Ho visto il Re

Martedì, giorno di ricevimento, siamo stati al cospetto del Presidente per pochi minuti, ci ha detto che conosceva il nostro problema, dopodiché si è alzato dalla poltrona, ci ha accompagnato alla porta dicendoci che il nostro caso era nelle mani dell’assessore all’ambiente Manuela Zublena. Dopo un anno siamo ancora in attesa di essere convocati.

[I lettori della Gazzetta Matin di cui al post precedente, reduci dalla bocca del lupo (12 ottobre 2009)]

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Gattopardi prudenti

repubblicafontine

Le polemiche sulla nomina di Bruno Milanesio a capo della società che dovrà gestire i lavori per la cittadella universitaria hanno reso manifesta la principale caratteristica di questo governo regionale: il compromesso storico tra Rollandin e Milanesio.

È un fatto che alla sua dote elettorale già cospicua l’imperatore Augusto nelle ultime elezioni ha visto aggiungersi un contributo (non esattamente valutabile ma sicuramente consistente) di preferenze personali a lui portate dal vecchio volpone Bruno. Il quale, potete giurarci, non ha offerto questo aiuto per pura generosità. Anche perché l’accoppiamento appare quasi contronatura, dopo anni di diffidenza (diciamo così) reciproca, risalente al Ribaltone del 1990, che era stato orchestrato proprio con la regia di Milanesio ai danni dell’onnipotente Rollandin I. E dopo più di un decennio in cui Milanesio tuonava, sempre con i toni ironici e canzonatori di cui è capace, contro la repubblica delle fontine descritta in un suo noto pamphlet del 1993.

Prima di ogni altra considerazione (che farò in prossimi post) si può dire quanto sia impressionante la longevità politica dei due, più volte dati per morti e poi risorti più forti che mai.

Bruno Milanesio cominciò la sua prima carriera politica negli anni sessanta. La concluse, da assessore regionale in carica, quando venne arrestato durante una riunione di giunta del 17 giugno 1977 (per una vicenda immobiliare). A Roma era in carica il governo Andreotti III. Era l’Italia degli anni di piombo. Silvio Berlusconi non si occupava ancora di televisione.

Augusto Rollandin, da parte sua, entrò in scena nel 1982, quando divenne assessore alla sanità, due anni prima di fare il salto alla presidenza della giunta in seguito alla fuga all’estero di Mario Andrione.

Intanto Milanesio, dopo alcuni anni di purgatorio (aveva anche scontato una pena carceraria), cominciava la sua seconda carriera politica il 17 gennaio 1986, ritornando segretario del Psi valdostano. A Roma si era insediato da alcuni mesi il primo governo Craxi. Era il tempo dell’edonismo reaganiano e della Milano da bere.

Parliamo di tempi lontanissimi. Un altro secolo, davvero.

La storia dei due si incrociò nel 1990, anno del Ribaltone, lo storico evento che scalzò, per soli due anni, l’UV dal potere. Milanesio, con una “congiura” ottimamente organizzata, detronizzò Rollandin I. Un evento “maledetto”, che non avrebbe portato fortuna né all’uno né all’altro. Nel 1993, infatti, Milanesio ebbe una nuova disavventura giudiziaria, per via di una mazzetta (considerata dai giudici finanziamento illecito ai partiti) spartita tra il Psi, il Pds (Alder Tonino patteggiò la pena) gli Adp e il Pri. Negli stessi anni Rollandin venne invece coinvolto in diverse inchieste, provando anche il brivido di un arresto e subendo alcune condanne.

La fine di un’era, anche perché la vita politica italiana era travolta dal ciclone Tangentopoli, e sembrava che nulla avrebbe mai potuto essere come prima.

Invece, sedici anni dopo, Rollandin e Milanesio sono di nuovo sulla cresta dell’onda. Il primo è diventato Rollandin II, mentre Milanesio costruisce la sua terza carriera politica agendo indirettamente, muovendo le sue pedine, fondando associazioni trasversali (Evolvendo) e partecipando (influenzandola) alla politica del sovrano.

In sostanza siamo ancora fermi ai protagonisti di vent’anni fa. Certo non possiamo addossare  la colpa di questa immobilità della politica valdostana alla strana coppia, quanto piuttosto all’insipienza e all’inconsistenza di un’intera classe politica. E anche alla variante al gattopardismo inventata dai prudenti valdostani, consistente nel non cambiare nulla… perché non cambi nulla.

