Avanti popolo

Berlusconi colpito da un duomo di metallo: il paese, visto da fuori, appare seriamente squilibrato.

Un tempo, quando un fatto di cronaca colpiva l’opinione pubblica, per ascoltare i commenti della “gente comune” bisognava andare nei bar o al mercato. Si poteva sentire di tutto, senza la mediazione dei giornali, sui quali filtravano solo le opinioni di persone consapevoli della possibile violenza delle parole, che quindi si esprimevano secondo formule dettate dal galateo (e dai limiti giuridici) delle dichiarazioni pubbliche.

Non che oggi nei bar non si parli più, ma la “gente comune” oggi ha a disposizione un mezzo nuovo per dire le stesse cose che direbbe al bar: facebook. All’interno di quell’immenso bar elettronico tutti esprimono la loro opinione su tutto. Anche le persone che nell’era pre facebook si esprimevano solo di fronte a un bicchiere di rosso al bancone. Le opinioni espresse, in molti casi, sono più o meno dello stesso livello-bettola, ma il mezzo le amplifica e le porta all’onore del mondo. Tanto che i giornali, nel riportare le reazioni a un fatto di cronaca qualsiasi, accanto alle dichiarazioni di persone note, mettono in prima pagina i commenti degli utilizzatori di facebook. Cosicché il “popolo” può finalmente fare capolino sulle pagine gloriose di giornali e telegiornali.

Abbiamo finalmente una repubblica fondata sulle chiacchiere da bar.

Les Gaulois et les Salasses

«Mais le premier défi, celui qui sera le plus structurant, c’est la question de l’identité française. La nation se fissure en silence parce qu’il n’y a pas de discours sur l’identité». (…) «depuis vingt ou trente ans, nous avons commis collectivement l’erreur de ne pas expliquer ce que cela veut dire être français aujourd’hui. On a eu peur. On a nié l’évolution sociologique de notre population, sur le plan de sa composition, de ses origines, de ses pratiques religieuses, de ses modes de vie». (…) «Il faut que l’on positive le fait d’être une population aussi diverse que l’est devenue la nôtre, qu’on le vive comme une chance. Que l’on arrête de vouloir faire croire à nos enfants que nos ancêtres étaient tous des Gaulois». (…) «Ce qui compte, c’est que chaque Français, quelles que soient sa date d’arrivée en France, son origine ou sa religion, a de la valeur et apporte ce qu’il a de mieux pour notre pays. Un exemple : au lycée, on peut choisir en option de très nombreuses langues, mais il est quasi impossible d’apprendre l’arabe, alors que cela pourrait être un fantastique atout économique. Résultat, ce sont des intégristes dans des caves qui s’en chargent». (…) «La France bouge à grande vitesse. Les Français doivent être plus ouverts aux idées des autres et plus ouverts au monde. On ne peut pas prétendre entrer de plain-pied dans la mondialisation, aspirer à comprendre les autres pays, s’inspirer de leurs bonnes pratiques si on ne parle pas correctement l’anglais».

[Jean-François Copé, presidente del gruppo UMP all’Assemblée nationale, intervistato da Le Monde del 17 ottobre 2009]

La fatica di essere liberi

Incontro con l’ex magistrato Gherardo Colombo la sera del 14 aprile 2009 in biblioteca ad Aosta. Poche persone tra il pubblico (una trentina). Tema: la legalità. Buon affabulatore (non me l’aspettavo), Colombo ha esposto il risultato delle sue lunghe e profonde riflessioni su concetti quali la legalità e la giustizia (ci ha scritto anche un libro). Ecco le conclusioni più importanti della sua esposizione, molto coinvolgente per il pubblico in sala.

La legalità è, per definizione, osservanza delle  leggi. Se le leggi sono ingiuste (esempio, le leggi razziali) rispettare la legalità non implica la giustizia.

La giustizia è un concetto che varia con il tempo e con i luoghi. Gli antichi ritenevano giusto il sacrificio umano agli dei per ingraziarseli (Agamennone sacrificò sua figlia per far levare il vento). Oggi ciò ci appare mostruosamente ingiusto. La schiavitù era ritenuta giusta fino alla seconda metà dell’ottocento, oggi non possiamo concepirla.

