, i valori comuni sui quali è basata la convivenza di culture diverse all’interno di una comunità nazionale. Anche l’insegnamento della religione cattolica è facoltativo, ma giustamente quell’ora settimanale è da sempre nel mirino di chi vorrebbe la scuola italiana pienamente laica, nella quale non ci possa essere una religione con una posizione privilegiata rispetto alle altre (cosa che invece purtroppo accade, anche se l’ora di religione, da parecchi anni, non è più dedicata solo allo studio dei precetti cattolici, ma anche all’approfondimento di tematiche spirituali).

    Lo stesso possiamo dire per il dialetto. Potrei capire lo studio (facoltativo) sulla relazione tra i vari dialetti italiani e la lingua, sui poeti dialettali, ecc. ma non l’insegnamento di un singolo dialetto. Soprattutto in una situazione come quella valdostana, dove una larghissima parte della popolazione non è di cultura patoisante. Insegnare il patois (anche se in maniera formalmente facoltativa) è un atto di sopraffazione, di discriminazione, di imposizione di una cultura sulle altre. Oltre che un ritorno all’indietro sul piano della didattica e della coesione sociale. La società valdostana è multiculturale, sarebbe ora che se ne prendesse atto. Il tentativo di certificare l’esistenza di valdostani di serie A (Ariani) e valdostani “ospiti” (quelli che vengono vergognosamente chiamati “d’adozione”) è un’operazione di stampo razzista.

    Per mancanza di tempo mi fermo qui. Il seguito alle prossime puntate.

  8. A me, sinceramente, pur condividendo assolutamente Beccaria, fa più orrore e mi preoccupa di più l’incarico a Milanesio x la sistemazione della Testafochi che non l’istituzione di corsi di patois, che già da molti anni si tengono, fuori dalla scuola ma comunque realizzati dal Brel e quindi con soldi pubblici!

  9. @Mistery
    Per carità. Ma con questa logica non si potrebbe mai discutere di nulla. C’è sempre “ben altro” di cui discutere. E’ quello che con un azzeccato neologismo viene chiamato benaltrismo. Parleremo anche di Milanesio.

  10. @Ghianda
    Quel ragazzo farebbe meglio a concentrarsi nello studio dell’italiano. In ogni caso, se proprio vuole, può farsi insegnare il patois privatamente.

    Mi stupisce che tu non voglia capire. I corsi di veneto e calabrese guarda caso non sono introdotti nella scuola, neanche con la formula facoltativa.

    Non vuoi neanche capire che da parte mia non c’è proprio nessuna ostilità verso il patois, ma verso il tentativo di proporlo ai bambini e ai ragazzi di altre culture come modello al quale si dovrebbero conformare (la “civilisation valdotaine”)

    Ci sono culture (e dialetti) che sono presenti in Valle (le terre che abitiamo) da parecchie generazioni (quasi un secolo) che sono state cancellate dalla storia diffusa dalla Propaganda unionista (in senso lato).

    Si può sapere quante generazioni sono necessarie per non essere più considerati valdostani di adozione ma valdostani ariani?

  11. @ Ghianda. Per me tu sei animato da un improduttivo localismo. Il romeno che citi farebbe bene a imparare prima benissimo l’inglese, necessario per comunicare con chiunque; poi a imparare la lingua madre del maggior numero di europei, cioè il tedesco. Ritengo assurdo che un genitore spinga i figli a corsi di patois con tutte le discipline che ci sono. Proprio volendo dedicare tempo ulteriore a lingue, vale il discorso per il romeno. Quello che è ripugnante è il tentativo di instillare conoscenze per accreditare la regione di caratteristiche globalmente estranee ai suoi ipervariegati residenti. Tale instillazione è inoltre fatta in base al sottinteso che la realtà in cui uno vive sono i 3mila kmq di questa regione. C’è chi non si riconosce in una dimensione microregionale bensì in una nazionale o europea od occidentale o planetaria. E’ becero integralismo il tentare di confinare culturalmente tutti in un mondo le cui colonne d’Ercole sono a Pont SM. Altra angolazione: in Valle ci saranno 100 scuole ( o 150 o 200) , con centinaia di classi. Quanti pensi siano i ragazzi spinti da genitori caratterizzati dall’anacronistico culto del localismo a voler frequentare tali corsi? Pochi, ma come trovare docenti per loro? Pensa ai comuni piccoli… E chi paga il tutto? Non i localisti, ma tutti, anche i non localisti, posto che tutte le tasse restano alla Regione ( e lo Stato ci aggiunge un altro 30% , visto che ai 9/10 di riparto fiscale si aggiungono gli attuali 350 milioni di euro annui indicizzati sostitutivi dell’IVA da importazione venuta meno per la regione, ma anche per lo Stato, dal 1993 ). E’ vero che lo studio del patois è facoltativo, ma il fruitore finale dell’operazione è un partito politico, quello dell’assessore che ha promosso l’operazione. E’ questo che non quadra.

