Laurent, leggi un po’ qua

L’assessore alla cultura Laurent Viérin sta per introdurre l’insegnamento del patois nelle scuole. Per il momento facoltativo, ma solo perché non sono sufficienti gli insegnanti già formati. In futuro, ne sono convinto, si tenterà il passo successivo. 

Su questa autentica sconcezza, che va a peggiorare una già pessima scuola valdostana (lo dicono le statistiche sugli abbandoni e sulle percentuali di laureati) nessuno pare aver niente da ridire. Decenni di propaganda localista non potevano passare senza lasciare danni.

Io ho già scritto a più riprese tutto il male che penso di questa idiozia didattica.

Forse posso fare cosa utile riportando un articolo di Gian Luigi Beccaria, dal titolo “Il dialetto si parla, non si insegna” apparso il 10 ottobre 2009 su Tuttolibri, inserto della Stampa.

Al Parlamento Europeo, nella seduta in cui si è riconfermato per altri cinque anni Presidente José Manuel Barroso, un deputato del Pdl, Enzo Rivellini, ha pronunciato tra lo sconcerto del presidente di turno, dei colleghi e dei traduttori esterrefatti, la sua dichiarazione di voto in dialetto napoletano, per far capire – ha detto così – i problemi del Sud. Non mancando di ribadire, al solito, che il napoletano è una lingua, ha la sua grammatica, la sua letteratura, non è un semplice dialetto. E ho letto che i comizi leghisti, in un paese lombardo, si terranno anche in milanese, con traduzione simultanea per cura degli insegnanti incaricati dei corsi di cultura e dialetto nelle scuole.
Da una parte si stiamo apprestando a celebrare il 150° anno dell’Unità d’Italia, dall’altra permettiamo che si blateri di dialetto da insegnare nelle scuole, di indipendenza di una (inesistente) Padania, addirittura di secessione, dimenticando che ci sono voluti secoli per fare l’Italia, per avere una lingua comune, nota e praticata dalla quasi totalità dei parlanti: cosa che non è di poco conto per un paese in cui, 150 anni fa, una esigua minoranza parlava la lingua nazionale, la stragrande maggioranza conosceva soltanto il proprio dialetto, e se un siciliano e un piemontese non colti si incontravano, non avevano una lingua comune con cui parlarsi.
Arriviamo molto tardi a un’unità, ma la lingua italiana ha comunque fatto da collante, nella nostra lingua e nei nostri grandi classici ci siamo identificati. Ed ora, questi episodi da strapaese, che denunciano una involuzione culturale inimmaginabile qualche anno fa! Ricordate il gran discutere che si è fatto a Montecitorio su un dato di fatto del tutto ovvio, quando ancora c’era l’Ulivo, e propose (An era del tutto d’accordo) di inserire nell’art. 12 della Costituzione la frase che diceva: «l’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica».
Ora la Lega propone sciocchezze, vuole che si insegnino i dialetti a scuola, e che gli insegnanti stessi conoscano il dialetto della Regione in cui insegnano. Non sanno che i dialetti si parlano, non si insegnano. Né si scrivono, a meno di essere poeti. Un dialetto è un sistema linguistico che soddisfa egregiamente, delle nostre esigenze espressive, soltanto alcuni aspetti (l’usuale, il pratico, l’affettivo, il familiare), ma non altri (il tecnico, il filosofico, lo scientifico). «In dialetto – diceva il grande poeta dialettale Raffaello Baldini – si può parlare con Dio, non si può parlare di Dio». Non credo che in dialetto si stampino studi o si facciano dibattiti di teologia. Quando un dialettofono scrive, scrive in italiano.
Lega e Rifondazione per ragioni completamente diverse si trovarono subito d’accordo nel non volere l’aggiunta: la Lega temeva che i dialetti e le minoranze venissero schiacciate, Rifondazione che si finisse col rendere obbligatoria la conoscenza della nostra lingua all’extracomunitario che richieda la cittadinanza. La Lega temeva che l’obbligatorietà dell’italiano potesse risolversi nella rivincita del solito centralismo di «Roma padrona», e ci si dimenticasse che invece occorreva innanzitutto valorizzati idiomi locali e minoranze.
Ogni tanto però c’è qualche dialetto che si sente poco valorizzato, oppresso, negato, e vuole diventare «lingua», e vuole essere insegnato a scuola. È l’italiano che serve al piemontese e al calabrese per l’allargamento della propria cultura e per un’apertura sociale. In italiano sono scritti libri e giornali, alla radio e in Tv si parla in italiano. Mentre si scrivono e sono state scritte poesie di straordinaria bellezza (da Pasolini a Giacomini).
Le nuove generazioni finiranno col parlare correntemente italiese e dialetto? E la nostra lingua, la più ricca tra le romanze, nata per prima, e già gigante, già tutta armata, come Atena dalla testa di Giove, per dirla con Alfieri? Ci vorrebbe la sua furia per rispondere a Bossi e compagni. Ma forse loro non capirebbero più quel suo meraviglioso italiano, imparato a fatica, dopo tanto penare!