Oggi il nostro concetto di giustizia è basato sull’uguaglianza delle opportunità e dei diritti per tutti gli uomini e tutte le donne, come è splendidamente riassunto nella nostra Costituzione. Secondo Colombo ci siamo arrivati con l’esperienza, dopo due guerre mondiali e soprattutto dopo la realizzazione della bomba atomica, con la quale la nostra generazione ha convissuto. Siccome la società verticale, gerarchica, disuguale, ha portato a quelle atrocità, l’umanità ha capito che occorre realizzare una società orizzontale, non gerarchica, che dia a tutti le stesse opportunità.

Nella parte finale del suo ragionamento, Colombo ha espresso due convinzioni. La prima è che non ha senso essere scettici sulla realizzabilità dell’utopia di una società davvero giusta, in cui la le legge sia davvero uguale per tutti. Non ha senso perché la storia è stata un susseguirsi di realizzazioni di utopie: la fine della schiavitù, il suffragio universale e così via, fino alla presidenza degli Stati Uniti affidata a un uomo di colore. Acquisizioni che sarebbero state giudicate impossibili (idee stravaganti di uomini folli)  dagli uomini che vivevano ai tempi in cui c’era la schiavitù,  non c’era il suffragio universale, o in quelli in cui Martin Luther King veniva ucciso. Se le utopie si sono realizzate in passato, non si vede perché non se ne dovrebbero realizzare altre in futuro.

Ma per realizzarle cosa bisogna fare? Colombo dice: bisogna che ognuno di noi si appropri della sua libertà. La libertà è faticosa, perché porta con sé la responsabilità. Essere servi, o schiavi, è più comodo. C’è chi pensa per noi e ci esenta dalle nostre responsabilità. Questo vale anche per le ideologie: l’uomo che si affida a un’ideologia non è libero, perché ha bisogno di qualcun altro che gli indichi la strada (su questo mi trovo particolarmente d’accordo con Colombo, l’avevo scritto qui tempo fa).
Se ci liberiamo, dobbiamo pensare con la nostra testa, dobbiamo assumerci delle responsabilità.

La realizzazione delle utopie, in futuro, potrà arrivare dalla somma di pensieri e comportamenti individuali di uomini e donne liberi.

La seconda delle considerazioni finali di Colombo riguarda la percezione della società attuale. Chi pensa che oggi in Italia ci sia una minore tensione morale rispetto a qualche decennio fa ha dimenticato gli orrori di quegli anni (bombe, terrorismo, criminalità).

Google pigliatutto

Negli Stati Uniti, dove di solito si avverano in anticipo le nuove tendenze della società che poi arrivano puntualmente anche da noi, i giornali di carta sono in gravissima crisi, e molti stanno chiudendo. La concorrenza della rete è diventata insostenibile. Un numero sempre crescente di persone non si informa più leggendo i giornali, ma navigando in Internet, dove trova tutto, subito e in tempo reale. I giornali scrivono di ciò che è successo ieri, ma noi abbiamo già letto cosa succede adesso. Anche un editore come Rupert Murdoch, proprietario di quotidiani prestigiosi come il Times di Londra e il Wall Street Journal, è preoccupato. Per passare al contrattacco pensa di vietare ai motori di ricerca come Google e agli aggregatori di notizie di riportare gli articoli dei suoi giornali. Ma è una battaglia già perduta, perché è difficile che la legge possa impedire a qualcuno di ritagliare un articolo di giornale e di esporlo in una bacheca (questo, in fondo, fanno i motori di ricerca). E comunque, se lo facesse, finirebbe per favorire i giornali online concorrenti, che dall’assenza nei motori di ricerca degli articoli provenienti dalle versioni online dei giornali cartacei sarebbero avvantaggiati. Senza contare che essere in buona posizione su Google porta molti accessi ai siti dei giornali citati, i quali ci guadagnano in pubblicità.
Il processo è ormai inarrestabile: la carta stampata ovviamente non sparirà, come non è sparito il cinema all’apparire della televisione né il teatro con l’arrivo del cinema, ma certo il suo spazio diventerà più angusto, e a sopravvivere saranno soltanto i giornali che sapranno adattare la loro impostazione alle nuove esigenze dei lettori.