  12. Considerazioni leggendo i vostri commenti: al posto di “religione” insegnerei “storie delle religioni/antropologia delle religioni” obbligatoria e dentro gli scrutini (nei licei basta dare un’ora in più all’insegnante di filosofia).

    Al posto del patois ci starebbe “dialettologia” anche se andiamo davvero nello specialistico.. prima ci vorrebbero linguistica, glottologia, filologia, magari semiotica? Meglio lasciar perdere.

    Comunque questa questione dei corsi di patois, facoltativi come sono, mi lascia abbastanza indifferente.

    Potremmo parlare dello spreco di risorse, ma il benaltrismo vincerebbe.

    Chiaro che se si paventasse l’obbligo (che Viérin ha chiaramente smentito al tg3) sarebbe da fare barricate e si farebbero.

  13. “E’ l’idea stessa di insegnare un dialetto nelle scuole a essere sbagliata. Pensavo che l’articolo di Beccaria l’avesse spiegato bene.”
    No.L’articolo spiega la posizione dell’autore, ma non una verità assoluta, che ella pare porre, apoditticamente, come realtà. Per sovvramercato, la posizione del Beccaria non è, non se ne dispiaccia, la sua.
    “La scuola è il luogo dove si devono studiare le cose che uniscono, i valori comuni sui quali è basata la convivenza di culture diverse all’interno di una comunità nazionale.”
    Mi piacerebbe sapere quali sono (sarebbero parrebbe più giusto, ma non infierisco) i valori della supposta nazione. O dello stato che la conterrebbe/identificherebbe/definirebbe. Se ci riesce, ella avrà risolto finalemente il problema di definire cos’è l’Italia.
    Fino alla mirifica soluzione, che, aggiungo, dovrebbe integrare una spiegazione del degenerare dello stato citato in narcostato, in cui la mafia è la prima impresa, non mi pare che il problema più urgente sia l’impedire la diffusione (?) del francoprovenzale, del piemontese o del veneto.
    Potrebbe anzi darsi che un giacobinismo particolarmente inetto abbia, per la sua debolezza o stupidità, favorito l’unica forza coesa preesistente all’ “unità” italiana, la mafia appunto.
    Riassumendo: il francoprovenzale non minaccia nessuno. La mafia, sì. C’è bisogno, se non la capisco male, di più “Italia” per contrastarla, o di meno?

  14. @Pink O’ Pall
    Mi compiaccio del contributo che Ella ci ha voluto concedere. Ciò che mi propongo, toccando questi temi, e rischiando di essere sgradevole (anche nei confronti di persone che stimo e mi dispiace turbare) è di far venire fuori la vera essenza della cultura localista. Non è facile. Certi temi sono trattati solo dagli “storici” di regime, e nei termini falsi e molto molto fantasiosi che conosciamo. Per motivi elettoralistici e di pura convenienza, tutti gli altri tacciono.

    Ma Ella dimostra che alla fine, gratta gratta, qualche frase rivelatrice può scappare anche al di fuori delle bettole, dove posizioni come la Sua, incoraggiate da qualche bicchiere di vino, non è impossibile ascoltarle.

    Quindi Lei infine il rospo l’ha sputato. Gli italiani sono mafiosi, è il succo della Sua pregevole (nonché razzista) argomentazione. Questi mafiosi sono venuti qui nella nostra terra (Vostra, con rispetto parlando, baciamo le mani) e pretendono pure di parlarci di valori e principi.

    Vede, “le cose che uniscono, i valori comuni sui quali è basata la convivenza di culture diverse all’interno di una comunità nazionale” sono scritti nella Costituzione italiana. Sono scritti nella Costituzione europea, sia pure in bozza, sia pure respinta da referendum vari, sia pure messa momentaneamente nel cassetto. Sono scritti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.

    Non mi risulta che nella scuola italiana si insegnino i valori della mafia, ma certamente Ella sarà più informato di me.

    Mi risulta, invece, che la cultura locale sia intrisa di mentalità mafiosa. I meccanismi di raccolta del consenso elettorale e dell’esercizio del potere in Valle d’Aosta sono gli stessi della Sicilia di Cuffaro. E i mafiosi, infatti, da queste parti si trovano molto bene.