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Soggetti interessati

Il Presidente Augusto ci comunica che “la scelta sul sistema di trasporto da adottare per migliorare la mobilità nella città di Aosta sarà assunta solo dopo il confronto con i soggetti interessati“.

Strano. E’ forse lo stesso Presidente che il 4 luglio 2008, in un’intervista alla Stampa, annunciava la realizzazione della metroPOLLItana sotterranea, con le due linee nord-sud e ovest-est, come punto qualificante del suo programma? E’ lo stesso Presidente che il 7 maggio 2009 in Consiglio regionale vestiva i panni dell’urbanista e disegnava un’Aosta del futuro dando di nuovo per scontata la scelta della metropolitana?

Sorgono spontanee due domande:

1) sarà mica stato frainteso?

2) chi sono i “soggetti interessati”?

MetroPOLLItana

Il ritorno della metroPOLLItana di Aosta. Articolo di Alessandro Camera sulla Stampa. La regione ha affidato uno studio di fattibilità alla Geodata. Considerato che la stessa Geodata sarà la società incaricata di scavare i grandi BUCHI nel sottosuolo di Aosta, e che probabilmente l’idea della MetroPOLLItana è stata suggerita al sultano Rolli da qualche suo tecnico (o se l’è sognata la notte?) possiamo presumere, o addirittura prevedere, che la risposta dello studio sarà: si può fare. A qualcosa Veltroni è servito. Nell’articolo si riporta come l’unica forza presente nelle istituzioni che abbia dimostrato di avere un minimo di sale in zucca è stata Vda Vive in consiglio comunale. Ivi, una sua mozione ha classificato l’idea come “inutile da affossare”. Troppo buoni, persino, avrebbero potuto aggiungere l’aggettivo “idiota”. Poi c’è il grande Partito Democratico, nella persona del suo ideologo e fine dicitore architetto Alder Tonino (il quale, ne siamo sicuri, non sarà in nessun modo coinvolto nelle progettazioni e nella realizzazione dell’opera, come non lo saranno altri uomini del glorioso partito, né imprese “vicine” al partito stesso), che invece ne perora la causa, sia pure delirando di tapis roulant.
Ma il punto forte dell’articolo rischia di passare inosservato. Dopo che l’assessore Marco Viérin ci racconta la rava e la fava sulla necessità di ponderare bene la scelta, ci viene buttato lì il parere di un professore del Politecnico di Torino (al quale sono legato da ricordi affettuosi. Al Politecnico, dove mi sono laureato, non al professore in questione). Tale Prof, di nome Bruno Dalla Chiara, ci dice (ma quando? Dove? Dall’articolo non si capisce) che un’opera così ha senso soltanto con una domanda di minimo 1500-2000 passeggeri l’ora su ciascun senso di marcia. Bene, noi ne abbiamo 4000 al giorno, credo di capire considerando entrambi i sensi di marcia. Cioè 2000 per senso di marcia. Al giorno. All’ora, invece, fa 2000 diviso 24 uguale circa 83. Se anche dividiamo solo per 12, tanto per considerare solo le ore diurne, siamo a circa 167. Ci sarebbe una domanda dieci volte inferiore a quella minima necessaria perché una tale opera abbia un senso. Ciò solo nell’ipotesi che contestualmente all’apertura della metroPOLLItana si abolisse il trasporto pubblico di superficie, altrimenti la domanda diminuirebbe ancora di più.

Sorge spontanea una domanda: perché l’assessore Marco Viérin parla di “scelta difficile”? Cosa?… Difficile?… Per amministratori con una minima capacità di intendere e di volere (soprattutto la prima che ho detto) sarebbe la scelta più semplice del mondo.
Ma non possiamo pretendere di penetrare i misteri dell’esoterico Centro Autonomista.