La vedi la clinica lassù, sulla collina?

I giornali hanno dato largo spazio alla riconferma di Albert Lanièce all’assessorato regionale alla sanità. Come usa da queste parti, la vicenda è stata affrontata dai partiti politici (e dai mezzi d’informazione) esclusivamente sul piano del teatrino inscenato a uso dei gonzi. 

La sanità, con i rifiuti, è notoriamente il settore dell’economia che permette gli affari più lucrosi. Non per niente le organizzazioni criminali, in tutto il paese, intrecciano sempre più le loro attività con i meccanismi economici degli appalti, delle convenzioni e delle forniture. Il controllo politico del settore, che muove interessi notevolissimi, è perciò conteso dai gruppi di potere, che si affrontano senza esclusione di colpi. Gli appalti per l’infinito rimaneggiamento dell’ospedale di viale Ginevra e le convenzioni con le nuove cliniche private saranno un’arma di controllo politico molto efficace. Il nuovo-vecchio assessore non avrà certo margini autonomi di manovra, e dovrà adeguarsi alle decisioni prese altrove.

La discussione sulla sua eleggibilità si è basata su considerazioni tecnico giuridiche di nessun interesse, usate per distogliere l’attenzione dei cittadini dalla vera questione. Gli assessori tecnici ci sono sempre stati, e il fatto che Lanièce  non fosse eleggibile come consigliere non implica certo che non lo fosse come assessore. E figuriamoci se Rollandin si sarebbe fatto scrupolo di rimangiarsi la parola data dopo la prima sentenza di ineleggibilità.

La vera questione era invece: quale gruppo di potere, e con quali accordi con gli altri gruppi, controllerà l’assessorato? La prima risposta la sappiamo, la seconda no.

La conseguenza di questo modo degenerato di fare politica, è che chiunque sia l’assessore, questa legislatura sarà caratterizzata, come le precedenti, dall’assoluto disprezzo per gli interessi della collettività. Alla salute dei cittadini e al buon funzionamento della sanità regionale la classe politica al potere in Valle non è interessata per nulla. Basta vedere l’incredibile pasticcio del previsto ampliamento dell’ospedale di viale Ginevra. Tutta la maggioranza che sostiene il governo Rollandin e l’assessore Lanièce si era spesa, in occasione del referendum, per difendere la scelta sciagurata del progetto di ampliamento a est propugnato dal precedente assessore Fosson, ora esiliato a Roma. Molti cittadini, intimoriti dalla possibilità di controllo del loro comportamento elettorale da parte del regime, che invitava all’astensione, non si erano recati alle urne (tra i votanti aveva vinto nettamente il sì all’ospedale nuovo). L’Uv e i suoi alleati avevano esultato per il mancato raggiungimento del quorum, e in seguito l’assessore Fosson si era lasciato andare a previsioni trionfalistiche sulla realizzazione del folle progetto

Oggi gli stessi partiti si sono dimenticati  di tutto ciò. Eppure si parla di solo due anni fa. Il progetto di Fosson non si sa che fine abbia fatto. I tempi dell’ampliamento (!?) sono slittati. Oggi il vecchio-nuovo assessore parla di inizio lavori nel 2013, mentre Fosson aveva indicato il 2009. Di unificazione delle sedi ospedaliere nessuno parla più. Ma non era indispensabile e urgente, visti i rischi per la vita dei pazienti del Beauregard, che rischiano di morire durante il trasporto tra le due sedi verso le sale di rianimazione di viale Ginevra?

Intanto entrambe le sedi ospedaliere cadono a pezzi, costringendo gli operatori e i degenti a districarsi tra i mille inconvenienti tecnici e logistici di una struttura vecchia di settant’anni e di un’altra più simile a un carcere che a un ospedale. E le cliniche private si assicurano convenzioni molto favorevoli e lauti guadagni.

Cazzate sotterranee

Il Presidente Rollandin ha minimizzato lo scontro tra Leonardo La Torre e Marco Viérin sulla fuga di notizie relative allo studio Geodata riguardante la metroPOLLItana di Aosta. «chi ha l’incarico [la Geodata, n.d.b.] di analizzare la possibilità di realizzare la metropolitana ad Aosta ha diffuso dei dati prima di darli a noi».
La notizia che si tratti della più esilarante cazzata del secolo avrebbe dovuto rimanere sotterranea?