    Mi sono sentito in dovere di rispondere alla Sua “dotta” argomentazione anche se infarcita di falsi storici (“l’unica forza coesa preesistente all’unità”), e di ciò mi scuso con gli altri lettori (ieri 537 visite al blog), ancorché mi renda conto che contrapporre al tema in discussione (l’imposizione di un dialetto per mezzo della scuola pubblica) il problema della mafia fosse strumentale al suo sfogo razzista.
    Questo razzismo latente è bene che venga in superficie. Basta con le ipocrisie.

  15. Contravvengo all’impegno di non scrivere più qui sopra per esprimere tutto il mio sostegno a Pink O’ Pall. Ormai Vincenzo ha abbandonato la via del dialogo per diventare una specie di DiPietro de chez-nous, ben coadiuvato da Borluzzi che, più furbo, lo utilizza cinicamente per il suo scopo. Libertà e democrazia hanno delle regole ma su questo sito ormai esse vengono quotidianamente disprezzate. Non credo che tornerò se non sarò invitato. Auguri Pink O’ Pall.

  16. la mafia, in tutte le sue sfaccettature, non sempre e non solo violente, è sempre e solo un problema degli altri: ecco perché sono tutti d’accordo nel volerla combattere (quella degli altri), in particolar modo le istituzioni pubbliche e politiche, le quali dicono e fanno finta di combatterla, in realtà la coltivano, e si limitano ad inutili convegni ed iniziative sulla legalità e a mandare al macello qualche persona di buona volontà, per poi sbandierarli come martiri.