Un popolo immaginario

(Avvertenza: questo post contiene parti satiriche e non è adatto a un pubblico fanatico. Se accetti di correre il rischio prosegui nella lettura, altrimenti vai al porno)

Ho scritto spesso del patetico (anche se ufficialmente vittorioso) tentativo, operato dalla pluridecennale e incontrastata propaganda unionista, di fare apparire la Valle d’Aosta come se fosse abitata da un popolo, il mitico peuple valdôtain, dalle caratteristiche etniche omogenee.

Secondo questa operazione propagandistica, instillata nelle menti di innocenti bambini fin dalla più tenera età, tutti i centoventimila valdostani sono discendenti dei Salassi (un popolo leggendario di cui non è rimasta traccia alcuna, ignorante e incapace, per cui non si capisce l’insistenza a volerlo come progenitore), sono riusciti a scansare il dna dei romani e di tutti i popoli che hanno soggiornato da queste parti nei secoli successivi, e sono ancora oggi purosangue dalle qualità indiscutibili. L’etnia valdostana è financo più pura di quella ariana esaltata dal nazismo. Per tutti i centoventimila valdostani, nessuno escluso, la lingua madre è il francese e la lingua figlia è il patois. Devono essere le stesse due lingue che parlavano i Salassi. Scrivere no, perché non hanno mai imparato.

Gli studiosi si chiedono come sia possibile che secoli di invasioni, oltre a massicce immigrazioni di italiani nel secolo scorso e di stranieri nel nuovo millennio non abbiano modificato in nulla la granitica composizione etnica del peuple valdôtain. Ma non possiamo pretendere di penetrare i misteri dei popoli minoritari.

Il fiero popolo valdostano sarà festeggiato tra pochi giorni nella Festa della Valle d’Aosta.  Ma il 2 settembre 2009 un grave incidente pare turbare il clima festoso. Un inaspettato (inaudito, potremmo dire) articolo di Laura Secci sulle pagine locali della Stampa ci parla di un libraccio di una certa Giovanna Campani, per di più professore associato all’università della Valle d’Aosta in pedagogia interculturale e docente all’università di Firenze e Nizza, che attacca molto pesantemente la macchina propagandistica unionista. Vi si possono trovare rivelazioni esplosive. Pare che in Valle d’Aosta vivano persone che non presentano i caratteri tipici dell’etnia valdostana. Non discenderebbero dai Salassi e non parlerebbero patois. E non sarebbero neanche pochi.

Mah! Di fronte a tanta sfrontatezza, che rischia di minare alla base la coesione di questa gloriosa nazione senza stato, è attesa la spietata reazione degli assessori alla propaganda. Come minimo, l’allontanamento immediato della docente dalla gloriosa, e pura, università valdostana.

S’io fossi foco

aillonAnche il Comitato Rifiuti Zero, dopo giornate dedicate ai festeggiamenti, prova a dire che le cose non stanno come ce le raccontano i giornali. La giunta intende comunque incenerire i rifiuti (“bruciare l’immondizia”). Non lo farebbe più prendendoli dalla discarica di Brissogne (ma ci dobbiamo fidare? In realtà la delibera regionale dichiara solo l’intenzione di “non procedere al momento alle operazioni di smantellamento della discarica controllata di Brissogne“), bensì usando quelli freschi, opportunamente trattati. Non lo farebbe più a Brissogne, ma ad Aosta, in mezzo alla città. Si può discutere se questo sia bene o male, se sia necessario o meno, se sia inquinante o no, ma il dibattito dovrebbe essere trasparente, i cittadini dovrebbero essere informati correttamente. Invece, leggendo La Stampa fino a oggi i lettori non hanno potuto capirci nulla. L’incenerimento dei rifiuti in città è stato nascosto ai lettori, censurando maldestramente le notizie in tal senso (forse perché si pensa che i fumi e le nanoparticelle si dirigeranno solo verso il bistrattato quartiere Dora?). Oggi, inaspettatamente, La Stampa pubblica una denuncia di Jean-Louis Aillon, presidente del Comitato Rifiuti Zero valdostano, che rilancia quella di questo blog. Un lettore ignaro (i miei lettori sono solo un residuo di quelli della Stampa) sarà sorpreso di leggere questo articolo, visto che fino a ieri aveva letto, su quello stesso giornale, che i rifiuti non si incenerivano più. Speriamo serva per riportare la rotta dell’informazione verso la verità dei fatti e non più al servizio della propaganda del governo regionale.