Soggetti interessati

Il Presidente Augusto ci comunica che “la scelta sul sistema di trasporto da adottare per migliorare la mobilità nella città di Aosta sarà assunta solo dopo il confronto con i soggetti interessati“.

Strano. E’ forse lo stesso Presidente che il 4 luglio 2008, in un’intervista alla Stampa, annunciava la realizzazione della metroPOLLItana sotterranea, con le due linee nord-sud e ovest-est, come punto qualificante del suo programma? E’ lo stesso Presidente che il 7 maggio 2009 in Consiglio regionale vestiva i panni dell’urbanista e disegnava un’Aosta del futuro dando di nuovo per scontata la scelta della metropolitana?

Sorgono spontanee due domande:

1) sarà mica stato frainteso?

2) chi sono i “soggetti interessati”?

MetroPOLLItana

Il ritorno della metroPOLLItana di Aosta. Articolo di Alessandro Camera sulla Stampa. La regione ha affidato uno studio di fattibilità alla Geodata. Considerato che la stessa Geodata sarà la società incaricata di scavare i grandi BUCHI nel sottosuolo di Aosta, e che probabilmente l’idea della MetroPOLLItana è stata suggerita al sultano Rolli da qualche suo tecnico (o se l’è sognata la notte?) possiamo presumere, o addirittura prevedere, che la risposta dello studio sarà: si può fare. A qualcosa Veltroni è servito. Nell’articolo si riporta come l’unica forza presente nelle istituzioni che abbia dimostrato di avere un minimo di sale in zucca è stata Vda Vive in consiglio comunale. Ivi, una sua mozione ha classificato l’idea come “inutile da affossare”. Troppo buoni, persino, avrebbero potuto aggiungere l’aggettivo “idiota”. Poi c’è il grande Partito Democratico, nella persona del suo ideologo e fine dicitore architetto Alder Tonino (il quale, ne siamo sicuri, non sarà in nessun modo coinvolto nelle progettazioni e nella realizzazione dell’opera, come non lo saranno altri uomini del glorioso partito, né imprese “vicine” al partito stesso), che invece ne perora la causa, sia pure delirando di tapis roulant.
Ma il punto forte dell’articolo rischia di passare inosservato. Dopo che l’assessore Marco Viérin ci racconta la rava e la fava sulla necessità di ponderare bene la scelta, ci viene buttato lì il parere di un professore del Politecnico di Torino (al quale sono legato da ricordi affettuosi. Al Politecnico, dove mi sono laureato, non al professore in questione). Tale Prof, di nome Bruno Dalla Chiara, ci dice (ma quando? Dove? Dall’articolo non si capisce) che un’opera così ha senso soltanto con una domanda di minimo 1500-2000 passeggeri l’ora su ciascun senso di marcia. Bene, noi ne abbiamo 4000 al giorno, credo di capire considerando entrambi i sensi di marcia. Cioè 2000 per senso di marcia. Al giorno. All’ora, invece, fa 2000 diviso 24 uguale circa 83. Se anche dividiamo solo per 12, tanto per considerare solo le ore diurne, siamo a circa 167. Ci sarebbe una domanda dieci volte inferiore a quella minima necessaria perché una tale opera abbia un senso. Ciò solo nell’ipotesi che contestualmente all’apertura della metroPOLLItana si abolisse il trasporto pubblico di superficie, altrimenti la domanda diminuirebbe ancora di più.

Sorge spontanea una domanda: perché l’assessore Marco Viérin parla di “scelta difficile”? Cosa?… Difficile?… Per amministratori con una minima capacità di intendere e di volere (soprattutto la prima che ho detto) sarebbe la scelta più semplice del mondo.
Ma non possiamo pretendere di penetrare i misteri dell’esoterico Centro Autonomista.

Menti disabitate

animalsIl 19 giugno 2009 a Villair di Quart il presidente Augusto Rollandin e i suoi due fedelissimi Giovanni Barocco (sindaco di Quart) e Manuela Zublena (assessora all’inceneritore) hanno presentato la strategia di smaltimento rifiuti adottata dal governo regionale. Era presente al tavolo dei relatori anche il direttore dell’Arpa Giovanni Agnesod.

La sala era piena, molta gente in piedi (me compreso).