  17. @freeoliver
    Grazie per la solidarietà. Ma, nel caso specifico, è superflua. Prima di tutto,Vincenzo scrive normalmente cose molto interessanti, pungenti, e, per il costume valdostano, rivoluzionarie. E’ incattivito, non fa sconti, aggredisce, proprio quello che è necessario in una valle che, con il pretesto di sonnecchiare, è di fatto diventata una sentina senza regola alcuna che non sia il buon volere del più immorale. Il che supera come merito, e di gran lunga, le asinate che possono sfuggirgli – cercherò di dimostrare oltre quali sono in questo caso.
    Ma, soprattutto, questo è il suo blog. Nessuno ci obbliga a leggerlo e ancor meno a scriverci. Se lo facciamo, dobbiamo accettarne le regole, la prima essendo che lui dice quello che gli pare, ivi compreso nelle risposte. Dopo tutto, ci mette la faccia, l’organizzazione, la fatica e, appunto, parlando di Valle, il coraggio. Dove, nella “libera” stampa locale, troviamo critiche così articolate? Su progetti che costituiscono il cuore e la ragione d’essere del sistema di governo attuale? Ben vengano dunque Vincenzo e la sua acida ira, quando pure talvolta mal indirizzata.
    @Vincenzo
    Mi pare ella si crei (ella è soggetto, non forma più o meno ironica di presa di distanza, e voleva essere rispettoso della lingua, il soggetto del post. Passerò al più comune, e formalmente errato, lei, a evitare equivoci) dei nemici, li descriva come più le aggrada e infine li combatta, con prevedibile trionfo. Non è il fatto di essere sgradevole o caustico che disturba, è la disonestà intellettuale.
    Non ho mai sostenuto che la mafia qui non esista. Anzi. A un substrato clerical-notabilare, di per se’ poco favorevole al libero arbitrio, si è aggiunta una forte presenza immigrata, portatrice, anche e purtroppo, di forme esiziali di criminalità organizzata. Che le due “culture” si siano così ben sposate pare in effetti indicare un gravissimo deficit democratico preesistente all’immigrazione suddetta, così come l’assordante silenzio che viene imposto su questi fenomeni. E’ certo possibile, in sogno, immaginarsi una valle pura, “corrotta” dal contatto impuro con la feccia di “bà per lé”. E’ più realistico pensare, visto quanto accaduto dopo la concessione del riparto fiscale, che se c’era meno corruzione prima era solo per mancanza di fondi.
    Non ho nemmeno sostenuto che gli Italiani sono mafiosi. Sostengo invece che il vizio originario dell’unità italiana è di essere stata realizzata con la complicità indispensabile della mafia, che ne ha permeato fin da allora mentalità e istituzioni. Se non lo ha già fatto, provi a leggere “Il ritorno del Principe”, di Lodato e Scarpinato. Oppure “La linea delle Palme” di Camilleri, o tanti altri testi in cui questo argomento viene chiarito, mi pare, aldilà di ogni ragionevole dubbio. Il più bello rimane forse la relazione di Leopoldo Franchetti del 1876, da associarsi magari al “Discorso sopra lo stato presente
    dei costumi degl’Italiani” di Leopardi. Che poi un siffatto Stato sia poco propenso, aldilà della declamatoria usuale e ad alcuni sacrifici, a realmente educare a una cultura non mafiosa appare facile da comprendere. Così come lo sono le conseguenze devastanti sul civismo dei cittadini di questa impostazione. Non le saranno ad esempio sfuggite, in questi giorni, le “rivelazioni” su apparati di primo piano dello Stato che “trattavano”, appunto, con la mafia siciliana. Nuovamente, se non lo ha ancora fatto, mi permetto di invitarla ad ascoltare lo straordinario appello di Salvatore Borsellino (http://www.youtube.com/watch?gl=IT&hl=it&v=p79RSMLnZGk ) in piazza Farnese, dove accusa, facendone il nome, un pezzo dello Stato di aver ucciso il fratello Paolo: in quale altro paese del mondo un discorso pubblico di questo genere sarebbe rimasto di fatto inascoltato o non avrebbe profondamente turbato l’opinione pubblica tutta? In quale altro paese la lunga serie di stragi, la guerra civile a bassa intensità che ha più volte insaguinato il Mezzogiorno (1.000 morti nelle guerre di mafia negli anni ’80, 500 a cavallo degli anni ’90 negli scontri tra ‘ndrine in Calabria, 1.000 negli scontri tra la NCO di Cutolo e la Nuova Famiglia), il fatto, conclamato, che quattro – almeno – regioni siano nelle mani della criminalità organizzata, non susciterebbe qualcos’altro che trite giaculatorie sull’importanza del “contrasto alla criminalità”? Quale altro paese può contare una così massiccia percentuale di membri delle forze di sicurezza (la più alta degli stati occidentali) coesistente più o meno pacificamente con le più potenti organizzazioni criminali d’Europa?
    Più semplicemente: che in Italia ci sia la mafia non lo dicono i razzisti. E’ un fatto, come è un fatto la sua crescita costante e ormai addirittura in accelerazione. Non vuol dire, ribadiamolo, che gli Italiani siano mafiosi. Ma che la mafia, forse inconsciamente, sia entrata a far parte del paesaggio che sono usi contemplare senza reagire, sì.
    Quanto ai valori della Costituzione italiana, sono certo condivisibili, ancorché talvolta contradditori. Ma un testo si lascia scrivere. Altro è invece la sua applicazione. Che so, può dirmi qualcosa della realtà inverata, evitando per non esasperare la polemica il 3 o il 6, dell’art. 21 o dell’art. 81?
    Quanto alla “Costituzione europea”, più esattamente ormai il “mini-trattato” di Lisbona, mi pare lei prenda invece un gigantesco abbaglio. Si tratta di una tremenda regressione, rispetto alle dichiarazioni sui diritti dell’uomo della rivoluzione francese o a quella universale che fonda l’ONU, nonché rispetto alla Costituzione italiana. Vi è, seppure per vie traverse, reintrodotta la pena di morte. E vi è citata, per 7 volte, la NATO, caso unico di un presunto documento fondante che si premura di precisare le alleanze militari.
    Torniamo però al nostro dialetto. E’ lì, mi pare, l’errore di fondo. Non è imposto, visto che si tratta di insegnamento facoltativo. Facoltativo, appunto, il contrario di obbligatorio. Come si può, di un’apertura, cui si può liberamente consentire, alla storia e parzialmente anche al presente linguistico di questa regione, fare un episodio che tradirebbe biechi disegni razzisti?
    Cerchiamo, nei limiti del possibile, di scontrarci magari, ma di discutere sulla realtà: aldilà della scarsa verisimiglianza di un razzismo linguistico basato sul francoprovenzale, occorre ricordare che i suoi locutori sono un’infima minoranza in Valle. A chi possono fare paura, se non a coloro che creano dei nemici per presentarsi poi come paladini liberatori da inesistenti minacce?
    E se proprio vogliamo andare a cercare, razzismo in Valle ce n’è stato, e purtroppo molto. Ma vittime, la maggior parte delle volte, ne furono proprio i “baccani dei 4.000”, prima della borghesia cittadina, poi, e non solo linguisticamente, degli italofoni. “Bonificare fisicamente e moralmente i Valdostani” fu un programma, applicato diffondendo violenza, miseria, ignoranza.
    Se proprio vogliamo. Perché la cosa più intelligente parrebbe invece prendere atto, una volta ancora, della realtà presente, senza nulla dimenticare ma senza rimanere prigionieri di un passato ormai davvero storico, e da lì ripartire, con spirito liberale. Ben vengano quindi i corsi, facoltativi, di francoprovenzale. Ben vengano tutte le proposte capaci di promuovere cultura e informazione. E ben vengano le iniziative atte a scoraggiare e se possibile neutralizzare corruzione, malgoverno, cialtroneria e pressapochismo. Perché se quelle sono le nostre “specialità”, come ormai sembra, poco importa in che lingua le esprimiamo. Una società morta, in realtà, non ha nulla da dire.