La sforbiciata

La busiarda, come viene affettuosamente chiamata La Stampa, prosegue la sua opera di disinformazione. Come avevo previsto nel mio post di ieri sera, infatti, ha CENSURATO la notizia che il teleriscaldamento di Aosta sarà alimentato anche dall’incenerimento dei rifiuti (cioè dei cosiddetti Cdr). Ecco cosa scrive Giampaolo Charrère, oggi 6 giugno 2009:

(…) La centrale di teleriscaldamento sarà posizionata vicino alla Cogne Acciai Speciali, nei pressi del quartiere Dora. Un parte del calore che sarà utilizzato arriverà proprio dall’acqua di raffreddamento dell’acciaieria. La centrale, dove è prevista anche la cogenerazione di energia elettrica, sarà alimentata pure da metano e cippato (scarti del legno). (…)

Ecco invece cosa c’era scritto sull’Ansa Vda ieri 5 giugno 2009:

“(…) La centrale, ubicata nell’area ex Cogne, nei pressi del Quartiere Dora, sarà alimentata con il Cdr derivato dalla valorizzazione dei rifiuti pre trattati meccanicamente, dall’energia derivante dagli impianti di raffreddamento della Cas, da cippato di legna e sarà dotata anche di due cogeneratori a gas metano.”

Una sforbiciata davvero precisina, neh?

Gambe corte

thumbelinaNon abbiamo dovuto aspettare troppo tempo per vedere che la notizia secondo la quale la Regione aveva rinunciato alla costruzione di un inceneritore era FALSA.

Con l’annuncio del progetto di teleriscaldamento (ci torneremo…) la giunta dichiara esplicitamente che sarà alimentato anche “con il Cdr derivato dalla valorizzazione dei rifiuti pre trattati meccanicamente“. Un modo elegante, e ingannevole, per dire che si bruceranno i Cdr (rifiuti pretrattati) in un inceneritore di nuova costruzione. Ma quanti lo capiranno?

Con tutti i mezzi d’informazione al suo servizio, il governo regionale costruirà un inceneritore in città, senza che i cittadini lo capiscano. Basta chiamarlo in un altro modo. Basta usare parole accattivanti come “valorizzazione”,  “alimentazione”, “cogenerazione”. Tanto nessun giornalista si sognerà mai di fare la domanda giusta, o di spiegare di cosa si sta parlando. E come potrebbe accadere, dopo che tutti i giornali di questa settimana hanno strillato che “la regione ha detto no all’inceneritore”?

Quella domanda l”avevo fatta io, in mancanza, all’assessora Zublena qualche sera fa. Avevo anche ottenuto la risposta. Ma La Stampa (quella che scherzosamente e affettuosamente è da sempre chiamata “la busiarda”) ha censurato. Poi ha risposto alla mia lettera negando goffamente l’evidenza. Scommettiamo che la parola incenerimento non comparirà sulle sue pagine? Che ci propinerà la favoletta della “valorizzazione”, sulla scia dell’agenzia “indipendente” Ansa Vda?

16:20 ENERGIA:VDA; STANZIATI 5,6 MLN DI EURO PER TELERISCALDAMENTO
(ANSA) – AOSTA, 5 GIU – Con un finanziamento di 5,6 mln di euro a favore della società Telcha di Châtillon, la Giunta regionale ha messo in moto la macchina per la costruzione della centrale e della rete di teleriscaldamento che servirà la città di Aosta. “L’erogazione del contributo – ha precisato il presidente della Regione, Augusto Rollandin – previo l’esito della notifica alla competente struttura della commissione Ue”.

La Telechauffage Aoste srl (Telcha) è la società a capitale misto, costituita da due aziende energetiche private Sea e Fratelli Ronc, e dalla società idroelettrica Cva, controllata dalla Regione, incaricata di realizzare l’impianto che potenzialmente potrà servire oltre 35.000 aostani.

La centrale, ubicata nell’area ex Cogne, nei pressi del Quartire Dora, sarà alimentata con il Cdr derivato dalla valorizzazione dei rifiuti pre trattati meccanicamente, dall’energia derivante dagli impianti di raffreddamento della Cas, da cippato di legna e sarà dotata anche di due cogeneratori a gas metano. Il costo preventivato per la realizzazione del progetto è di quasi 74 mln di euro. (ANSA).