Il succo della serata, al netto della Propaganda e degli eccessivi ringraziamenti al Presidente perché “dialoga” (non dovrebbe essere normale che gli amministratori rendano conto di ciò che fanno con i nostri soldi della nostra aria?), è il seguente.

1) Non si farà più il termovalorizzatore (inceneritore) di Brissogne. La stravagante spiegazione data da Giovanni Agnesod (di questa saggia decisione) è che i tecnici autori dello studio che lo indicava come soluzione al problema dello smaltimento (bruciando la discarica) avevano usato dati sbagliati nel valutare il suo impatto sull’ambiente. Si erano basati su dati tipici degli Stati Uniti  invece che sulla reale situazione valdostana (!!!). Saranno stati cancellati dall’elenco dei consulenti della Regione? Pare di no, a giudicare dalla piccata risposta di Rollandin a una cittadina che accusava i tecnici di connivenza con il potere politico.
Non è stato però spiegato perché la delibera regionale sulla nuova strategia di smaltimento non dice che l’ipotesi di bruciare la discarica sia scartata, ma soltanto “momentaneamente sospesa”.

2) sarà realizzata una centrale termoelettrica (molto inquinante) ad Aosta (malgrado non sia per nulla necessaria, visto che la regione produce già energia in sovrabbondanza con le centrali idroelettriche) per la produzione di energia elettrica (Rollandin ha parlato anche di energia pura, di cui nessuno scienziato mondiale aveva finora mai sospettato l’esistenza), alimentata da “cippato”, metano e rifiuti (quelli che la Propaganda chiama più elegantemente Cdr-q, combustibili da rifiuti di qualità, e che il quotidiano La Stampa spaccia per caramelle). Questo forno-inceneritore, che funzionerà a pieno regime per tutto l’anno e non solo d’inverno (come invece fanno gli impianti di riscaldamento) sarà utilizzato anche per alimentare la rete di teleriscaldamento.

3) Il teleriscaldamento, secondo la valutazione di impatto ambientale effettuata dall’Arpa, anche fingendo che funzioni solo d’inverno peggiora l’impatto sull’ambiente rispetto alla situazione attuale (!!!) come ha candidamente confessato Agnesod, guardato in cagnesco da Rollandin (che per questo gli laverà il capo). In compenso, udite udite, Agnesod ci assicura che i fumi del camino, secondo i raffinati studi dell’Arpa, si dirigeranno verso una zona disabitata. Non è stato spiegato dove sarebbe questa zona (sarà mica il quartiere Dora?), né se il prodigioso camino direzionale sia stato brevettato, perché non ci risulta posto al mondo dove abbiano già realizzato una tale mirabilia.

4) I Cdr-q saranno prodotti con un impianto Tmb (Trattamento Meccanico Biologico). Poi, come detto, saranno bruciati nell’inceneritore della centrale termoelettrica di Aosta (travestita da teleriscaldamento). Di bruciarli fuori Valle non se ne parla. Bruciandoli ad Aosta la società di gestione della centrale guadagnerà soldi a palate, grazie agli incentivi statali. Rollandin giustifica questa scelta con la barzelletta secondo cui non dobbiamo essere egoisti. Ma la realtà è diversa: il problema dello smaltimento dei rifiuti deve essere visto secondo un’ottica nazionale. Se ogni comunità di centoventimila abitanti si costruisse un proprio inceneritore, in Italia dovrebbero esserci cinquecento inceneritori, mentre ce n’è una cinquantina. I conti non tornano. Infatti gli inceneritori già in funzione sono sovradimensionati (e se si facesse la giusta politica dei rifiuti a livello nazionale dovrebbero diventare sempre di meno, fino a scomparire), e in un’ottica nazionale (e razionale) sarebbe logico che i Cdr-q prodotti in Valle fossero trasportati in un inceneritore piemontese già in funzione. Questo sarebbe anche un incentivo all’aumento della percentuale di raccolta differenziata. Bruciando i rifiuti in Valle, invece, questo obiettivo tanto sbandierato anche dall’assessora all’inceneritore non sarebbe mai raggiunto. Serviranno tanti rifiuti da trasformare in Cdr-q, per bruciare questi ultimi nell’inceneritore di Aosta. E’ interesse della Telcha, partecipata al 49% da Cva. Altro che raccolta differenziata.