  18. I potenziali studenti di patois frequentanti le elementari, e in gran parte anche le medie, si iscriverebbero per decisione sostanziale dei genitori, animati da un localismo che strumentalizza figli facilmente pilotabili nelle loro “scelte”. La facoltatività non riguarda i ragazzi, bensì i genitori che possono utilizzare o meno i figli per fini che difficilmente i ragazzi condividerebbero se adulti. Il tutto è politicamente finalizzato a incensare orizzonti microregionalisti; farlo servendosi di chi non sa afferrare l’operazione è ipercriticabile.

  19. I figli sono strumentalizzati anche quando vengono iscritti a un corso di nuoto. E’ assolutamente inevitabile indirizzarli nelle loro scelte. Se fosse per i bambini la maggior parte non andrebbe a scuola e se ne starebbe incollata davanti alla tivù. Frequentare un corso in patois mi sembra un’opportunità aggiunta purché questa sia facoltativa. E poi le iscrizioni sono aperte a tutti no? Dov’è lo scandalo se un rumeno vuole imparare il dialetto? Saranno cavoli suoi scegliere quale corso frequentare; mi sembrano veramente ridicoli e presuntuosi i consigli fornitigli circa la miglior lingua da imparare, per qualcuno l’italiano, per qualcun’altro l’inglese. Non vedo traccia di razzismo nell’introduzione a scuola dei corsi facoltativi di patois. Che poi alla storia locale si sia sostituita la propaganda di regime è verissimo, ma occorre fare molta attenzione nel saper individuare le vere criticità. Che poi gli italiani abbiano assunto nei secoli atteggiamenti di stampo mafiosetto è cosa ovvia: chi non ha mai cercato di corrompere un vigile per non pagare la multa con la scusa dei soliti-cinque-minuti? Sulle lettere della Stampa quasi settimanalmente ci sono lamentele che riguardano il rispetto del codice civile, non nel senso del rispetto, ma dell’esatto contrario. Questo vittimismo che se ne fa un baffo delle regole, come si può definire, se non un contagio, seppur piccolo, di quella “mentalità” che vuole regole tutte per sé?

  20. Andare a un corso di nuoto ha un valore sportivo comunque positivo. Il patois a scuola serve in primis a instillare in un bambino il concetto che il mondo finisce a Pont SM: oltre, il patois non serve a nulla. Le lingue servono per comunicare, non per incrementare il supposto radicamento di una parte dei residenti in un contesto territoriale. Ha senso imparare il patois ascoltandolo nell’ambito familiare, fermarsi a scuola alle 13 a scapito dei fusilli è una forzatura. Molti piccoli non andrebbero manco a scuola e preferirebbero la tv? Certo, allo stesso modo che non si farebbero vaccinare o estrarre un dente. Mandarli a scuola è una necessità oggettiva, come oggettivo è l’ottenere una preparazione poliedrica, frutto dello studio di materie o apricervello o utili praticamente. Il patois non serve per muoversi sul pianeta Terra e lo si dovrebbe imparare a casa, orecchiandolo giorno dopo giorno. Il patois a scuola è un progetto che profuma di secondo fine lontano un miglio.

  21. @Pink O’ Pall
    Discutere con un anonimo non è agevole, in quanto non si conosce la personalità né la storia intellettuale dell’interlocutore. Ci si deve affidare alla pura interpretazione del testo ricevuto, il che presenta dei vantaggi (rispondo senza pregiudizi sulla persona) ma anche sgradevoli inconvenienti (il puro testo, senza la mediazione della conoscenza della personalità che l’ha prodotto, può innescare equivoci).

    Che in Italia ci sia la mafia, onestamente, lo sapevo e lo so, anche senza leggere i pregevoli libri che mi consigli. Non sono un islandese. La tua lunga digressione sul tema è quindi del tutto fuori luogo, per quanto possa essere corretta (il che non è, secondo me, ma non voglio allargare questa parentesi).

    Il fatto è che non c’entra proprio nulla con il tema in discussione. Nulla. E’ come se si discutesse di piogge acide e tu te ne uscissi con un: “le piogge acide non ammazzano, la mafia invece sì”.

