Caduto un muro se ne fa un altro

Queste foto del muro di Berlino le ho scattate pochi mesi dopo la caduta. Era già stato scalpellato, per rivenderne l’intonaco (dipinto) a pezzi da un marco ciascuno. Oltre il muro, un soldato dell’est ormai senza mansioni si fuma una sigaretta.

La separazione delle due Germanie ha rappresentato, oltre che una drammatica conseguenza della divisione del mondo in due blocchi, anche un interessante esperimento sociologico. Un popolo, quello tedesco, dalle caratteristiche etniche ben definite, è stato diviso in due. Una parte inserita nel mondo capitalista, l’altra in una società comunista. Poco più di quarant’anni sono bastati a mutare profondamente l’identità delle due popolazioni. Quando il muro è caduto i due popoli tedeschi si sono scoperti profondamente diversi, tanto che ancora oggi la Germania è attraversata da un muro virtuale, quello che continua a separare, nell’anima, i Wessi e gli Ossi, che si detestano a vicenda.

Eppure all’inizio il “popolo” era esattamente lo stesso. Stessa lingua, stesse religioni, stessi usi e costumi. Il sistema sociale, e la propaganda che lo sorregge, cambiano nel profondo le persone, ne modificano i pensieri, i comportamenti, i sentimenti. Anche se, come nell’est comunista, la propaganda è basata sulla menzogna sistematica, che tutti sanno essere menzogna ma devono fingere di crederla verità, alla fine il pensiero collettivo è mutato nel profondo. Un popolo si trasforma in un altro popolo, molto diverso dal primo. Anche in un sistema oppresso da un regime totalitario, gli individui costruiscono poco a poco l’identità che accomuna oppressi e oppressori. Oggi gli Ossi provano nostalgia per i piccoli oggetti quotidiani della loro società comunista, per gli usi e le tradizioni che si erano insinuate nel profondo del loro immaginario nel corso di quattro decenni. Si sono affezionati alla loro identità, per quanto legata a una pagina buia della storia. Il mondo, in particolare il loro mondo, è cambiato, quasi da un giorno all’altro, ma faticano a farsene una ragione.

3 pensieri su “Caduto un muro se ne fa un altro

  1. Ho attraversato il muro di Berlino nel 1967 su un bus della Berolina, mezzo obbligato per fare un giro “di là”, portato ove la propaganda voleva (con tanto di visto sul passaporto). Ma il fatto più chic avvenne al ritono: prima di riattraversare il check point Charlie i komunisti arrivano con un maxispecchio che pongono sotto il bus per vedere se qualcuno voleva fuggire. Solo da carceri e manicomi le persone aspirano alla fuga. Non so come tu, caro Vincenzo, possa definire questa esperienza come “interessante esperimento sociologico”. Allora nella Berlino libera ci si poteva arrivare solo in aereo (non con Lufthansa, comunque: solo Pan American+British European Airways+Air France) utilizzando soprattutto il mitico Tempelhof, l’aeroporto del ponte aereo alleato durante il blocco imposto dai komunisti. Ho una montagna di diapositive del muro e mi colpirono la scritte riportate su appositi muretti costruiti vicino al Charlie: “Questa è l’opera della dittatura rossa”.

  2. Stai tranquillo, a Berlino est ci sono stato anch’io, prima che cadesse il muro, e so bene cosa c’era. Possiamo benissimo parlare dei crimini del comunismo, con o senza k, senza nessun problema. Nel mio post volevo solo legare quella vicenda alle discussioni sulle identità che stiamo facendo in questo blog. Che in questa luce si sia trattato di un “interessante esperimento” lo possiamo affermare a posteriori, come semplice constatazione. Senza voler sminuire in nessun modo il dramma vissuto da quelle popolazioni.

  3. anche qui, in VdA, stiamo facendo, da anni, un “interessante esperimento sociologico”. Ad es., in vista delle prossime elezioni comunali, l’UV ha già programmato corsi per preparare i nuovi amministratori su politica, autonomia e dintorni. Docenti (per il momento non sono ancora disponibili docenti sufficientemente qualificati ed esperti usciti dall’Univda, l’università di regime): l punto Caveri (conosciuto e noto al pari di Obama, a cui avrà già senz’altro stretto la mano), Gerandin (il sindaco dei sindaci), Rivolin (l’ideologo ed intellettuale organico UV, depositario della storiografia ufficiale della VdA), e Grimod (sindaco della Capitale). Non mancate, il lavaggio del cervello è assicurato. E se non voterete, alle prossime comunali, per l’UV, vi sentirete comunque Uniti per la Valle d’Aosta. “Il y a des peuples … “: basta ficcarselo in testa.

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