Avanti popolo

Berlusconi colpito da un duomo di metallo: il paese, visto da fuori, appare seriamente squilibrato.

Un tempo, quando un fatto di cronaca colpiva l’opinione pubblica, per ascoltare i commenti della “gente comune” bisognava andare nei bar o al mercato. Si poteva sentire di tutto, senza la mediazione dei giornali, sui quali filtravano solo le opinioni di persone consapevoli della possibile violenza delle parole, che quindi si esprimevano secondo formule dettate dal galateo (e dai limiti giuridici) delle dichiarazioni pubbliche.

Non che oggi nei bar non si parli più, ma la “gente comune” oggi ha a disposizione un mezzo nuovo per dire le stesse cose che direbbe al bar: facebook. All’interno di quell’immenso bar elettronico tutti esprimono la loro opinione su tutto. Anche le persone che nell’era pre facebook si esprimevano solo di fronte a un bicchiere di rosso al bancone. Le opinioni espresse, in molti casi, sono più o meno dello stesso livello-bettola, ma il mezzo le amplifica e le porta all’onore del mondo. Tanto che i giornali, nel riportare le reazioni a un fatto di cronaca qualsiasi, accanto alle dichiarazioni di persone note, mettono in prima pagina i commenti degli utilizzatori di facebook. Cosicché il “popolo” può finalmente fare capolino sulle pagine gloriose di giornali e telegiornali.

Abbiamo finalmente una repubblica fondata sulle chiacchiere da bar.

L’arte del restare a galla

Sandra Amurri, ex giornalista dell’Unità, descrive bene su Facebook l’arte del “restare a galla”…

«… che come prima regola impone il non dire, il parlare d’altro, il parlare in generale, evitando di chiamare cose e persone con i loro nomi, insomma, del non esporsi, ben sapendo che aria tira, ma ignorando che aria potrebbe tirare domani».

Mi viene in mente una persona… e anche un’altra… e un’altra… uh quante.

L’amicizia ai tempi di Facebook

Alla fine sono cascato anch’io in Facebook, perché a non andarci ti senti tagliato fuori come quelli che durante i mondiali di calcio non guardano le partite. Avevo sentito di molti (blogger) che dopo una veloce incursione se ne erano tirati fuori inorriditi. Di altri che ne parlavano con atteggiamento snob (roba per ragazzini). Altri ancora ne discettano ogni giorno con distacco da sociologo, tenendo a specificare che osservano il fenomeno ma non ne sono per nulla contaminati. Secondo Cory Doctorow, blogger tra i più seguiti al mondo, «Facebook è la pornografia del sociale».
E poi ci sono, ovviamente, gli oltre centosettantacinque milioni di persone che lo usano.

Ne sono entrato armato di grande prudenza. I dati personali di ogni utente possono essere venduti a società interessate, e pare che questa attività, più che i banner pubblicitari, garantisca uno degli introiti maggiori a questo colosso informatico fondato dal giovanissimo Mark Zuckerberg. Nel profilo, perciò, ho scritto solo la mia data di nascita e che sono un uomo.

Dopo una settimana ho trentotto “amici”, ma non ho ancora capito bene quale sia il concetto di amicizia.
Se l’amicizia la chiedi tu, vuol dire che quella persona ti è in qualche modo simpatica (simpatia da molto debole a fortissima, anche se l’altro non sa a quale grado si colloca).
Se invece accetti l’amicizia che ti viene proposta, dichiari che la persona che te l’ha chiesta non ti è antipatica (anche in questo caso l’altra non conosce il grado della tua simpatia nei suoi confronti, sa solo di non essere del tutto sgradita, e può anche pensare di esserti simpaticissima).
Le cose si complicano se a chiederti l’amicizia è una persona che ti sta sui maroni, alla quale però non ti senti di dichiarare la tua avversione, per quieto vivere o comunque perché così si fa nella vita reale. Ci sono tantissime persone antipatiche che continuiamo comunque a salutare, e se capita rivolgiamo loro persino la parola.

Il dilemma è: in Facebook si può essere più sinceri che nella vita reale?