    Siccome non c’entra nulla, la sua evocazione da parte tua appariva come una gratuita contrapposizione tra una cultura buona (o meglio, innocua), quella veicolata dal patois, e un’altra, quella italiana che avrebbe tra i suoi valori la mentalità mafiosa, e che quindi non può rappresentare l’elemento unificante tra le varie culture presenti in Valle. In questo vedevo la carica razzista, perché la mafia e la mafiosità non sono mai state proposte come valori positivi da nessuno. La mafia è un cancro che divora il paese e che è difficilissimo debellare, per motivi che, ripeto, non ha senso sviluppare qui. I valori e i principi alti della repubblica sono altri, e che non siano applicati in pieno non inficia il loro valore. (Il testo che ricordavo io della costituzione europea non era così deteriorato come lo descrivi tu che ne hai memoria più recente, ma questo “gigantesco abbaglio” non cambia per nulla la sostanza del mio ragionamento).

  22. fallito clamorosamente il tentativo di reintrodurre il francese in VdA, adesso si tenta con il patois, impresa che sembra più facile. Il tutto sotto la regia dell’Uv e di Viérin figlio, in nome della vera o presunta “civilisation valdotaine”, dell’etnia valdotaine e via propagandando. Non lasciatevi ingannare dalle mendaci motivazioni ufficiali, dalla facoltatività, ecc. (un passo alla volta), e intanto c’è già chi ha provato a pretenderlo ai fini di una selezione pubblica (Celva). Com’è poi finita? Quante iscrizioni? Selezione già effettuata? Chi ha vinto?
    Lasciamo i dialetti ai parlanti, ai poeti, ai linguisti, lasciamo i dialetti al loro destino.

    Dedica
    Fontana di aga dal me paìs.
    A no è aga pì fres-cia che tal me paìs.
    Fontana di rustic amòur
    (Fontana d’acqua del mio paese. Non c’è acqua più fresca che nel mio paese. Fontana di rustico amore)
    PPP – Poesie a Casarsa – 1941-43

    Dedica
    Fontana di aga di un paìs no me.
    A no è aga pì vecia che ta chel paìs.
    Fontana di amòur par nissùn.
    (Fontana d’acqua di un paese non mio. Non c’è acqua più vecchia che in quel paese. Fontana di amore per nessuno)
    PPP – Seconda forma de “La meglio gioventù” – 1974

  23. Mah,io invece credo sia una buonissima idea l’introduzione del patois e il rafforzamento del francese.Ho frequentato una scuola dove si insegnavano parecchie materie in francese e in maniera molto produttiva.Credo che le tradizioni siano la base della nostra cultura e quindi dare uno strumento in più a chi vive in Valle per capire e conoscere le tradizioni e i dialetti del luogo in cui vive sia una cosa molto importante.

  24. @ chant-libre. Un motto recita: vietato vietare. Gli si può affiancare un ovvio ” vietato imporre”: ma ti rendi conto che è autoritarismo discutere cosa devono culturalmente fare le persone? Una società civile deve offrire ogni possibilità e poi ciascuno sceglie. No ai menù fissi, sì alla carta. Perchè, come i mangiatori hanno gusti culinari diversi, così i cervelli sono diversi. A me del luogo ove vivo interessano i monti, i boschi, i funghi mentre ne ne sbatto di cosa (forse) questo o quel personaggio locale pensava o mangiava o beveva 200 anni fa o questa mattina. Chant-libre, ci vuole quel rispetto che coincide con la civiltà.

  25. Sono d’accordo con chant libre.
    Non sono d’accordo con Borluzzi.
    In effetti le 2 posizioni credo non siano conciliabili pur nel rispetto che ognuno può dare all’opinione diversa dalla sua.
    A me francamente interessa parecchio quello che si faceva quì 200 anni fa.
    Ho un rapporto affettivo con queste terre.
    Sarò vittima della propaganda? Può darsi.
    Non sono estremista, non ritengo giusto utilizzare la tradizione per chiudersi ma valorizzare la propria tradizione aprendosi, questo sì che mi sembra una buona cosa.
    Non sono contrario che si possano tenere corsi di veneto o di calabrese.
    Ritengo però giusto che in Vda un occhio di riguardo vada tenuto per il Patois così come il Veneto e la Calabria lo facciano per i loro dialetti.
    Sono contrario ai concorsi anche in patois perchè mi sembra un estremismo senza senso e razzista.
    Calabresi, veneti, piemontesi hanno costruito assieme a noi questa regione.
    Il rispetto reciproco non significa forse anche volontà di apertura e di integrazione e condivisione della tradizione?

  26. @Ghianda

    Quello che si faceva qui 200 anni fa lo si può e lo si deve studiare. Ma della storia non ci si innamora. La si studia con il distacco degli storici, che registrano semplicemente ciò che è avvenuto. Inoltre la si studia tutta, non solo una parte.

    Ciò che è successo da 100 anni a questa parte è forse meno importante di ciò che è successo 200 anni fa? E si dà il caso da un secolo in qua la composizione sociale della regione sia cambiata profondamente.
    (Ti rimando all’ultimo post, dove un esponente della destra francese dice cose simili a quelle che sostengo io, ovviamente riferite alla Francia).

    E studiando con il giusto distacco la storia, quella vera e non quella inventata dalla propaganda, si dovrebbe anche studiare il fascismo valdostano, per esempio. Intendo dire questo: visto che il fascismo viene evocato spesso e volentieri, anche nel corso delle nostre discussioni, allora diciamo finalmente la verità: il fascismo non era un esercito straniero che ha invaso la Valle, con i poveri valdostani rinchiusi nelle case a trepidare per la libertà. Il fascismo era un’ideologia, alla quale hanno aderito (molti volenti, altri nolenti) italiani di tutta la penisola. I fascisti in Calabria erano calabresi. In Sicilia siciliani. Nelle Marche marchigiani, in Piemonte piemontesi. E, sorpresa sorpresa, in Valle d’Aosta erano valdostani.

    Vogliamo dire che i valdostani si sono oppressi da soli?

    Oppure, visto che della storia vi volete innamorare, invece che studiarla, vogliamo rivendicare (con amore) il merito di aver dato il segretario particolare a Mussolini? Il suo nome era Giuseppe Gerbore. Vogliamo ricordare che i podestà avevano cognomi come Fusinaz e Ottoz? Che tra i dirigenti del PNF c’erano nomi come Glarey e Marcoz? Che fu un podestà di nome Marcoz a dare inizio all’italianizzazione della toponomastica di Aosta?

    Vedi, i calabresi, i veneti e i piemontesi, nel momento in cui vivono in Valle d’Aosta, a maggior ragione dopo diverse generazioni, sono valdostani come te (ti rimando di nuovo all’intervista che riporto nel mio ultimo post). Questa contrapposizione che fai, con riflesso condizionato dalla propaganda (ebbene sì) è assurda. Da una parte poni i valdostani, dall’altra gli altri. Valdostani ariani (di serie A, che devono avere “un occhio di riguardo”, in quanto tutti i valdostani sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri) e “valdostani di adozione”, che tali resteranno nei secoli dei secoli, anche dopo mille generazioni.

    La realtà è profondamente diversa. Ci sono valdostani di dialetto francoprovenzale, altri di dialetto calabrese, altri ancora piemontese o veneto. Altri di lingua straniera. Altri senza dialetto alcuno.

    Il rispetto reciproco viene meno nel momento in cui introduci il dialetto di uno di questi gruppi nelle scuole, perché prevarichi gli altri. L’integrazione di cui parli è volontà di assimilazione: “diventerete valdostani di serie A solo quando sarete come noi ariani”.

    In quanto alle tradizioni, ognuno si coltivi quelle che crede. Se sono forti, resteranno. E se ne possono sempre inventare di nuove, come sai bene.

  27. @ ghianda . Mi pare tu non abbia capito le mie parole visto che dici che a te interessa la posizione di tizio 200 anni fa, quasi che io negassi la legittimità del tuo interesse. Io dico che l’integralismo è una malabestia laddove sostengo che i menù cultural-religiosi devono essere non fissi ma alla carta. In Iran c’è il menù fisso, converrai. In Valle ci andiamo vicino con un’UV che si batte a spada tratta non affinchè i suoi seguaci parlino francese, ma affinchè tutti gli altri si sorbiscano un’infarinatura di francese inutile e pure dannosa perchè toglie spazio temporale a scelte alternative soggettivamente ritenute + utili. Io non nego legittimità al fatto che tu, ghianda, dia l’importanza che dai ai 3000kmq della miniregione in cui risiedi ( e quindi ti interessi alle abitudini degli antenati), ritengo illiberale che si impongano percorsi culturali erga omnes, cioè pure a chi si riconosce in dimensioni diverse. Riflettici, io non voglio essere involontario vettore di integralismi imposti di cui beneficiano quanti vivono negando il reale e creandosi una Valle fittizia in cui fingono tutti volontariamente calati, una Valle con fantasiose specificità e utopistici obiettivi.

  28. a Vincenzo
    dimentichi che “Giovinezza, giovinezza”, molto apprezzata dal Duce, è stata partorita da un musicista valdostano, un certo Blanc.
    Anch’io, per ovvie ragioni di nascita e di lingua materna, oltreché per passione personale, ho molto interesse per quel che è successo in queste povere terre senza risorse e ricche quasi solo di miseria nei secoli scorsi. Capisco perciò bene le difficoltà di ghianda a guardare il presente (e di conseguenza il futuro) e la tendenza a volgersi nostalgicamente verso il passato. Un passato che, appunto, bene o male è passato, anzi, io direi, è morto, o sta morendo. Quel che vediamo ancora intorno, ma non solo in VdA, è quel che resta della civiltà contadina agonizzante, sono le ultime lucciole, per dirla con PPP.
    Ad es., qui a rhemes-saint-georges, paese di media montagna, la vita comunitaria che ricordo da bambino, non esiste più, è morta. Solo la retorica può far credere che esista ancora quella “civilisation”, se vogliamo chiamarla così. E non sono stati né i veneti, né i calabresi, né i marocchini a farla morire. Anzi, i calabresi hanno fornito moglie ad alcuni del posto e i marocchini d’estate salgono in alpeggio.

  29. Ovvio che bisogna conoscere la storia del luogo in cui si è nati. E’ anche normale che la si studi con passione. Ancora più normale, direi naturale, che si provi nostalgia per i mondi conosciuti nel corso della propria giovinezza (il che forse non è altro che nostalgia della giovinezza). Come giustamente fai notare tu, l’errore (in buona o malafede) è quello di usare a fini politici questa nostalgia, e di studiare (aggiungo io) solo una parte della storia, quella utile a perpetuare anacronistici privilegi, chiudendo gli occhi sia sulle pagine nere, sia sulle profonde trasformazioni sociali avvenute nel corso di molti decenni.

    Comunque, caro Bruno, a pensarla così siamo un’infima minoranza. Chissà, magari hanno ragione loro, è meglio vivere nella menzogna, se questa menzogna ti riempie le tasche. D’altronde, come dimostra la storia recente del nostro paese, è una filosofia di vita che può portare molto in alto…

  30. @ ghianda. Quanto hai scritto nell’ultimo tuo post ti fa onore: in una regione ove alcuni vogliono strumentalmente che tutti accettino la finzione che il tempo si sia fermato a 200 anni fa e dove, per ignavia o pigrizia mentale o interesse, molti accettano supinamente il virus di tale finzione, il tuo proposito di riflettere su concetti secondo me veri e comunque alternativi rispetto a quelli dei seminatori di finzioni, è un’attestazione di cervello regolarmente funzionante. Io dico che la libertà culturale di tizio termina dove inizia quella altrui; per cui ciascuno si fabbrica le sue credenze che devono avere un solo limite, quello di non sconfinre nel terreno d’altri. Rifletti e non scambiare mai le legittime visioni di qualcuno come un obbligo per altri. Ciao.

  31. Preciso a Vincenzo che le mie opinioni e convinzioni non mi hanno mai portato in nessun modo a riempirmi le tasche di alcunchè.
    Anzi spesso è stato proprio il contrario.
    Ritengo anche un pò offensiva questa catalogazione sommaria fra “noi” e “loro” come se esistessero 2 partiti in campo presi a scornarsi su posizioni estremistiche.
    Ritengo che la discussione possa avere molte sfaccettature e che vada affrontata, in primis, escludendo quelli che possono essere i tornaconti economici nell’assumere le proprie posizioni.
    Altrimenti veramente non ha più senso se carichiamo di meschinità ed ipocrisia quello che diversamente dal nostro pensiero viene detto sinceramente e senza doppi fini.

  32. @Ghianda

    Ovviamente dobbiamo tenere conto che la discussione in corso qui è del tutto surreale, in quanto lontana anni luce dalla vita vera. Ma non è colpa mia, né di voi che mi seguite in questi ragionamenti, se il nostro assessore alla cultura ci costringe a seguirlo nei deliri ideologici “autonomisti”.
    La Valle d’Aosta vera ha poco a che fare con queste grottesche rappresentazioni.

    Detto questo, è ovvio che quando parlavo di vita nella menzogna non mi riferivo a te, che mi sembri animato da buona fede, anche se non ho idea di chi tu sia. Non era nulla di personale. D’altronde in questa sede indossi una maschera, la quale non ha nessuna reputazione, né buona né cattiva, e non credo abbia senso che tu ti premuri di difendere il buon nome di un anonimo😉

    Mi riferivo alla Menzogna istituzionalizzata, utile a perpetuare l’immagine della Vda speciale e quindi foraggiata dallo stato. E’ una menzogna che porta quattrini alla Valle, e a pioggia a tutti i cittadini valdostani. Le argomentazioni come le mie, o quelle di Giancarlo o di Bruno, sono estremamente impopolari, in quanto vanno contro gli interessi economici di tutti. E’ meglio continuare a fingere tutti insieme e riempirci le tasche, o dire la verità anche se questa significa la fine dei privilegi?

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